Storie (minuscole) per un anno

Ok, è arrivato il momento di iniziare a fare i conti con il 2015. Mica tante cose, ma una ci tenevo a scriverla. A inizio anno avevo detto che questo sarebbe stato l’anno delle storie, che avrei scritto ogni volta che potevo, pure cose piccole. Piccolissime. E così sono nate le storie minuscole, non ce ne sono state mille ma qualcuna sì e avevo voglia di metterle tutte insieme, qui (in ordine assolutamente casuale). Per non perderle. Per riguardarle ogni tanto e ricordarmi di raccontare, tutte le volte che mi va.

Dentro la sua barba teneva tutto. Il tabacco per la pipa, un anello che era di sua madre, due conchiglie e un numero imprecisato di bottoni, una bussola che segnava l’est con un’insistenza che sfiorava l’arroganza e una coppia di pettirossi. Era una barba felice, la sua.

Il giorno che si svegliò sentendosi soffocare, buttò via tutte le parole che aveva. Sacchi di Scusami. Scatole di Perché. Borse che vomitavano Non Lo So. Una decina di Implicitamente – mica tanti, a pensarci bene. Poi si mise in tasca un Forse e uscì. Senza fare rumore.

Scrisse su un foglio a quadretti le cose che avrebbe voluto. Le scrisse con una penna rossa. Scoprire una specie animale finora sconosciuta. Insegnare a sua nonna a giocare a carte senza barare. Addestrare una stella marina. Partire per un lungo viaggio in un sommergibile ultra equipaggiato. Un gelato. All’improvviso gli sembrò di chiedere troppo e cancellò il gelato. Poi ci ripensò e scrisse “anzi, invece sì”.

Raccontami una storia. Una storia che parla di una donna bellissima, con la voce leggera. Sarebbe bella come una città incastrata tra le montagne, non credi? La immaginerei mentre solleva il braccio, forse per salutare, forse per proteggersi dal sole. Sarei lontano, non potrei vederla bene, ma la tua storia sarebbe così, un po’ velata. Inizia pure quando vuoi, io intanto chiudo gli occhi.

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Uscì di casa ma c’era vento e gli si confusero tutti i pensieri. Si perse dodici volte, salutò ogni albero e dichiarò il suo amore a una bicicletta blu, che in effetti era molto carina. Poi il vento se ne andò ma quell’amore gli rimase in tasca, in certi giorni lo tocca con la punta delle dita e sorride. 

Un martedì mattina che aveva appena smesso di piovere capì di avere paura. Quella paura leggera, umida, che si attacca ai vestiti. Si strinse addosso la giacca, per tenere la paura fuori. Accelerò il passo. Per un po’ non successe niente, poi gli sembrò di sentirla scivolare. Teneva ancora la giacca chiusa con le mani, era più sicuro, ma camminava. E’ già qualcosa, si disse. E’ già qualcosa.

Era un mostro così timido che aveva imparato a mimetizzarsi. Diventava a righe come la tappezzeria, fiorato e leggero come le tende della cucina, blu come i sogni quando la notte si trasforma in mattino. Nessun bambino lo vide mai, tranne uno, il giorno in cui si scoprirono entrambi immobili e verdi come la siepe del giardino. Il bambino guardò il mostro e si portò un dito alle labbra. Il mostro sorrise e non parlò. 

Mi scusi, ma non ci siamo già visti conosciuti incastrati qualche vita fa? Dice di no? Eppure quel neo mi sembra di riconoscerlo. E quei guanti, li portava anche in quell’altra vita là, una sera di novembre perse il sinistro a teatro, si ricorda? No? Sicura sicura? Eppure.

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Visse novantasette anni e in quei novantasette anni scrisse tredicimilaseicentoventotto poesie. Erano molto corte, alcune di pochissime parole, una delle ultime diceva “lontano/fuoco”. Profetica, applaudirono i lettori. Criptica, commentarono i critici. Imbarazzante, pensò la moglie, ma non lo disse. Morì un lunedì che pioveva. Geniale, commentarono i critici. Geniale.

