La storia più bella di questa estate-che-estate-non-è

Sarà che è l’ultimo giorno di agosto, l’ultima sera per essere precisi, ma mi sa che è arrivato il momento di fare una specie di bilancio narrativo di questa estate-che-estate-non-è. Che è stata strana, e non solo per fatto che, ancora un giorno di pioggia, e mi ritrovo con le branchie dietro alle orecchie. È stata strana per diversi motivi – salite, discese, sviluppi e cadute con conseguenti sbucciature di ginocchia, progetti, tanti dubbi, pensieri, pochi gelati viste le temperature ma in compenso come si leggeva bene la sera, prima di dormire. Col lenzuolino tirato sulle gambe e ciao.

paesaggio

Comunque, divagazioni a parte.

In questa estate-che-estate-non-è ho scoperto libri meravigliosi, ma soprattutto uno, che stasera mi va di raccontare.

Che libri, intanto. Usati, soprattutto, perché a me piacciono da matti. Mi fa impazzire l’idea di trovare un libro che ha già avuto la sua vita – chissà dove ha abitato, con chi, cos’ha visto prima di venire via con me. Chissà che cosa voleva dire quel segno a pagina ventidue. Per dire. E poi quando entri in una libreria dell’usato puoi trovare di tutto. Alla faccia delle regole della distribuzione, del fatto che un libro sia fuori catalogo, che non venga più stampato dal 1984. Tu entri e aspetti che il tuo libro ti trovi (perché, ammettiamolo: in posti così noi non troviamo un bel niente, ci fermiamo e aspettiamo che una storia, oppure un’altra, ci chiami e ci dica ehi, ciao, sono io).

Ecco, tra queste storie qui, in questa estate-che-estate-non-è, quella che mi ha lasciato addosso più polvere luccicante di magia è stata I cani di Gerusalemme, di Fabio Carpi e Luigi Malerba. L’ho trovato – mi ha trovata, pardon – una sera di apertura straordinaria della Bookbank (una libreria che prometto racconterò in un post a parte, perché le cose belle vanno condivise). È un libro piccolo, un formato bellissimo, una copertina gialla che avrebbe dovuto allontanarmi visti i miei problemi con quel colore, ma invece no e quindi era proprio destino.

L’ho visto, mi ha vista, l’ho preso in mano e ho letto la citazione di apertura: “Gli specchi dovrebbero riflettere un momento prima di riflettere le immagini”. Sbam, era amore. E visto che sull’amore non si riflette, siamo tornati a casa insieme, così, dandoci fiducia.

I cani di Gerusalemme è la storia del barone Nicomede di Calatrava, “ma è anche una storia di debiti, di intrighi familiari, di esaltazioni mistiche, di sete, di fame, di miraggi e allucinazioni”.

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Il barone Nicomede di Calatrava non ha nessuna intenzione di partire per le crociate: “battersi per una tomba… che idea mortuaria”, dice. Ma gli fanno pressione, sua sorella vuole diventare santa, e allora va bene, partiamo, ma mica come tutti gli altri, noi – spiega al suo scudiero – andiamo alla Gerusalemme verbale. E iniziano a camminare, girando intorno al castello fino a percorrere la stessa distanza che li separa da Gerusalemme fisica, quella vera. Ci vorrà un anno, più o meno. E la strada sembra facile, ma non è vero.

Un anno è tanto tempo, la strada per la Gerusalemme verbale è lunga, e barone e scudiero attraversano un mondo che secondo me mica si immaginavano di incontrare, nel cerchio che racchiude il castello ma che in realtà, visto da vicino, non assomiglia a niente che conoscevano già.

Ecco, alla fine, di questo libro qui mi sono proprio innamorata. A parte per la storia geniale, mi sono innamorata per come la racconta, e poi in certi punti assomiglia a Calvino e questa è una cosa che a me fa sempre sorridere. Non ridere, ma sorridere, come quando rivedi qualcuno che ti mancava.

“Il linguaggio, Ramondo, ricordatelo bene. Il linguaggio è tutto. Prima viene il linguaggio e dopo, eventualmente, se c’è, viene il mondo…”.

Altro da aggiungere? Sorriso inevitabile a parte, no.

Elenco sommario di cose che ho imparato in questi 32 anni

Che il giorno del mio compleanno sono quasi tutti in vacanza (e di solito pure io), ma quel giorno, ovunque io sia, sullo specchio del bagno di casa dei miei ci sono degli auguri per me, scritti col rossetto.

Che la maionese non mi piace, nonostante i ripetuti assaggi.

Che la scena in cui Nemo dice al pellicano “E’ il mio papà, è il mio papà!” mi fa piangere sempre. Ma proprio sempre.

Che quando sono davanti al mare sto bene.

Che ce la faccio, anche quando penso di no.

Che non sono minimamente portata per quei lavori di manualità e pazienza come l’uncinetto, che pure mia nonna, con tutto il suo amore, ci ha provato a insegnarmelo, ma dopo un paio di tentativi si è arresa.

Che quando canto sono felice – e chi mi sta vicino, un po’ meno.

Che abbino i colori a modo mio, ma va bene così, e che ho dei problemi col giallo ma accetto il senape, come mi ha fatto notare la mia amica Elena.

Che ho una tribù bellissima.

Che adoro il caffè.

