Frida

20140608_175739(Due pensieri sgangherati su un sacco di bellezza)

Mi ero preparata a conoscerla. Avevo letto, studiato e immaginato (che anche quello è prepararsi). Poi sono partita anche se avevo l’influenza, con un’amica vicino e una che ci aspettava all’arrivo, e dopo baci abbracci e chiacchiere siamo andate da lei e finalmente me la sono ritrovata davanti.

Roma quel giorno era particolarmente bella. C’era il cielo pulito, blu proprio blu. C’era pure un pochino di vento che spostava le nuvole e faceva ballare le ombre. E poi c’era lei.

C’era lei con i suoi colori, i fiori, le lacrime, la vita, la lotta. C’era la pelona (*), spalmata in ogni pennellata e da quella stessa pennellata sconfitta ancora una volta. C’erano i simboli che raccontavano la sua storia, segni sulla tela e sulla carta, alcuni assomigliavano a un enigma, altri erano così evidenti che a guardarli quasi nasceva un senso di pudore – scusa, sto mettendo il naso nella tua vita, nel tuo dolore, nel tuo amore, è tutto così forte che non riesco a smettere di guardare.

E poi c’erano immagini di lei. Inaspettatamente, perché mi aspettavo i suoi dipinti, al massimo i disegni, ma le foto sono state una sorpresa. Immagini bellissime, racconto in un racconto, una specie di eco che faceva rimbalzare la meraviglia, che prendeva i miei occhi e non li lasciava andare, li portava su quello sguardo, da lì a un fiore dipinto, e poi di nuovo nella grana della fotografia.

Vorrei avere le parole per raccontare come si deve ogni punto di colore a cui sono capitata davanti. Ma non le ho. Forse (forse) le avrò più avanti, per adesso tutto quello che mi è rimasto è un senso di bellezza magnetica. Bellezza e vita, nonostante la sofferenza evidente, bellezza e lotta, bellezza e magia. Tutto questo insieme ad alcuni punti che brillano, punctum li avrebbe chiamati Roland Barthes, quei dettagli a cui gli occhi si aggrappano nonostante il contesto, dimenticando tutto il resto.

Ne ho incontrati alcuni, di questi punti che brillano. Il più intenso è stato uno dei suoi busti, l’armatura di gesso che le fasciava il corpo. Lo guardavo e vedevo la forma di quella carne intrappolata, ma soprattutto vedevo i segni che gli aveva dipinto sopra, segni di resa ma anche – insieme – di resistenza, come a implorare la bellezza di schiacciare il dolore, ritrarre la sofferenza per provare a farla tacere.

E poi i colori. Tutta quella vita che a starci davanti assomigliava a una risata fortissima, a un urlo, a una presa in giro della morte, della paura, della solitudine.

C’era tutto, lì dentro, un tutto così forte che prima di riuscire a raccontarlo ci vorrà un bel po’ e forse non sarà ancora sufficiente. Ma in fondo non fa niente, che mica la bellezza va spiegata.

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(*) Pelona era il nome con cui Frida chiamava la morte, come una vecchia conoscente, sgradita e inevitabile.

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