Quei libri che si a(s)mano, ovvero Enrica Tesio

Ho finito “La verità, vi spiego, sull’amore” di Enrica Tesio. Quella di Ti asmo. Quella di “Prima o poi l’amore arriva. E t’incula”, e mai sottotitolo di blog fu più profetico. Quella che ho scoperto grazie ad Annalisa, che un giorno mi ha mandato il link di un suo post e da allora è amore, ma di quella specie che non morde.

Il libro è uscito martedì e martedì sera ero in libreria a comprarlo. Affrontando coraggiosamente le due libraie meno simpatiche del mondo (inciso: guardarmi con aria di disapprovazione sillabando “letteratura rosa” dimostra soltanto che catalogate i libri con la stessa attenzione con cui io sistemo i calzini) e scontrandomi con una più o meno settenne che sfoggiava un rossetto decisamente più fashion del mio. Una specie di corsa a ostacoli, insomma, ma ho vinto e sono arrivata a casa col libro. Che mica potevo aspettare.

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Ammetto che avevo aspettative altine, cosa che di solito non aiuta. E invece.

Martedì sono arrivata a casa, ho letto le prime due pagine, mi sono commossa, ho riso fortissimo, e ho pensato che a pagina 235 ci sarei arrivata con un carico emotivo notevole.

E infatti.

Non è facile, parlarne, proprio per niente. Forse perché è ancora fresco, anzi caldo, in pancia, che le emozioni esplodono lì. Però un paio di cose devo proprio dirle e mi scuso in anticipo se saranno scoordinate, inciampanti, disordinate, ma non ho voglia di aspettarle, mi scappa di dirle adesso.

Della storia non dico niente (che – lo so, sono ripetitiva – i libri si leggono, non si raccontano), mi fermo su un paio di cose che più delle altre mi hanno fatto sobbalzare gli occhi e, a volte, il cuore.

Intanto lo sguardo che ha sulle cose. Che io, leggendo, ho girato su di me, perché penso che sia inevitabile. Uno sguardo che è onesto. E si potrebbe non dire più niente, perché non è che l’onestà sia proprio inflazionata ultimamente, e invece è onesto e semplice, che non vuol mica dire facile, semplice nel senso di vero, di quella cosa che tocchi e pensi “ecco, è così, non come ce la raccontavamo”. Lo so, è un pensiero soggettivo e egocentrico e autoreferenziale, ma ho letto questa storia e mi sono guardata e mi sono ritrovata a sorridere. Come quando scivoli in mezzo alla gente e, dopo aver (almeno) pensato una parolaccia, ti guardi da fuori e inizi a ridere tantissimo.

Ho letto questa storia qua e mi sento riconciliata. Con cosa? Non l’ho ancora capito bene. Forse con me stessa, con il mio ultimo anno di montagne russe, con la mia generazione di donne che troppo spesso si forzano per essere un sacco di cose e invece, ragazze, respiriamo e onoriamo Santa Ironia, che sarà l’ultimo baluardo di salvezza – e lo diceva pure Einstein, che come portavoce a me dà abbastanza fiducia.

E poi ci ho trovato un sacco di bellezza, in questo libro. Quella bellezza concreta, delle cose che si toccano. La bellezza che leggi e sai che è lì fuori, vicina, reale. Ecco, leggi e te lo ricordi. E la bellezza di poesie che riconosco, che ogni tanto saltano fuori dalle pagine e trovandole facevo confusione tra invenzione e vita, ma poi che differenza fa.

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Chiudo con due ultimissime riflessioni, che poi sono due ringraziamenti.

Uno, grazie per aver avuto il coraggio di ammettere pubblicamente l’antipatia per Amélie Poulain. Non siamo tutte Amélie, e grazie al cielo, altrimenti sai che noia.

Due, grazie per l’immagine della matrioska di donne. Lì, metaforicamente, mi sono abbracciata anch’io, per ritrovarle tutte, le Valerie dentro di me, e smettere di essere troppo severa con loro. Per una volta, abbracciarle e basta.

Ok, ho finito. Forse ho detto troppo, di sicuro ho fatto casino. In ogni caso, grazie.


