Lasciare andare

C’è una cosa che sto pensando in questi giorni ed è una cosa che c’entra con il lasciare andare.

Ci sto pensando perché le storie minuscole sono arrivate a Bari e con loro sabato è stata inaugurata una mostra che ha dentro un sacco di nodi, amicizia, chilometri e incastri e io non ero là ma un pochino è come se ci fossi stata.

Intanto che da laggiù la mia amica Francesca organizzava tutto con un’attenzione e una cura che mi emoziono solo a dirlo, io e Giovanna – la mia copilota e mano delle storie – ci siamo sentite e abbiamo deciso che questo sarebbe stato il loro ultimo viaggio. L’ultimo per davvero e poi le avremmo salutate e lasciate andare. Qualcuna resterà con noi, qualcuna verrà regalata e inizierà a viaggiare – a proposito: Santa Signora delle Poste, sii clemente, rapida e indolore, amen.

Quando ci siamo dette questa cosa ho sentito dentro un tonfo piccolissimo come un sassolino che cade nell’acqua, che il rumore quasi non lo senti ma invece c’è.

Ehi, cos’è questo tonfo piccolissimo? mi sono chiesta. Da dove arriva, visto che le storie le avevo già salutate alla fine dell’anno scorso, quando si avvicinava la 366 e il nostro viaggio stava finendo.

E allora ho capito una cosa. Che le avevo lasciate andare, sì, ma solo nella mia testa e invece adesso se ne vanno davvero, fisicamente, e c’è un altro strappo, magari più piccolo, che assomiglia più a un soffio, ma comunque reale. Ho capito che la stessa cosa la si può lasciare andare tante volte, che è raro ma può succedere. Che proprio non me l’aspettavo ma va bene così.

Quindi le lascio andare. Ancora. Davvero. Ciao storie, fate le brave.

lasciare andare storie minuscole valeria zangrandi

(foto Jeremy Thomas on Unsplash)

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Stropicciata e felice – tren-ta-cin-que

Questo compleanno mi trova così, stropicciata. E felice. Forse più felice che stropicciata.

Oh, sono 35. Non lo so se sono tanti o se sono pochi. Davvero, non lo so – o meglio, a volte mi sembrano tanti e a volte pochissimi, dipende dai giorni, dall’umidità, dai pensieri, da una stanchezza che arriva improvvisa, da un entusiasmo, da un bacio, da una mancanza.

Fatto sta che sono 35 – tren-ta-cin-que. Che è un numero strano, perché anche se è dispari non sembra mica, ha quella pienezza dei pari, quell’aria di completezza, di meta raggiunta che boh, mi lascia un po’ così perché non sono né completa né raggiunta, né tanto meno piena visto che sono così tante le cose che ancora devo fare scoprire raggiungere provare assaggiare. Insomma, di spazio ne ho.

Fatto sta che.

E allora ho deciso di fare un elenco – tanto per cambiare. Un elenco di cose che mi ritrovo in tasca, in questa mattina da neo trentacinquenne, e di cose che invece non ho.

Ho fotografie da stampare, quasi tutte a colori, tre in bianco e nero.

Ho nuovi libri da leggere, quattro Topolini comprati al mercatino dell’usato e uno regalato, che è una tradizione bellissima.

Ho due idee su cui lavorare che mi fanno sorridere molto ma che mi fanno anche un po’ paura.

Non ho un balcone. Per adesso.

Non ho case di proprietà, non ho una macchina ma ho una bici che si chiama Gilda a cui voglio proprio bene.

Non ho una busta paga a fine mese ma ho un lavoro che mi fa sentire libera, che a volte mi fa preoccupare e che mi fa innamorare ogni giorno di più.

Ho un corpo che più passano gli anni più mi assomiglia, ed è bellissimo. Anche nei giorni no, anche quando litigo con lo specchio, è bellissimo.

Ho radici profonde e intrecciate che mi hanno insegnato ad andare, a scegliere, a raccogliere i cocci e rimboccarmi le maniche.

Non ho piante che sopravvivano al mio pollice nero.

Non ho più le lentiggini sulle mani e mi mancano.

Ho poche amiche sopravvissute al tempo che passa, e sono meravigliose. E amiche incrociate da grande, preziose.

Non ho orecchini di perle, per fortuna perché non mi piacciono.

Ho una lettera da scrivere, che dovrà aspettare ancora un po’.

Ho una bacchetta magica minuscola che è magica davvero, anche se non sembrerebbe invece lo giuro.

Ho chi mi spedisce cartoline, foglie, parole e sassi piccolissimi.

Ho un amore da custodire.

Ho sogni da raccontare al mattino ma non ho un quaderno vicino al letto per scriverli prima che si sciolgano con la luce.

Non ho un libro preferito e nemmeno una canzone e quando ci penso mi dispiace.

Ho una vita che assomiglia a un sacco di altre vite ma poi non è vero perché è la mia. E mi piace da matti.