Che le storie salvano.

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Prevista neve

E queste erano le previsioni per domani: svegliarsi (semmai fossi riuscito a dormire davvero), accendere la luce e controllare.

Controllare se ancora stava nevicando.

Ma non fuori. Controllare se ancora stava nevicando in quella stramaledetta palla di vetro.

La stavo guardando di nuovo, ormai era diventata un’ossessione, ma pensavo di avere tutte le ragioni per esserne ossessionato.

Perché non era normale. Non era assolutamente normale che lì dentro continuasse a nevicare − e poi io dicevo ‘nevicare’ ma quella non era neve, erano pezzettini, briciole di non so cosa, piccole, bianche, finte. Ipnotizzanti. Ed erano tre giorni che scendevano senza mai smettere e ormai mi sembrava una specie di incubo, un incubo che mi tormentava da sveglio e anche quando dormivo, perché ero arrivato a sognarla, la neve, dentro la sfera e fuori, e io sommerso dal bianco e dall’acqua, immobile sotto quella caduta lenta biancastra e continua.

palla_neve

Tutto questo senza che facessi niente, senza che toccassi più quell’aggeggio. Perché in quel caso sarebbe stato normale, avrei girato ancora la palla e la neve avrebbe ricominciato a cadere. Ma io dalla prima volta non ci avevo più messo mano: un solo movimento di polso, andata e ritorno, e poi l’avevo rimessa a posto. Solo che lei non si era più fermata.

***

Dopo la prima mezz’ora passata a fissarla avevo pensato che forse era il caso di chiamare qualcuno e raccontargli cosa stava succedendo. Poi però mi ero detto che era meglio non farlo, e me l’ero detto perché mi erano venuti dei dubbi.

Magari ero io.

Magari ero io che vedevo quella specie di nevischio artificiale continuare a scendere (scendere scendere scendere) e invece la neve era perfettamente ferma sul fondo della palla, proprio come ci si aspetta che sia quando il gioco finisce, solo che io continuavo a vederla, anche se in questo caso sarebbe stato più corretto dire che continuavo a immaginarla.

Avevo pensato abbastanza a lungo a questa possibilità anche se in effetti non mi convinceva fino in fondo perché la neve dava proprio l’impressione di esserci, come c’erano i miei piedi nelle ciabatte. Comunque alla fine avevo preferito non dire niente a nessuno.

Avevo anche pensato che magari era normale che succedesse così, che una volta dato il primo colpo poi la neve scendesse ininterrottamente e magari le altre volte mi ero annoiato e mi ero allontanato subito, quindi poteva essere che non mi fossi mai accorto di quanto durasse in realtà quella caduta chiara e fastidiosa. Forse quella era la prima volta che mi fermavo e guardavo seriamente.

Ma anche dando per buona questa spiegazione, che a dire la verità mi sembrava abbastanza stupida, restava un problema. Dove andava a finire la neve?

Questa cosa mi faceva diventare matto. Sul fondo non si fermava niente: cadeva e subito spariva (ma spariva dove, mi chiedevo io) e ricompariva in alto e ricominciava a venire giù, e poi ancora spariva, e aveva un ritmo che mi dava i  nervi, e dopo le prime ore mi era anche venuta la tentazione di prendere la palla e lanciarla contro il muro. Poi però non l’avevo fatto.

***

La prima notte ero anche riuscito a dormire, anche se con un sonno un po’ agitato.

Mi ero svegliato presto e non mi ero ricordato subito della neve. Poi mi è venuta in mente, così, all’improvviso e sono corso a vedere com’era la situazione. Speravo che fosse tutto fermo, niente puntini bianchi ad attraversare l’acqua, così avrei riso pensando che mi ero confuso, o che avevo sognato tutto o magari che era una scena che avevo letto in un libro e che per un attimo mi era sembrata vera.

E invece no.

Invece la neve dentro la palla scendeva ancora (scendeva scendeva scendeva), con la stessa lentezza del giorno prima, con quella sua superbia di ghiaccio finto, di polvere minacciosa, e allora avevo sentito le gambe diventare molli e qualcosa nella mia testa che lanciava l’allarme, ma non ero scappato. Mi ci ero messo davanti e l’avevo guardata.

***

L’avevo guardata tutto il giorno, spostandomi solo il minimo necessario.

E lei non faceva una piega, un accenno di tregua. Niente.

Non sapevo più cosa pensare. Arrivato a sera avevo gli occhi così stanchi che non stavano nemmeno aperti ma non riuscivo a smettere di guardarla. Mi ero addormentato sulla sedia, davanti a lei, come una guardia. O uno schiavo.

Quella notte avevo sognato solo neve.

***

E poi un’altra giornata lì davanti. La terza.

Ogni tanto sentivo il telefono suonare, ma non rispondevo, non potevo distrarmi da quella caduta che stava diventando cattiva − sentivo che era cambiata, non aveva più la stranezza dell’inizio e ora era come se ridesse. Un ghigno che mi sbatteva in faccia come se niente fosse.

E stava per finire anche il terzo giorno. Il terzo giorno di neve. Avevo bisogno di dormire e di svegliarmi senza di lei. Ma per quello non avevo nessuna certezza. Dovevo accontentarmi delle previsioni.

Svegliarmi.

Accendere la luce.

Controllare.