Wonder, ovvero quel leggero spostamento che incasina gli equilibri

Credo che l’unica persona al mondo che capisce quanto sono normale sono io.

Era da un po’ che giravo intorno a Wonder. Guardavo spesso la copertina, ne avevo sentito parlare, ma poi non ci arrivavo mai abbastanza vicino da lasciarmi scegliere e portarmelo a casa. Poi invece, un giorno. [ Chissà com’è che a un certo punto succede che non si può più aspettare. Chissà, ma adesso non c’entra. ]

Ecco, un giorno – che poi saranno stati dieci giorni fa – Wonder viene a casa con me, abbiamo fatto il passo in più, ci siamo scelti. Avevo appena finito un libro scritto benissimo, duro, complesso, di quelli che faccio un po’ fatica a seguire perché alcune trame mi sfuggono, ma non l’avevo abbandonato perché era raccontato così bene, in certe luci sapeva di Cortázar. Comunque, quello era finito e allora ho aperto Wonder, un po’ alla leggera anche, perché non avevo idea di cosa ci avrei trovato dentro.

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Ho letto la prima pagina, vorrei dire che ho capito ma no, ho solo intuito, e ho chiuso. Non lo so, ho pensato. Non lo so se ce la faccio. Però la tenerezza di quella voce lì. Ho riaperto, sono passata alla seconda pagina e da lì non ci siamo lasciati un attimo. Neanche adesso che l’ho finito ci siamo lasciati, lo tengo vicino. Manco fosse una persona, lo so.

È che ho letto Wonder e qualcosa dentro mi si è spostato. È stata proprio quella la sensazione, non è stato un boom, non si è aperto niente, si è solo leggermente spostato. Da lì a lì-un-pochino-più-in-là. Solo che a volte bastano spostamenti minimi per incasinare un equilibrio. E ho letto, ho pensato a come potrebbe essere facile diventare chi si è veramente, noi che abbiamo i nostri personalissimi caschi da astronauta dove nasconderci e invece basterebbe un po’ del coraggio di Auggie.

Non racconto niente della storia – se siete pronti a sentire lo spostamento minimo che sballa il baricentro, leggetelo. È semplice e come le cose semplici arriva dritto in faccia. Non ti puoi mica nascondere dalle cose semplici. Non puoi girarci intorno. Io a questa storia ho voluto bene, così bene che il libro l’ho finito in treno, ieri mattina, e lo tenevo quasi abbracciato e avevo qualche lacrimone che scendeva e speravo che il mio vicino di treno non se ne accorgesse perché la cosa mi metteva abbastanza in imbarazzo, frignavo per quel leggerissimo spostamento nella mia pancia e mannaggia potevo tenermi le ultime pagine da leggere a casa e invece. Ma poi anche chissenefrega, no?

Credo che dovrebbe esserci una regola per cui tutti nel mondo, prima o poi, hanno il diritto di ricevere almeno una standing ovation nella vita.

Wonder, R.J. Palacio, ed. Giunti

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