Quei libri che proprio non pensavi e invece.

Ci sono quei libri, quelli che proprio non pensavi e invece. O meglio. Quelli che sai che devi leggere, mica in assoluto, no, ma adesso, che prima non avrebbe avuto senso e dopo chissà, forse nemmeno. Ma adesso sì, adesso senti quella specie di richiamo della pancia che ti fa dire va bene. Va bene nonostante di solito tu stia molto lontana dal “libro del momento” (lo so, si chiama snobismo). Nonostante sembri troppo facile. Nonostante gli sguardi insistenti che ogni volta gli lanci in libreria ma poi no, leggi le prime dieci righe e poi no, pensi che forse non è il momento e invece alla fine un giorno arrivi in cassa con il libro in mano perché in fondo sai che o è adesso o quel prurito alla pancia passerà.

perdieciminutiPer dieci minuti, di Chiara Gamberale. L’ho finito stamattina, in treno. E scrivo più o meno a caldo giusto per dire che leggerlo mi ha ribaltata. Nonostante tutti i suoi nonostante. Perché non è (adesso posso dirlo, adesso che l’ho letto) il libro che normalmente mi stordirebbe così. Innanzitutto perché è incastrato nel reale in un modo che mi urta. E lo so, è un limite mio, ma di solito quando leggo voglio andare da un’altra parte, e se mi parli di Ikea, del Grande Fratello e dei Simpson io non ce la faccio. Mi dispiace, ma (di solito) non ce la faccio. E poi è semplice. Nella forma ma anche, a volte, nel cuore delle cose. Preferisco altri intrecci, insomma. Altri nodi.

Eppure questa semplicità qui, stavolta, mi ha stordita. Perché ci sono giorni (mesi) in cui le cose semplici ti mettono davanti a uno specchio, e non puoi mica tanto scappare, ci sei davanti e già che sei lì dovrai pure guardarti un attimo. Questo me l’ha spiegato la mia amica Debora, l’altro ieri in macchina, mentre le raccontavo del libro e per la trentasettesima volta riascoltavamo A mano a mano di Rino Gaetano. E niente, è vero: gli altri intrecci, quelli che cerco di solito, mi stordiscono di bellezza, mi risuonano in modo più velato, mi distraggono (almeno un po’) con la meraviglia. E invece dalla semplicità non si scappa mica, se non altro quando con parole e storie semplici si racconta qualcosa che ti assomiglia. E sbam, lo specchio.

Capito?

Ecco, stasera volevo raccontare questo stordimento qui. Ma non solo. Volevo dire che questa cosa di fare tutti i giorni qualcosa di nuovo, per dieci minuti, per un mese intero (che poi è la storia che il libro racconta, la storia di questa tizia in balia della sua vita che barcolla, che per un mese, tutti i giorni, fa qualcosa che non aveva mai fatto) mi pizzica la pancia, come quando vedevo il libro e ancora non lo compravo. Quindi chissà. Magari questo gioco lo faccio anch’io. Magari…

(“Cioè scegli: o dentro o fuori. Ma se stai sulla porta mi blocchi il traffico” – p. 131).

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