Rosso in re minore

E si stancò il principe azzurro di essere azzurro. Fin da bambino sognava di diventare un principe rosso − rosso passione, rosso coraggio, rosso amore, rosso sangue dei draghi che avrebbe sfidato, combattuto, ucciso. Ma si ritrovava con quel colorino da damigella malinconica, tutta una vita a trascinarsi dietro l’azzurro pallido di un destino triste, perché triste non può che essere il futuro di un principe del colore sbagliato. Ci aveva anche provato, a rassegnarsi, a convincersi che in fondo poteva essere felice anche con addosso − e dentro − quell’azzurro impostore, ma non ci era mai veramente riuscito, e il desiderio di una vita rossa era cresciuto in lui, fino a mettere radici in ogni suo muscolo, a contaminare di struggimento carminio ogni gesto, ogni respiro, ogni attimo della sua esistenza inevitabilmente incolore.

Ma quel giorno si stancò − chissà perché, chissà cos’era successo nel groviglio bluastro del suo animo, forse una goccia di rosso si era condensata fino a farsi, da desiderio, sostanza, o magari fu solo ribellione, o dolore livido. Non ci è dato sapere cosa pensò in quel momento, quello che sappiamo è che, ciò che era, più non poté essere.

Nel trambusto del suo castello nessuno si accorse che il suo viso era più pallido del solito, e nessuno lo vide quando si tolse il suo abito azzurro e lo abbandonò sul pavimento della sala del trono, né quando si allontanò sorridendo di un sorriso buio. Nella stanza di sua madre, con belletti da regina, rese le sue labbra rosse di destino rinnegato. Poi uscì, in mano la sua spada e addosso nient’altro che un ghigno sfigurato. Troppo indaffarati, cortigiani e servitori, per accorgersi del suo passaggio, principe nudo dal sorriso scarlatto, troppo veloci i loro passi, fugaci i loro sguardi, e lui invece così lento: un passo dopo l’altro, con i suoi passi bianchi, fino a raggiungere la riva del mare, quel mare che sembrava non patire l’azzurro del suo esistere.

mare

Solo allora si fermò. Si sedette dove l’acqua sporca la terra col suo rigurgito celeste, impresse il rosso delle sue labbra sulla lama e finalmente liberò il sangue, e tutto allora si fece rosso, il suo corpo, la sabbia, il mare, solo lo sguardo era un po’ scuro, e il mondo sempre più lontano.

Lo trovarono così, il principe che azzurro non era più, pelle di latte e labbra di fuoco. E, intorno, solo rosso − rosso passione, rosso coraggio, rosso amore, rosso sangue che non era dei draghi che avrebbe sfidato, combattuto, ucciso, ma irrimediabilmente suo: il colore cieco del suo destino sbagliato.

(* questo è un racconto che avevo scritto per un concorso, che non ho vinto. Così, giusto per precisare e perché forse da qualche parte online c’è ancora…)

 

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