Elenco sommario e caotico del mio 2015

Ho preso il treno quasi tutti i giorni, non ho traslocato, sono stata due volte a Firenze e una a Genova, ho visto da vicino le statue di Mitoraj, non sono stata zitta, mi sono tatuata poi è passato del tempo e adesso mi sta venendo voglia di colorarmi ancora, ho abbracciato molto, ho avuto paura di diverse cose molte delle quali non erano nemmeno grandi anche se a me in quel momento sembravano giganti, ho scritto un po’ di storie minuscole, ho ricominciato a pensare alla storia di quel marinaio che non c’è ma sono lenta a scriverla e a dire la verità anche un po’ a immaginarla, ho ascoltato musica che non avevo mai ascoltato, ho fatto il bagno in mare dopo anni di mancanza, ho condiviso piatti forchette bicchieri e colli di bottiglia creando intimità culinarie bellissime, ho letto libri meravigliosi e libri niente-di-che e ho abbandonato dall’inizio libri noiosi, ho rotto un ombrello appena comprato, non ho imparato a cucire né a cucinare né a rifare il letto in modo decoroso ma ammetto che la cosa non mi preoccupa neanche un po’, non ho guardato molti film e invece di questo mi dispiace, ho sognato un sacco sia letteralmente che metaforicamente, ho spedito regali e cartoline, mi sono sentita fortunata, non mi sono innamorata e qui ci sta un uffa ma ho avuto la conferma di avere intorno – vicino e lontano – persone speciali, ho sentito il richiamo delle radici, ho comprato vestiti a fiori, ho cantato molto stonando in modo imbarazzante, ho detto dei no importanti, ho visto almeno tre arcobaleni ma neanche una stella cadente, ho bevuto mille caffè, ho iniziato a correre e poi ho smesso ma adesso voglio ricominciare, avrei voluto toccare i blu di Chagall quando mi ci sono trovata davanti e sporcarmi le mani e poi passarle sulla faccia, ho accarezzato molti cani, ho detto più parolacce del previsto, ho raccolto da terra castagne foglie due bottoni marroncini e uno bellissimo argentato con un’àncora sopra, ho riso fortissimo, ho viaggiato con una pianta di menta in borsa e un piede gonfio e addosso un vestito che proprio quel giorno aveva deciso di rompersi, mi sono commossa a teatro una sera d’estate ascoltando una storia che parlava anche di me, ho intrecciato nodi, ho scoperto incoerenze che mi hanno fatto arrabbiare ma anche conferme che mi hanno fatto sorridere, ho fotografato finestre-bellissime cartelli-stradali panni-stesi pomodori tazze-di-caffè libri nuvole maglie-a-righe, ho iniziato a rischiare, mi sono scelta.

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Storie (minuscole) per un anno

Ok, è arrivato il momento di iniziare a fare i conti con il 2015. Mica tante cose, ma una ci tenevo a scriverla. A inizio anno avevo detto che questo sarebbe stato l’anno delle storie, che avrei scritto ogni volta che potevo, pure cose piccole. Piccolissime. E così sono nate le storie minuscole, non ce ne sono state mille ma qualcuna sì e avevo voglia di metterle tutte insieme, qui (in ordine assolutamente casuale). Per non perderle. Per riguardarle ogni tanto e ricordarmi di raccontare, tutte le volte che mi va.

Dentro la sua barba teneva tutto. Il tabacco per la pipa, un anello che era di sua madre, due conchiglie e un numero imprecisato di bottoni, una bussola che segnava l’est con un’insistenza che sfiorava l’arroganza e una coppia di pettirossi. Era una barba felice, la sua.

Il giorno che si svegliò sentendosi soffocare, buttò via tutte le parole che aveva. Sacchi di Scusami. Scatole di Perché. Borse che vomitavano Non Lo So. Una decina di Implicitamente – mica tanti, a pensarci bene. Poi si mise in tasca un Forse e uscì. Senza fare rumore.

Scrisse su un foglio a quadretti le cose che avrebbe voluto. Le scrisse con una penna rossa. Scoprire una specie animale finora sconosciuta. Insegnare a sua nonna a giocare a carte senza barare. Addestrare una stella marina. Partire per un lungo viaggio in un sommergibile ultra equipaggiato. Un gelato. All’improvviso gli sembrò di chiedere troppo e cancellò il gelato. Poi ci ripensò e scrisse “anzi, invece sì”.

Raccontami una storia. Una storia che parla di una donna bellissima, con la voce leggera. Sarebbe bella come una città incastrata tra le montagne, non credi? La immaginerei mentre solleva il braccio, forse per salutare, forse per proteggersi dal sole. Sarei lontano, non potrei vederla bene, ma la tua storia sarebbe così, un po’ velata. Inizia pure quando vuoi, io intanto chiudo gli occhi.

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Uscì di casa ma c’era vento e gli si confusero tutti i pensieri. Si perse dodici volte, salutò ogni albero e dichiarò il suo amore a una bicicletta blu, che in effetti era molto carina. Poi il vento se ne andò ma quell’amore gli rimase in tasca, in certi giorni lo tocca con la punta delle dita e sorride. 

