C’è qualcuno che ruba le vergini agli dei

Questo è un post che nasce come un singhiozzo. All’improvviso, che proprio non puoi farci niente. Che preme preme preme e allora facciamolo uscire.

Il fatto è che ho letto delle cose bellissime, che mi sono risuonate dentro e di cui ho voglia di parlare, perché le cose belle bisogna condividerle.

Ok, provo ad andare con ordine (anche se un vero e proprio ordine non c’è, ma pazienza).

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Un po’ di tempo fa ho letto alcune poesie di Guendalina Casasole e leggendole mi sono rimaste addosso. Per quelle parole lì, ma soprattutto per il suo sguardo. Che non so proprio spiegarlo ma diciamo che mi sembrava appuntito. Appuntito e attento. E bello, che è una parola che ho già usato troppe volte, me ne rendo conto, ma così è. Un esempio, giusto per farvi capire che se mi sono incantata a rileggere i suoi versi più e più volte un motivo c’era:

L’inutilità delle

nostre

giornate delle sofferenze

niente è passato aspettando

qualcosa. Starci dentro, alle cose

che ti mandano fuori

di testa. Guardarle colare

la paura col

sangue e poi averne fatto

qualcos’altro di

buono. È come

il porco, la vita. Non si butta via niente.

Macellazione, si intitola. Ecco, per me è bellissima. E la rileggo e mi sembra una meravigliosa sintesi di tutti i miei imbranati tentativi. Perché è vero, non si butta via niente.

E poi ce n’è una in quel libro – che si intitola Versacci – di cui mi sono innamorata e in cui voglio andare ad abitare dentro. Si chiama Il mio guardaroba:

In braghe di

tela – ma a larghissima 

vita.

Questa qui me la scriverei dappertutto. E la scriverò dappertutto. Sui muri, sui quaderni, ma soprattutto nella testa, perché diventi un augurio, perché diventi realtà. Perché lo diventi tutta, che in braghe di tela posso quasi dire di starci ma almeno che sia a larghissima vita.

Stamattina poi mi è arrivato il secondo libro di Guendalina, Lasciare tutto non seguire nessuno (nel migliore dei mondi impossibili). E visto che oggi è un giorno anomalo, sono a casa e ho tempo, mi ci sono buttata e per la seconda volta sono rimasta lì a leggere e rileggere, e a pensare che non è mica facile trovare delle poesie così. Vicine, intendo. Che a me leggere poesie piace, ma spesso mi fermo un po’ più lontano, come se mancasse sempre quel passo che me le fa toccare. E invece queste mi sembra di toccarle, che magari è un’illusione ma va bene anche così.

Ne scrivo qui una e con questa chiudo, che si intitola pure Insegnamento e quindi almeno è un finale coerente:

Il Padreterno ti molla

una serie di

calci

nel culo finché ti rassegni

alla felicità.

E adesso basta che mica posso scriverle tutte. Però vi dico dove trovarle, Versacci qui e Lasciare tutto non seguire nessuno qui.

The end.

Ah, no. Manca quella storia delle vergini rubate, che poi è il motivo che mi ha spinto a scrivere questo post. Qualche ora fa, quando ho aperto Lasciare tutto e non seguire nessuno e ho iniziato a leggere, mi è venuto in mente il finale di un’altra poesia: si chiama I poeti, appunto, e è di Marina Cvetaeva.

…ma ai poeti, a noi poeti,

noi paria e pari a Dio –

è dato, straripando dalle rive,

rotti gli argini, rubare

anche le vergini agli dei!

Come dire. Eh, come dire.

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