Racconti visionari | Perse parole

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Sai una cosa? Non ti ho mai detto quanto sei

Volevo dire, non so se ti ho mai detto che sei

Ecco. È successo ancora. L’ho persa. Quella parola che mi serve per dirti una cosa importante, che mi servirebbe proprio adesso, perché ho in mente una cosa ma senza quella parola non te la posso dire.

A volte mi capita, sarà che sono sbadato. Inizio a dire una frase e quando è il momento di metterci una certa parola mi accorgo che non ce l’ho più. Mi blocco, la cerco, ma niente, proprio non c’è. E non è che mi arrenda subito, la cerco proprio bene. Dappertutto: nella testa, sotto la lingua, sulle mani, in tasca, nel portafogli, sotto le scarpe − lì ci guardo sempre perché una volta ne ho trovata una che avevo perso da quattro giorni, erano quattro giorni che non dicevo testa, ed era un problema perché non è come non avere inesplicabile, ogenealogia, che quelle non le uso quasi mai e anche se le perdessi non succederebbe niente di drammatico, testa è una parola importante, una di quelle che se le perdi è proprio un casino, e io l’ho persa per quattro giorni e mi sembrava di impazzire, la cercavo la cercavo la cercavo e non saltava fuori, e poi la sera del quarto giorno mi sono tolto le scarpe, le ho lanciate sul pavimento e una si è girata, e l’ho vista, testa stava proprio lì, appiccicata sotto la suola. E, una volta trovata, è andato tutto a posto, e quindi testa posso dirlo ogni volta che voglio.

Adesso invece mi piacerebbe dirti che sei

Va be’, niente. Non ce l’ho. Non ce l’ho da nessuna parte. E anche questa è abbastanza importante, non quanto testa ma decisamente più di elettrosmosi. Per dire.

Una volta invece ne ho trovata una in un libro. No, lo so, in un libro ce ne sono tante, ma ce n’era anche una mia e me ne sono accorto perché è scivolata giù ed è finita sul tavolo. È stato divertente perché non mi ricordavo neanche di averla persa. Malaffare, era. Che, quando l’ho trovata, ho anche avuto dei dubbi, perché io non mi ricordo di aver mai dettomalaffare e quindi magari era di qualcun altro. Ma stava in un libro mio, a casa mia. Poi ho pensato che forse l’avevo solo letta da qualche parte e che quello bastava per averla, perderla e ritrovarla − ma a dire il vero non è che come ipotesi mi suonasse molto plausibile. In ogni caso, adesso ce l’ho. Malaffare.

Piuttosto, quello che vorrei ora è riuscire a dirti che sei

Ma guarda, che fastidio. Non è che l’ho lasciata in macchina? Ma no, me ne sarei accorto. Be’, per sicurezza poi controllo. Però spero di non averla persa proprio lì perché c’è un tale casino che mi ci vorrebbero giorni per trovarla, tra scontrini, polvere, graffette, sciarpe (tue) e foglie e cd e un giocattolo di mio nipote che adesso ha tredici anni quindi immagina tu da quanto sta lì. E io non ho tutto questo tempo, vorrei dirtelo prima, se fosse possibile.

Aspetta, non è che l’ho lasciata a casa tua? Ci pensavo ieri sera che mi sarebbe piaciuto dirtelo, e magari mi è scivolata. Ti spiace guardare dietro i cuscini del divano? O sul balcone, perché lì ci ho pensato tanto, quando sono uscito a fumare e intanto che fumavo pensavo che avrei avuto voglia di dirtelo, ma poi era tardi, così ci siamo salutati e sono tornato a casa senza dirti niente. Sicura che non è da te? Neanche in ascensore? Ti ricordi, ci avevo lasciato paradosso.

No? Mah.

Comunque resta il fatto che devo starci attento. Non è possibile perdere parole continuamente. È fastidioso ogni volta rimanere lì senza riuscire a finire il discorso, e poi non ci faccio neanche una bella figura, come quando mi hai presentato tuo padre e io avrei voluto dire che ero onorato di conoscerlo, ma onorato non l’avevo più e dato che non volevo restare muto a mezza frase come faccio di solito, ho azzardato una sostituzione ma nella fretta non mi è venuta molto bene e gli ho detto che ero onomastico di conoscerlo. Lui ti ha guardato e ha detto questo è scemo. Ecco, lui le parole le aveva tutte.

Poi onorato l’ho trovata, l’avevo lasciata sul comodino. Nell’ansia della sera prima facevo le prove su come presentarmi e mi sa che quella mi è scappata. Vedi, a volte, il destino?

Dai, niente, mi metto a cercare la dispersa di oggi.

Se nel frattempo la trovi tu, tienila. Intanto era per te.


Questa volta io e Federica abbiamo fatto un gioco diverso. Ha scelto lei un mio racconto, questo qui sopra, e ha fatto quel lavoro bellissimo che è vedere una cosa prima di crearla, pensare un’immagine che ancora non esiste ma esiste il suono che fa, e piano piano darle forma. E colori e luci e riflessi leggeri.

La guardo, l’ho guardata tanto prima di stasera. E mi sembra che, in qualche angolo, un po’ mi assomigli. E forse questa è una magia.

A proposito, le altre immagini di Federica le trovate qui:

Federica Lissoni so#photo

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(Cosa sono i #raccontivisionari? Leggi qui…)

 

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4 thoughts on “Racconti visionari | Perse parole

  1. Pingback: Tra porte e mappamondi | l'inventore di mostri

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