Ps: il blog di Enrica Tesio è questo qui. Fatevi un regalo, leggetelo.

 

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Vi racconto una storia (minuscola)

Il 2015 dovrà essere l’anno delle sperimentazioni – l’ho detto, e scritto, alla fine di quell’altro anno là, quello con manie di protagonismo, il 2014. Diciamo che mi sto impegnando, soprattutto in una cosa, che a me è sempre sembrata difficilissima: iniziare a fare le cose anche se non sono proprio pronta per farle. Lanciarmi. Non preparare tutto, non studiare nei minimi dettagli, non organizzare l’organizzabile prima di fare qualcosa di nuovo. E questa mia difficoltà qui ha sempre coinvolto anche la scrittura, o almeno quella parte della scrittura che è condivisione. Non ti faccio leggere quello che ho scritto se non ne sono super sicura (salvo poi rileggere dopo un po’ e scoprire che quella sicurezza se n’è andata e quello che è rimasto è un mah, con tanto di naso un po’ arricciato e sguardo perplesso).

Comunque.

Quest’anno almeno mi impegno e faccio qualche tentativo in più di lancio. (mica robe esagerate, eh, ma rispetto a prima, pat pat sulla spalla). Quest’anno, per esempio, sto provando a scrivere storie minuscole. Talmente minuscole che appena le scrivo sono già andate via, quindi auguri con le manie di controllo e ultra preparazione, quelle lì sono già partite e si stanno facendo la loro piccola vita senza permetterti di richiamarle indietro, se va bene ogni tanto ti scriveranno una cartolina. Per dire.

Per ora ne ho scritte 14, di storie minuscole. Una ogni tanto, quando arriva, quando si presenta in casa senza neanche bussare. Allora le apro, la scrivo e lei se ne va. Veloce, così veloce che mi frega nelle mie ansie di revisione. Le scrivo direttamente sulla pagina Facebook, che mi dà l’idea che così sono pure più libere.

E niente, stamattina mi chiedevo dove andranno, alla fine. Ma poi mi sono anche detta che è presto per pensarci, andranno dove vorranno e speriamo solo che siano felici.

Intanto ne scrivo una qui, l’ultima, la #14.

Era un mostro così timido che aveva imparato a mimetizzarsi. Diventava a righe come la tappezzeria, fiorato e leggero come le tende della cucina, blu come i sogni quando la notte si trasforma in mattino. Nessun bambino lo vide mai, tranne uno, il giorno in cui si scoprirono entrambi immobili e verdi come la siepe del giardino. Il bambino guardò il mostro e si portò un dito alle labbra. Il mostro sorrise e non parlò”.

Le altre andranno avanti qui. E poi vedremo. E poi chissà.

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(Jeanette Winterson, Il custode del faro… giusto perché le storie non finiscono mai)

Esercizi (altrui) di bellezza quotidiana

Oggi ho deciso di raccontare quattro progetti (altrui) di bellezza quotidiana. Perché la ricerca della bellezza è una delle cose che secondo me dà senso a tutto il resto (per iniziare con una considerazione poco impegnativa). E soprattutto perché quando la bellezza la si insegue tutti i giorni, con uno sguardo attento alle cose piccole, io mi incanto. Mi fermo a guardare quei tentativi – di poesia, posso dirlo? – e penso che siano talmente importanti che bisognerebbe urlarlo. Fortissimo. O almeno scriverlo con un tutto maiuscolo. BELLISSIMI E FONDAMENTALI. Ecco, adesso va meglio.

Io ho provato per alcuni periodi a lasciare una traccia delle mie ricerche quotidiane, nei due dicembri (ma si dice dicembri?) in cui ho partecipato al progetto #ptit di Zelda was a writer (qui trovate un po’ di info, e comunque il blog di Zelda è da leggere a prescindere) e nei 100 giorni di #100happydays (di cui ho parlato qui). Però ci sono persone che tutti i giorni riescono a scrivere, fotografare, fermare con un dito una briciola di bellezza. Una parola, un ritaglio, una previsione, una scintilla che luccica e che si stacca dal resto della giornata. Ecco, oggi ho voglia di raccontarvi questa cosa qui e ho scelto quattro progetti che mi piacciono da matti. Come sempre, il criterio è totalmente di pancia, ma va bene così.

