Il ritorno dei Perduti

Era una mattina d’inverno quando i Perduti tornarono dalla guerra. Passi lenti e pesanti, anni per arrivare dai campi di battaglia al villaggio.

Arrivarono coperti di polvere, stanchi e giovani come quando erano partiti. In tutti quegli anni non erano invecchiati – perduti sembravano anche nel tempo. E perduta con loro era la voce: dopo aver accompagnato i passi del ritorno con canzoni di guerra e d’amore, arrivati alle porte della città le gole erano vuote, come asciutte dal troppo cantare.

Tornarono ognuno nella propria casa, da figli apparentemente coetanei – mariti ancora giovani che guardavano negli occhi mogli invecchiate. Erano tornati vivi, con corpi salvati dal tempo, salvati dalla vecchiaia, quasi avessero barattato la voce con quella giovinezza imposta.

Passarono i primi giorni e la città provò ad abituarsi a quel ritorno, che avrebbe dovuto essere felice, per anni lo avevano immaginato come una festa, e invece così nessuna festa era possibile, quei corpi muti e fermi in chissà quale passato non potevano che far pensare alla morte, una morte che li aveva risparmiati dalla guerra e dal tempo ma che forse li aveva accompagnati – doveva per forza essere così – e ora camminava per le strade della città, leccando le palpebre nel sonno degli abitanti.

Provarono a resistere, a fingere la vita di prima, fino a quando nessuna finzione fu più possibile.

Se ne andarono di notte, mentre i Perduti dormivano. Si ritrovarono per le strade della città come un sogno confuso e lentamente e senza parlare se ne andarono. Quel fiume silenzioso riempì prima i boschi che circondavano la città, poi si disperse.

Quando il giorno arrivò, i Perduti si svegliarono soli. E ricominciarono a cantare.

bosco

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