Un martedì mattina che aveva appena smesso di piovere capì di avere paura. Quella paura leggera, umida, che si attacca ai vestiti. Si strinse addosso la giacca, per tenere la paura fuori. Accelerò il passo. Per un po’ non successe niente, poi gli sembrò di sentirla scivolare. Teneva ancora la giacca chiusa con le mani, era più sicuro, ma camminava. E’ già qualcosa, si disse. E’ già qualcosa.

Era un mostro così timido che aveva imparato a mimetizzarsi. Diventava a righe come la tappezzeria, fiorato e leggero come le tende della cucina, blu come i sogni quando la notte si trasforma in mattino. Nessun bambino lo vide mai, tranne uno, il giorno in cui si scoprirono entrambi immobili e verdi come la siepe del giardino. Il bambino guardò il mostro e si portò un dito alle labbra. Il mostro sorrise e non parlò. 

Mi scusi, ma non ci siamo già visti conosciuti incastrati qualche vita fa? Dice di no? Eppure quel neo mi sembra di riconoscerlo. E quei guanti, li portava anche in quell’altra vita là, una sera di novembre perse il sinistro a teatro, si ricorda? No? Sicura sicura? Eppure.

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Visse novantasette anni e in quei novantasette anni scrisse tredicimilaseicentoventotto poesie. Erano molto corte, alcune di pochissime parole, una delle ultime diceva “lontano/fuoco”. Profetica, applaudirono i lettori. Criptica, commentarono i critici. Imbarazzante, pensò la moglie, ma non lo disse. Morì un lunedì che pioveva. Geniale, commentarono i critici. Geniale.

– Hai presente l’inverno?
– Quella cosa che hai perso?
– Sì.
– Credo sia rotolato via, verso di là. Ti dispiace?
– Penso di no.
{ di quando l’inverno se ne andò, e a loro non dispiaceva }

Quando la mongolfiera si alzò, tutti guardarono in alto. Solo il vecchio guardò le mani del pianista. L’aveva sentito suonare, una volta, tanto tempo prima. Tutto il mondo era lì. Volasse pure la mongolfiera, era solo un animale muto. Quelle mani, invece.

Potresti scrivermi una lettera, chiudere gli occhi e scrivere e usciresti dal foglio, sarebbe una lettera bellissima, una lettera sconfinata per davvero. Una lettera sulla tovaglia, sul tavolo, sul giornale del mattino, parole che si mischiano alle briciole, pensa che cosa bella, pensa.

Bisognerebbe inventare un mare, qui. Un mare senza paure, con solo vento silenzio e meraviglia. Un mare che canti piano canzoni che nessuno ha mai sentito.

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Quella sera arrotolò la nostalgia e ci fece un cuscino per la notte. Ne uscì una specie di guscio di lumaca, ci si infilò dentro e fece sogni densi. Blu.

Se un giorno di questi troverò la tua voce magari sarà per strada, tu che pensavi di averla persa e invece voleva solo prendersi una boccata d’aria. “Faccio due passi e torno” mi dirà, e io ti chiamerò e tu mi chiederai “ma sta bene?”, “certo, era solo un po’ stanca, e poi dice che le fai pressione, vuole i suoi spazi” ti risponderò.
Poi tornerà e farete pace, e neanche ti ricorderai del giorno che la incontrai per strada e parlammo di te. 

Quando il violoncello inizierà a suonare farò tre passi. Ci sarà odore di foglie bruciate. Ti guarderò da lontano e tu non ti accorgerai che sono lì. Avrai in tasca una lettera che non puoi aprire e che quindi non aprirai. Ci sarà odore di foglie bruciate.

Cercava la strada che portava al mare, trovò un bosco e un cappello. Mise il cappello in testa e pensò che nel bosco avrebbe potuto incontrare una città fantasma. Terrificante. Meravigliosa.

– …e ritornò al villaggio, che fece festa per tre giorni e tre notti, e la vita riprese finalmente come un tempo.
– E poi?
– E poi basta.
– La storia è finita?
– Sì.
– Potrebbe ricominciare, però, vero?
– Sì, potrebbe.
– La facciamo ricominciare?
– Sei sicura?
– Sì.
– Era una mattina d’inverno quando il villaggio si svegliò e si accorse nell’incantesimo…

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C’era una volta un mago sbagliato. Dopo anni di prove, perdeva ancora conigli nel cilindro, confondeva le formule magiche, scambiava colombe con mazzi di fiori e la sera, quando si spogliava, trovava assi di cuori nelle pieghe dei calzini.
Un giorno, davanti a dodici spettatori sbadiglianti, trasformò la sua bellissima assistente in un cavallo e fu proprio in quel momento che capì. Abbracciò il cavallo, che aveva un’espressione contrariata, e le signore della prima fila, e sparì. Questa volta senza svelare il trucco, ma con la faccia di chi sa dove va. 

La sua casa era piena di barattoli. Ovunque, pareti di barattoli, e dentro solo un foglio. Bianco.
– Perché? – gli chiedevano.
– Per le storie ancora da scrivere – rispondeva.

