Quei libri che ci piove dentro (semicit)

Ho letto ‘Fossi in te io insisterei’ di Carlo Gabardini e mi sono sentita come una che cammina sotto una pioggia fortissima e, anche se l’ombrello ce l’ha, alla fine si ritrova fradicia perché l’ombrello sì c’era, ma era pieno di buchi.

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‘Fossi in te io insisterei’ è una lettera bellissima a un padre che non c’è più. E a parte che è arrivato da me in un modo stupendo perché mia madre me l’ha regalato e lasciato a sorpresa in casa, è un libro che scava. Che credi di essere al sicuro sotto il tuo ombrellino e invece arrivi a casa e la giacca la devi proprio strizzare. Perché o lo leggi molto velocemente e hai delle difese da uomo d’acciaio, o arriva il momento in cui ti fermi su una frase e pensi “oh cacchio”. Sorridendo o piangendo, o entrambi. Ecco, io di quei momenti lì ne ho trovati un sacco. Anzi, forse loro hanno trovato me, mi sembra più giusto dirlo così.

Il primo di questi momenti l’ho incontrato a pagina 16.

[…] nonostante io non sia più un ragazzino, sono ancora nella fase in cui mi chiedo che cosa voglio fare da grande. Lavoro e mi sostento, non sono un mantenuto, però è come se tutto mi sembrasse preparatorio per qualcosa che deve ancora arrivare, anzi, che devo andarmi a cercare per iniziare a vivere sul serio. Mi sento in stand-by, ma inizio ad avere l’ansia che nessuno mai più premerà “play” sul mio telecomando. E non è una bella sensazione.

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Boom. Ma boom fortissimo, che devi tapparti le orecchie, solo che quando lo fai capisci che il boom non è fuori ma dentro quindi le orecchie te le puoi pure tappare ma l’unico effetto sarà amplificare l’esplosione.

Lì, a pagina 16, è iniziata la pioggia dentro il mio ombrello. “E’ solo qualche goccia” ho pensato. Solo che poi le gocce sono aumentate, ché questo qui è un libro che, se gli dai spazio, non ti lascia stare. Ti racconta delle cose grandi e ti chiede “e tu?”. E giù acqua, a ogni tentativo di risposta.

È stato bello e mica tanto facile attraversare questa lettera, perché – come succede spesso con i libri potenti – ho trovato parole per dire cose di me che sapevo che erano lì ma non avevo mai capito come raccontarle. Quali verbi, aggettivi e virgole usare. E adesso che hanno trovato una forma precisa mi sembrano più comprensibili ma anche più ingombranti e inevitabili. Tipo questa:

Perché non posso essere più di una cosa? Perché vogliono far apparire illecito essere due, tre, quattro cose diverse?

Ecco, pure a me gli incasellamenti fanno paurissima, a parte qualcuno che mi sono scelta e che mi sembra mi dia sostanza, però quelli degli altri mi mettono in ansia, mi sembrano sempre forzature anche quando sono effettivamente calzanti.

E poi le gocce sono continuate, quando leggevo dell’importanza di “incastrarsi” dicendo ad alta voce i propri progetti per non scappare, della paura come qualcosa che c’è e allora tanto vale andare avanti, della bellezza di dire chi siamo anche  se questo destabilizza gli altri ma soprattutto noi, della necessità di trovare nuove forme perché di modelli stabili non ne abbiamo tanti e allora le forme dobbiamo inventarcele.

Un sacco di pioggia, di riflessi, di magoni e di sorrisi. [no, sorridere a una cosa di carta con dei segnetti di inchiostro non è stupido, anzi].

Chiudo questo post e metto i vestiti ad asciugare, ma la prossima volta esco di nuovo con un ombrello che ci piove dentro.

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2 thoughts on “Quei libri che ci piove dentro (semicit)

  1. Ma sai che mi hai fatto venire voglia di leggerlo? Anche a me piace trovare nelle parole scritte quello che provo e a cui non riesco a dare forma oppure, quando sono fortunata, riuscire io stessa a scrivere quello che provo.
    E poi i regali inaspettati delle mamme sono proprio una magia…

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