Ah, sono tutti progetti che seguo su Instagram. Non lo so se è un caso. Forse no perché nelle immagini rimango spesso incastrata (quasi come nelle parole. Quasi).

Comunque. Parto con @lazappi, che fa una cosa meravigliosa. Ritaglia parole. Pezzi di frasi che diventano un racconto piccolissimo, una poesia minuscola. Un titolo per una storia ancora da scrivere. Un finale per un ricordo che a questo punto ti tocca andare a cercarti in tasca. Perché quando guardi quei ritagli lì non puoi mica passare oltre senza cercare un prima, o un dopo, o almeno un perché. Chiamano una storia, insomma. E non è mica una cosa da poco.

lazappi

Poi c’è @giui. Che fa un sacco di cose belle tra cui previsioni sul giorno che verrà, davanti a una tazzina di caffè. “Nel mio caffè #vedoeprevedo”: iniziano così i suoi post mattutini, che sono così belli perché ti danno la sensazione fortissima che la tua giornata, oltre a prevederla, la puoi proprio inventare. Prendere la rincorsa e lanciarti. E allora guardi il tuo caffè e pensi “attento, giorno, che ho tanti di quei progetti che farai fatica a starmi dietro”. La bellezza di un’energia contagiosa, @giui.

[ il blog di @giui lo trovate qui ]

giui

@elena_green mi ha insegnato a guardare le foglie. E’ stato una specie di contagio, mi ha fatto venire voglia di fare attenzione. Alle foglie, ma anche a tante altre cose piccole. E lei le cerca tutti i giorni, le cose piccole e belle. Anche lei di scuola zeldiana con i #ptit, dai dicembri non si è più fermata e continua a cercare. Il suo progetto si chiama #onepitittoadayproject e racconta ogni giorno una scintilla che si stacca dal resto e luccica luccica luccica.

[ il blog di @elena_green, qui ]

elena_green

E chiudo con @gioistantingrammi, che per tutto il 2014 ha dato il buongiorno con le sue colazioni e adesso invece racconta una parola al giorno. E sarà che a me le parole piacciono da matti, ma mi sembra proprio un’idea bellissima, srotolarne le radici, disegnare gli accenti, far dondolare i significati come lanterne quando c’è vento.

gioistantigrammi

Chissà, magari lo trovo anch’io un progetto di bellezza quotidiana. Chissà.

Oggi, la neve non all’improvviso e le impronte in cortile

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Lo sapevo che oggi ci sarebbe stata neve. Insomma, nevicava anche ieri, non è arrivata proprio all’improvviso. Solo che ne è arrivata tantissima. Tutta insieme, tutta in una notte, come ti aspetteresti se avessi otto anni e fosse la vigilia di natale. E invece è un banalissimo venerdì di febbraio, ti svegli, guardi fuori, vedi bianco ma ti sembra quasi normale – dai, lo sapevi, mica è una sorpresa – e fai la doccia, ti vesti, fai colazione, prendi la borsa, arrivi al portoncino e provi a uscire per andare al lavoro. Provi. Perché sul marciapiede la neve ti arriva al ginocchio e perché per scrupolo controlli i treni e vedi che anche loro hanno scambiato questo venerdì per una specie di natale. Allora richiudi il portoncino e rientri in casa. E ti ritrovi con una giornata che non ti aspettavi.

Ho aspettato che la situazione dei marciapiedi diventasse almeno affrontabile e poi sono uscita. Mica grandi tragitti, eh, ma mi sono fatta un po’ di regali.

Il torrente mezzo bianco, bello bello.

I fiocchi grandissimi che coprivano tutti i rumori.

Un paio di caffè con due amiche, e progetti e chiacchiere.

L’odore della neve.

Poi, a casa, idee da scrivere a colori su un quaderno con le pagine a righe, un po’ ingiallite.

La cioccolata a merenda.

Musica.

Lentezza.

Adesso il mio cortile è pieno di impronte nella neve. Le fotografo e chiudo le persiane.

Ciao, neve. E grazie, ne’.

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