C’è un uomo che ci aspetta

vaccari

Era una sera fiacca. La Signora col Mantello passeggiava nel parco deserto, solo un riccio attraversava il vialetto, accelerando impercettibilmente il passo quando si accorse della sua presenza. Non sono qui per te, disse la Signora. Il riccio preferì non fidarsi di quella rassicurazione, e non rallentò.

Si sedette su una panchina, la falce abbandonata ai suoi piedi come un segugio che riposa.

In quel silenzio di fine autunno, si sentì sola. Il suo lavoro era monotono, in fondo. Una routine che, a lungo andare, avrebbe finito per ucciderla. A quel pensiero, non poté fare a meno di sorridere.

Si stava facendo tardi, c’era un uomo che la stava aspettando dall’altra parte della città. Avrebbe dovuto sbrigarsi se non voleva mancare l’appuntamento. Raccolse la falce, si aggiustò il mantello e si alzò. Solo allora notò il piccolo libro rosso, qualcuno doveva averlo dimenticato. Era tardi. Eppure. Perché no, si disse. Raccolse il libro e tornò a casa, quell’uomo poteva anche aspettare.

Lesse tutta la notte. Era una storia strana, non riusciva a capirla fino in fondo ma continuava a leggere. Come sono stupidi, pensava, possono uccidere per un pezzo di terra e poi si perdono per un gesto visto di sfuggita, come se da una cosa così non ci fosse ritorno.

Si guardò allo specchio, provò a mimare il gesto che aveva immaginato.

È l’alba, disse la falce.

Lo so.

Quell’uomo ti aspettava, non sei stata professionale.

Lo so.

Quante cose sai, stanotte.

Questa sarebbe ironia?

Sarcasmo.

Rimasero in silenzio qualche minuto, poi la Signora col Mantello riaprì il libro. Ascolta, disse: Lui, che di lavoro faceva il mago, in quel momento non aveva nessuna magia. Aveva solo un livido scuro sul braccio sinistro e una nausea secca, cattiva.

Ancora silenzio.

Io non ho mai avuto un livido, disse alla falce. E nemmeno una nausea cattiva.

Secondo me non ti sei persa niente.

E tu che ne sai?

La Signora ritornò davanti allo specchio. Scostò leggermente il mantello e si guardò riflessa. Finse che il viso che vedeva dall’altra parte del vetro fosse un amore. O almeno un nemico. Si immaginò con un livido. Lo accarezzò piano, quel livido che non poteva esistere, e si chiese come potesse essere il dolore leggero del contatto, ma non riuscì a trovare una risposta.

Sei patetica, disse la falce.

Lo so. È colpa di quella storia.

Un’altra cosa che sai.

Smettila.

Va bene, scusa. Ma adesso andiamo, quell’uomo ti sta aspettando da troppe ore.

Hai ragione.

La Signora si guardò un’ultima volta allo specchio e respirò a fondo.

Quel libro…

Sì?

Dovrei buttarlo, vero?

Sarebbe meglio. Vedi anche tu che non ti fa bene. Le storie complicano la morte, e il tuo lavoro è già abbastanza difficile.

Adesso sei tu quella che sa tante cose, disse la Signora cercando di sorridere. Poi prese il libro e lo infilò sotto il mantello.

Non lo butterai, non è vero?

Non stanotte.

Non lo butterai.

Andiamo, c’è un uomo che ci aspetta.


Questo è un racconto che ho scritto per il concorso di una libreria bellissima. La libreria si chiama Bookbank, se passate da Piacenza fatevi un regalo: andateci. Perché lì succedono cose così, entri e vedi delle serigrafie (di Marco Vaccari, bellissime, sognanti), Sara (miss Bookbank) ti dice “scegline una, scrivici un racconto”, e tu guardi, ci pensi su e poi scrivi, e intanto chiacchieri, leggi, trovi libri meravigliosi, bevi un bicchiere di vino, ridi ed esci che stai bene. Se poi sei fortunato, il concorso lo vinci pure, ma la cosa bella bella è passarci, dalla Bookbank, e sentire l’atmosfera che c’è. (Provate e ditemi se non è vero).

Gli altri racconti del concorso li trovate qui.

 

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