– Hai presente l’inverno?
– Quella cosa che hai perso?
– Sì.
– Credo sia rotolato via, verso di là. Ti dispiace?
– Penso di no.
{ di quando l’inverno se ne andò, e a loro non dispiaceva }

Quando la mongolfiera si alzò, tutti guardarono in alto. Solo il vecchio guardò le mani del pianista. L’aveva sentito suonare, una volta, tanto tempo prima. Tutto il mondo era lì. Volasse pure la mongolfiera, era solo un animale muto. Quelle mani, invece.

Potresti scrivermi una lettera, chiudere gli occhi e scrivere e usciresti dal foglio, sarebbe una lettera bellissima, una lettera sconfinata per davvero. Una lettera sulla tovaglia, sul tavolo, sul giornale del mattino, parole che si mischiano alle briciole, pensa che cosa bella, pensa.

Bisognerebbe inventare un mare, qui. Un mare senza paure, con solo vento silenzio e meraviglia. Un mare che canti piano canzoni che nessuno ha mai sentito.

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Quella sera arrotolò la nostalgia e ci fece un cuscino per la notte. Ne uscì una specie di guscio di lumaca, ci si infilò dentro e fece sogni densi. Blu.

Se un giorno di questi troverò la tua voce magari sarà per strada, tu che pensavi di averla persa e invece voleva solo prendersi una boccata d’aria. “Faccio due passi e torno” mi dirà, e io ti chiamerò e tu mi chiederai “ma sta bene?”, “certo, era solo un po’ stanca, e poi dice che le fai pressione, vuole i suoi spazi” ti risponderò.
Poi tornerà e farete pace, e neanche ti ricorderai del giorno che la incontrai per strada e parlammo di te. 

Quando il violoncello inizierà a suonare farò tre passi. Ci sarà odore di foglie bruciate. Ti guarderò da lontano e tu non ti accorgerai che sono lì. Avrai in tasca una lettera che non puoi aprire e che quindi non aprirai. Ci sarà odore di foglie bruciate.

Cercava la strada che portava al mare, trovò un bosco e un cappello. Mise il cappello in testa e pensò che nel bosco avrebbe potuto incontrare una città fantasma. Terrificante. Meravigliosa.

– …e ritornò al villaggio, che fece festa per tre giorni e tre notti, e la vita riprese finalmente come un tempo.
– E poi?
– E poi basta.
– La storia è finita?
– Sì.
– Potrebbe ricominciare, però, vero?
– Sì, potrebbe.
– La facciamo ricominciare?
– Sei sicura?
– Sì.
– Era una mattina d’inverno quando il villaggio si svegliò e si accorse nell’incantesimo…

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C’era una volta un mago sbagliato. Dopo anni di prove, perdeva ancora conigli nel cilindro, confondeva le formule magiche, scambiava colombe con mazzi di fiori e la sera, quando si spogliava, trovava assi di cuori nelle pieghe dei calzini.
Un giorno, davanti a dodici spettatori sbadiglianti, trasformò la sua bellissima assistente in un cavallo e fu proprio in quel momento che capì. Abbracciò il cavallo, che aveva un’espressione contrariata, e le signore della prima fila, e sparì. Questa volta senza svelare il trucco, ma con la faccia di chi sa dove va. 

La sua casa era piena di barattoli. Ovunque, pareti di barattoli, e dentro solo un foglio. Bianco.
– Perché? – gli chiedevano.
– Per le storie ancora da scrivere – rispondeva.

– Come gli dei. / – Nascosti? / – Incastrati. / – Incastrati? / – Incastrati nella malinconia di non sapere se si esiste o no. Di non potersi graffiare per vedere se si sanguina o no. 

Il poeta era talmente costruito che uscendo urtò contro lo spigolo del tavolo e perse una vite. Adesso forse ha una rima che cigola.

E quel giorno, inseguendo la luce, trovò una foresta di ombre. Era fresca. Avrebbe potuto esserci un mare, vicino – uno qualsiasi, e sarebbe stata una cosa così simile alla perfezione da fare arrossire. 

[ e adesso? ]

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