L’estate | Racconti visionari

Me la ricordo, l’estate di quella fotografia.

C’erano le cicale, che urlavano fortissimo e noi che non sapevano niente e pensavamo che cantassero.

C’erano i prati che si trasformavano e diventavano gialli, come la luce che arrivava dappertutto, anche in mezzo alle foglie degli alberi, tra le dita delle mani, sotto le gonne.

C’erano le spighe e c’eravamo noi che aspettavamo di vederle muoversi e a volte stavamo ferme per un pomeriggio intero, sedute sotto un albero con l’erba che ci pungeva le gambe ma non era importante. C’erano le formiche che si arrampicavano sulle nostre ginocchia, che ogni tanto si toccavano e poi restavano immobili fino a quando non facevano male. A volte arrivava il vento e le spighe si muovevano davvero, a volte invece tornavamo a casa e tutto era ancora immobile, come uno scherzo o un sogno in cui mancano le voci.

C’erano i capelli da intrecciare e c’erano quei fiori piccoli e bianchi da infilare nelle trecce e quei fiori non avevano un nome e perdevano subito i petali e noi ridevamo e non capivamo neanche il perché.

C’erano le storie che ci raccontavamo quando iniziava a fare buio, la bocca vicina all’orecchio, le filastrocche inventate, i segreti e i giuramenti.

Mi ricordo tutto.

racconti visionari estate

I racconti visionari nascono con le immagini di Federica Lissoni so#photo e i precedenti li trovate qui.

Le scatole delle cose da salvare

La scatola dei ricordi sfocati. Il bruciore delle ortiche sulle gambe dopo una corsa e una discesa nei fossi in secca, a raccogliere le viole. Lo zucchero filato. Nascondersi per la paura del temporale, fuori tuoni fortissimi, dentro – credo – parole sottili. Piangere guardando un clown che si strucca, a fine spettacolo.

La scatola dei ricordi nitidi. Il peso quasi invisibile di un uccellino racchiuso tra le mani, la testa che sbuca, il solletico delle zampe sui palmi. Il fresco del cuscino, la sera prima di partire per il mare, chiudere gli occhi sperando che la notte passi in un soffio. Sciogliere la treccia, il respiro dei capelli che cercano l’aria. Lo zaino tra le gambe, la macchina ferma, prima di salutarsi cantare fortissimo.

La scatola dei riti. La colazione fuori. L’acqua e il pane, che è diventato un po’ secco, la mattina di natale. Le cartoline brutte. Il numero delle pagine prima di iniziare a leggere.

La scatola degli odori. La primavera spinta delle sere di maggio. L’asfalto bagnato. Quegli abbracci che erano una scusa. Le penne colorate. L’incavo del gomito. Il mare.

La scatola delle parole. La storia che ancora mi racconto per dormire, quando le paure urlano. I bigliettini nascosti male, per essere trovati. L’inizio di Lolita. Le dediche dentro ai libri. I desideri.

scatole delle cose da salvare

foto @unsplash

Riassunto in un giorno di mezza estate

È tanto che non scrivo qui. Diciamo pure che è troppo, ok.

È che nel periodo di scrittura matta e disperatissima ho lasciato da parte tutto quello che non era indispensabile e poi mi sono dimenticata di tornare a prenderlo. E alla fine, quando mi sono ricordata, ci ho provato ma mica era facile. Come se dovessi imparare di nuovo.

Che cosa stupida, eh. Eppure.

Ma oggi torno. In un giorno di mezza estate con il cielo un po’ azzurro e un po’ grigio, il ventilatore spento che si sta bene pure senza e in testa un groviglio di cose sparse e intrecciate.

È un’estate che mi piace, questa. Un’estate in cui forse vedrò il mare a spizzichi ma di sicuro respirerò molto.

In questi mesi in cui non sono stata qui, fuori sono successe un po’ di cose.

Sono stata al Salone del Libro, per esempio, ed è stato un Salone speciale perché ci sono stata con le mie amiche dell’internet, che se davvero pensate ancora che l’internet sia un posto orribile è perché non lo usate bene, giuro (ok, dell’orribile c’è, ma c’è pure nella vita vera, evitarlo e scegliere cosa portarci a casa sta a noi, sempre). Al Salone ho comprato libri bellissimi, abbracciato molto, chiacchierato, sgranato gli occhi un centinaio di volte e mangiato una rustichella pessima.

Poi ho messo i piedi in mare. Solo i piedi ché era maggio, l’acqua era fredda, io ho freddo praticamente sempre e quindi mi sono accontentata di quello. Però è stato bello, tanto.

Ho iniziato a rileggere – credo per la quarta volta – Ogni cosa è illuminata. E tutte le volte mi dimentico di quanto cacchio è bello quel libro, di dove mi porta, dei magoni che mi lascia.

