Instamare – Saluti da Rimini

Ovvero: i social sono quella cosa che crei tu

Questo weekend sono stata al mare. Ho passato tre giorni con i piedi sulla sabbia e la sabbia ovunque – nei capelli, nella borsa, tra le pagine del quaderno – e sono stata bene. Molto bene. Ho respirato l’odore del mare, ascoltato il rumore delle onde, dormito un sacco, ma soprattutto ho riso, chiacchierato, mangiato e brindato con le mie compagne di viaggio. Questi tre giorni mi sono piaciuti. Assai.

E cosa c’entra coi social, direte voi.

C’entra eccome perché questa mini vacanza si chiamava Instamare perché è su Instagram che nasce, perché ha preso il bello di una cosa virtuale e l’ha fatta diventare vera, ha trasformato la distanza di vicinanza.

Ve la racconto veloce: c’era una volta un gruppetto di ragazze che si sentivano praticamente tutti i giorni. Questo sentirsi succedeva nel regno di Instagram, un regno lontano lontano. Ogni tanto qualcuna di queste ragazze diceva “però sarebbe bello incontrarsi, un giorno”, fino a quando due di loro decisero che dirlo non bastava più e bisognava farlo davvero. Così nacque Instamare, che non riuscì a riunire proprio tutte le ragazze ma qualcuna sì. Furono tre giorni fuori dal tempo, giorni felici e contenti. Fine.

Ecco, io da questa cosa qui, da questa magia di ritrovarsi simili dopo essersi incontrate in quel regno lontano lontano dove abitano tutti ma sembra non viva (realmente) nessuno, ho avuto una conferma che, soprattutto per il lavoro che mi sono scelta, mi sembra proprio importante: i social sono una cosa che crei tu. Sono uno strumento nelle mani di chi li usa. Non sono un animale selvatico e indomabile – possono diventarlo, questo è sicuro, ma se succede è colpa nostra, mica loro.

Questo vuol dire due cose: uno, che il brutto di questo mondo virtuale (la violenza, il plagio, la mancanza di rispetto) non è una conseguenza inevitabile, non sta automaticamente nel gioco, ma se c’è è perché l’abbiamo portato noi; due, che abbiamo un potere grandissimo, la scelta. Possiamo scegliere come usare questa materia che ci troviamo tra le mani e trasformarla in bellezza. Almeno provarci, che poi non mi sembra mica poco.

In fondo è sempre una questione di scelta, dobbiamo solo ricordarcelo. E voglio ricordarmelo anche quando, tutti i giorni, con questa materia virtuale ci lavoro, perché ogni parola può trasformarsi in un incontro, in un’occasione. Purtroppo non si trasformerà spesso in una vacanza al mare con persone che ti sembra di conoscere da una vita – lo so che sembra assurdo, lo so, ma fidatevi che è successo – però può diventare qualcosa di bello. Basta scegliere.

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Una scusa per scrivere sempre

Scrivi sempre. Me lo sono ripetuta talmente tante volte che alla fine ho deciso di scrivermelo addosso. Non a parole, con due virgolette colorate. Le guardo, tutti i giorni, e mi dico che sì, lo sto facendo davvero. Lo sto facendo talmente tanto che, dopo qualche cambio di direzione, mi sono scelta un lavoro che in fondo è una scusa per scrivere sempre. Perché alla fine le parole e le storie mi hanno accompagnata in tutti quei cambi di direzione, avevano forme diverse ma erano sempre lì.

E allora, direte voi.

E allora ho pensato che era arrivato il momento di dirlo – scriverlo – a voce alta, che raccontare, inventare, cercare il modo e le parole giuste, è diventato anche il mio lavoro. E che, con tutte le difficoltà del caso, con le ansie di una partita iva che dà le stesse certezze di camminare su un filo altissimo senza rete di protezione, e con la voglia di costruire qualcosa che va inventato di giorno in giorno, ecco, mi piace da matti.

Scrivo testi per siti web, per blog e mi occupo anche di social media (com’è che scriverlo così mi sembra una specie di outing?) e ultimamente ci ho pensato tanto e ho capito che se ho deciso di investirci tutto è perché quando scrivo sto bene. E non solo quando scrivo per me, anche quando cerco il modo giusto per raccontare le storie degli altri.

Ecco, detto. Anzi, scritto. Chiudo e torno a inventare, pronti-partenza-via.

Che sia una giornata di storie bellissime.

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Elenco sommario di cose che possono succedere quando vai al BookPride

Che sulla linea ferroviaria che ti porta a Milano, proprio quella mattina devono rimuovere un “residuato bellico della seconda guerra mondiale”. Una bomba, insomma. Con tanto di treni in un crescendo di ritardo ritardissimo super-ritardissimo cancellazione. Bene ma non benissimo, insomma.

Che almeno però il viaggio lo fai leggendo un libro bello e chi ti sta seduto dietro ti sente ridere e secondo me sorrideva pure lui, per osmosi.

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Che vedi la tua metà fotografica e si chiacchiera, si pensa al nuovo racconto visionario, ai prossimi progetti, agli inizi, alle paure che – sempre, mannaggia a loro – stanno con gli inizi, all’entusiasmo che chiappe alle paure e ce la si fa.

Che arrivi in fiera ma hai fatto tardi causa residuato bellico e quindi hai fame, talmente fame che fai un primo giro agli stand ma pensi solo a cosa potresti mangiare fuori di lì quindi esci quasi subito per procacciarti del cibo.

Che quando ritorni, finalmente a pancia piena, ti godi tutto. Copertine, titoli, nomi conosciuti e sconosciuti e sconosciutissimi, illustrazioni che spalanchi gli occhi e la bocca e il cuore, abbracci, desideri, idee, quarte di copertina.

Che il tuo editore di fiducia ti dice “abbiamo tre nuovi libri, ma per te ne va bene uno. Ti fidi?”. E che, non ci vogliamo fidare?

Che decidi di scoprire una casa editrice che proprio non conoscevi, perché hanno copertine coraggiose e per caso hai pescato una storia che ti è sembrata abbastanza folle per farti innamorare subito.

Che il ritorno in treno è peggio dell’andata, in un altro crescendo di ritardo ritardissimo troppa-gente ma fa niente, hai due libri nuovi, chiacchiere in tasca, idee in testa. Pronta per ripartire.