– Come gli dei. / – Nascosti? / – Incastrati. / – Incastrati? / – Incastrati nella malinconia di non sapere se si esiste o no. Di non potersi graffiare per vedere se si sanguina o no. 

Il poeta era talmente costruito che uscendo urtò contro lo spigolo del tavolo e perse una vite. Adesso forse ha una rima che cigola.

E quel giorno, inseguendo la luce, trovò una foresta di ombre. Era fresca. Avrebbe potuto esserci un mare, vicino – uno qualsiasi, e sarebbe stata una cosa così simile alla perfezione da fare arrossire. 

[ e adesso? ]

racconti visionari #7

Numero 341, giorno 23

Ciao. Come stai? Questa è la telefonata numero 341, giorno 23, giusto nel caso avessi perso il conto. Io no, non l’ho perso, ma è abbastanza facile visto che le telefonate le sto facendo io e oltretutto le sto segnando su un quaderno. Quello blu, rilegato male, hai presente?

Comunque. Vado subito al punto perché altrimenti poi perdo il coraggio e va a finire come le altre volte che non ti dico quello che ti volevo dire quando ho fatto il numero.

Allora, il fatto è questo – aspetta, suonano alla porta.

Era il tizio delle pizze. Però vorrei precisare che non ho deciso di chiamarti proprio quando stava per arrivarmi la pizza, perché è arrivata troppo presto, gli avevo detto un orario e il ragazzo è arrivato almeno mezz’ora prima. Ma non fa niente, non ti preoccupare, la mangio dopo, tanto se si raffredda posso sempre scaldarla, e poi l’ho sbirciata e hanno pure sbagliato, ci hanno messo i funghi e i funghi proprio non li sopporto quindi dovrò toglierli tutti prima di mangiarla, ecco adesso penserai che ho manie ossessivo compulsive ma in realtà ho solo un problema con i funghi, non mi vanno giù, ci ho anche provato diverse volte ma non posso farci niente, ho dovuto arrendermi, non mi piacciono. Ci sono quelle cose, no?, ci provi, ci provi, e niente.

Come tutte le volte che ho provato a chiamarti prima di oggi. 340. Mica poche, eh? Il fatto è che succede sempre qualcosa, a un certo punto – mi sa che era tra la 267 e la 268, ma dovrei controllare il quaderno – ho anche pensato che forse era destino. Ho pensato che avrei potuto fare un milione di tentativi e non ne avrebbe funzionato uno, non ti avrei detto quello per cui ti sto chiamando.

Vedi, anche adesso stavo perdendo il filo. Che poi lo so, non è perdere il filo, è che dirtelo non è mica facile, non so cosa potrebbe succedere dopo e allora tentenno. Inciampo, in un certo senso. Ci vorrebbe coraggio, lo so.

Senti, facciamo una cosa. Facciamo che questa era la prova generale e la 342 sarà quella buona? Che ne dici? Ripasso giusto due cose, faccio un bel respiro, infilo la presa del telefono nel muro, aspetto il primo tu-tu, e faccio il tuo numero.

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Le altre foto di Federica le trovate qui:

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E poi fotografa su Soffiablablog… fotografie, illustrazione… magia!

 

Il libro di tutte le cose

“Il libro di tutte le cose” è stato una specie di specchio. Uno specchio desiderato, in realtà, nel senso che se penso alla voce che vorrei avere, quando scrivo, mi viene in mente quel libro lì. E trovarlo è stato strano, è stato un amore a prima vista, una scommessa fatta a scatola chiusa: l’ho guardato in uno di quei pomeriggi in libreria che partono con “tanto non compro niente” e finiscono alla cassa per una copertina che ti ha chiamato, e quando qualcuno ti chiama non rispondere è maleducazione.

[ che poi dire che mi ha chiamato è impreciso. L’ho guardato e ho pensato che lì dentro avrei potuto sentirmi a casa. E infatti ]

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Guardò fuori dalla finestra per pensare, perché senza una finestra non riusciva a riflettere. O forse era il contrario: bastava una finestra perché automaticamente cominciasse a pensare. Poi scrisse: ‘Da grande diventerò felice’.

Non voglio raccontare troppo, però secondo me se cercate della magia dovreste leggerlo. Se cercate un modo di guardare il mondo in modo un po’ diverso, come fa Thomas, che vede cose che nessun altro vede.

Ecco, il fatto è questo, a me Thomas è stato simpatico da subito. Questa cosa per cui quello che vede lui gli altri non lo notano. Ma non solo. Thomas ha un po’ paura, a volte. Come me, come noi. Eppure.

La signora Van Amesfoort stava per tirare fuori un libro, ma si voltò sorpresa. Guardò Thomas sorridendo e disse: “Perdio, questa sì che è una buona idea. E sai quando si comincia a essere felici? Quando non si ha più paura”.

Ok, non dico più niente. Non scrivo più niente. Anzi, un’ultima cosa: forse io da grande voglio essere Thomas.

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