Mi sono tatuata, ho rivisto amiche lontane, ho baciato molto, spedito cartoline brutte, raccontato sogni impastati di sonno, fatto foto stupide con amiche meravigliose, imburrato ravioli, custodito rivoluzioni minuscole.

Sono stata felice. Ma questo posto qui mi è mancato, quindi, ecco, ci torno. Anche per chiacchierare del nulla, ma ci torno.

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(foto Unsplash)

Luci | Racconti visionari

Te le ricordi le luci che c’erano il giorno che ci siamo rivisti? Era gennaio, ma gennaio avanzato, quasi febbraio, e sembrava una giornata di primavera, una primavera sbagliata, che è arrivata troppo presto e adesso se ne sta ferma in un angolo senza sapere cosa fare.

Ecco, pensa a una giornata così ma con le luci di natale. Te le ricordi? Stavano sul palazzo ad angolo, scendevano che sembravano una pioggia di lucciole ubriache, sbandavano, c’era vento.

Era una giornata con tutto fuori posto. C’erano le luci di natale in ritardo e una primavera sbagliata in anticipo. E poi il vento incasina sempre tutto.

Io avevo paura che arrivasse un temporale, sarebbe stato fuori stagione, insensato come tutto il resto. Le lucciole ubriache in certi momenti sembravano impazzite e si aggrovigliavano, poi di colpo si fermavano e si lasciavano andare e a me veniva un po’ da piangere, stavamo lì e facevamo finta che fosse normale. Ridere, parlare, mi passi quel bicchiere, visto che vento, fa caldo per essere gennaio, si saranno dimenticati di togliere le luci, forse le tengono perché senza sarebbe tutto più triste, è triste anche così, che hai fatto per le vacanze, il lavoro come va, guarda quei due come si somigliano, il progetto nuovo va avanti, vuoi ancora del vino, sarebbe meglio un caffè.

Anche noi dovevamo sembrare due lucciole ubriache. Ci muovevamo seguendo traiettorie che viste da fuori probabilmente assomigliavano a giri casuali, come quelli degli insetti che impazziscono e volano intorno a una luce e ci sbattono contro e poi si allontanano e poi tornano e secondo me mentre lo fanno pensano “adesso la smetto, adesso me ne vado” e invece non vanno da nessuna parte e qualche secondo dopo stanno di nuovo a sbattere e noi eravamo così, due insetti impazziti che nella testa si dicevano “adesso la smetto, adesso me ne vado” e invece non andavamo da nessuna parte.

Forse tutto quello che è successo dopo è stato per quelle luci sbagliate. Chissà se le hanno tolte, adesso.

luci

i racconti visionari nascono con le immagini di Federica Lissoni so#photo e i precedenti li trovate qui.

La ballata dei pensieri ricorrenti

C’è chi ha i sogni ricorrenti, io di ricorrenti ho i pensieri.

Ché ci sono cose che ultimamente penso spesso, mi compaiono nella testa come un singhiozzo e allora ho deciso che le scrivo. Non che questi pensieri mi diano fastidio e voglia zittirli, ma se sono così insistenti è perché magari vogliono spazio e allora va bene, prendete aria, andate in giro che è pure quasi primavera e in giro si sta così bene.

Uno. La vita è troppo breve per vestirsi di beige. Il nero mi piace, il beige mi mette una tristezza nel cuore che boh. E lo dico senza la minima competenza di moda, fèscion-cose o robe simili. È che mi fa proprio diventare tristissima. Molto più del grigio, per dire.

Due. Chi non gioca si perde cose molto belle. E non dico giochi organizzati e neanche giochi di società, ma proprio cose piccole, piccolissime, cose come i “facciamo finta che”. Fate finta di essere draghi volanti, rock star, maghi, volpi, pirati. Mica per ore, eh, basta un pochino, basta un minuto, forse pure meno. Ma fatelo, date aria alla fantasia. Dieci secondi al giorno li trovano tutti, giuro.

Tre. Bisogna esprimere desideri ogni volta che si può (sì, in questo periodo sono in fissa con la storia dei desideri). Quando si assaggia per la prima volta un frutto di stagione, o un piatto mai provato, quando si staccano le ciglia – stringere tra le dita, sopra o sotto, ripetere fino a che si indovina – o quando si vede l’arcobaleno, quando si trova a terra un soldino, quando cade una stella. Quando c’è una scusa qualsiasi  per farlo. Quindi cercate scuse, su.

Quattro. Diventare se stessi è una roba che dovrebbe essere facile e invece non è facile proprio per niente. Che a volte ci remiamo contro da soli, come se non bastassero gli altri a fare resistenza ai nostri sogni. E allora smettiamola e diventiamo i nostri complici più agguerriti. (E la faccio facile a dirla così, eh: non lo è, però proviamoci, dai).

Fine – per ora – dei pensieri ricorrenti. Ma potrei averne altri, nuovi, a breve, chissà, quindi tenetevi pronti.

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foto @unsplash