Gli amori difficili. Ovvero: Calvino aveva ragione.

Sottotitolo: lettera che non manderò a Jonathan Safran Foer

(Ai negozi di antiquariato non andarono perché in quella vacanza i dentro furono più grandi dei fuori.)

Questo è stato il primo punto in cui mi sono fermata, ho sospirato un po’ forte e ho pensato “allora ci sei”. A pagina 66. Mica poco, eh, mi hai fatto soffrire e prendere paura.

Jonathan, ti faccio una premessa, così ti rendi conto della situazione: ti aspettavo tipo da questa primavera. Anzi, visto che sono andata a controllare la data del post in cui spiattellavo la mia felicità per il tuo ritorno, ti dico la data precisa: era 19 maggio e io iniziavo il conto alla rovescia per l’uscita di Eccomi.

Ho contato, ho aspettato, e poi Eccomi è uscito.

Il 29 agosto.

Il 29 agosto alle 11 di mattina ero in libreria a comprarlo – e non ci sono andata prima solo perché avevo paura che non avessero ancora messo le copie sugli scaffali e sapevo che non l’avrei presa benissimo. Per dire.

Poi ho iniziato a leggerlo ed è successa una cosa che non mi aspettavo. Non ti trovavo. Le parole erano bellissime, le frasi perfette, i silenzi esattamente dove dovevano essere, ma non trovavo la tua voce.

(“Sto cercando la mia voce” “È dentro la tua bocca”, così dicevi nel mio libro preferito e adesso la tua voce dov’era?)

Di solito non sono molto paziente coi libri, lo sai. (No, OVVIAMENTE non lo sai, ma fingiamo che sia così). Se non ci capiamo li abbandono, la vita è troppo breve per leggere libri che non mi piacciono. Ma non era questo il caso. Mi piaceva, Eccomi, solo che mi mancavi tu.

Stavolta però sono stata più paziente del solito, qualcuno mi ha suggerito “aspetta”. Poi ti ho trovato.

(È stata una “molto rigida ricerca”, come dicevi nel mio libro preferito).

Quando ti ho trovato, ho pensato che da lì sarebbe stato tutto facile. E sai cosa? Non era vero.

Ci ho messo un mese a leggere Eccomi, e in questo mese non ho letto nient’altro. Ho dovuto andare piano, perché hai scritto una cosa così densa e complessa e intrecciata e grande che non volevo perdermi niente, non volevo distrarmi, non volevo stancarmi, volevo solo provare a stare vicino alla tua storia. Entrarci.

Facciamo finta che tu adesso mi chieda “e ci sei entrata?”.

Sì e no, Jonathan.

Ci sono stati momenti in cui leggevo e pensavo “oh cacchio, sono io”. Perché, diciamolo, tu sei bravo in modo imbarazzante a raccontare gli intrecci umani, e le paure, le inadeguatezze, la carne, i respiri.

Ci sono stati momenti in cui mi sono ricordata perché mi avevi fatto innamorare.

(qualche volta avrei voluto

accarezzarti la guancia

davvero?

molte, molte volte

e perché non l’hai fatto?

la mia mano

avevi paura che la vedessi?

e anche di vederla io

potevi usare l’altra mano

volevo accarezzarti con quella mano

questo è il punto)

Ma ci sono stati momenti in cui mi è sembrato che mi sbattessi la porta in faccia. Io volevo entrare, bussavo, un paio di volte devo anche aver alzato la voce e tu non mi hai risposto, stavi dall’altra parte e non dicevi niente.

Ma non me ne sono andata. Di solito me ne vado, lo sai. (OVVIAMENTE non lo sai, ma continua a fingere, ok?).

Stavolta no e verso la fine ho pensato che Calvino aveva ragione, a volte è come ne “Gli amori difficili”, ci si rincorre, ci si sfiora, a volte ci si tocca fortissimo e subito dopo si è di nuovo da un’altra parte. Jonathan, occhio che Calvino la sapeva lunga, eh.

Poi ieri sono arrivata all’ultima pagina. In treno. Ed è stato strano, ero sollevata e un po’ triste e grata. Tutto insieme.

Ecco, diciamo che sei stato un amore difficile. Ma sono rimasta lì. Claro, no?

(Sapeva che riesci a tenerti solo quello che ti rifiuti di lasciare andare.)

E comunque grazie. Che una lettera di (quasi) amore a uno scrittore che manco sa che esisto non mi era mai neanche venuta voglia di scriverla.

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Il libro di tutte le cose

“Il libro di tutte le cose” è stato una specie di specchio. Uno specchio desiderato, in realtà, nel senso che se penso alla voce che vorrei avere, quando scrivo, mi viene in mente quel libro lì. E trovarlo è stato strano, è stato un amore a prima vista, una scommessa fatta a scatola chiusa: l’ho guardato in uno di quei pomeriggi in libreria che partono con “tanto non compro niente” e finiscono alla cassa per una copertina che ti ha chiamato, e quando qualcuno ti chiama non rispondere è maleducazione.

[ che poi dire che mi ha chiamato è impreciso. L’ho guardato e ho pensato che lì dentro avrei potuto sentirmi a casa. E infatti ]

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Guardò fuori dalla finestra per pensare, perché senza una finestra non riusciva a riflettere. O forse era il contrario: bastava una finestra perché automaticamente cominciasse a pensare. Poi scrisse: ‘Da grande diventerò felice’.

Non voglio raccontare troppo, però secondo me se cercate della magia dovreste leggerlo. Se cercate un modo di guardare il mondo in modo un po’ diverso, come fa Thomas, che vede cose che nessun altro vede.

Ecco, il fatto è questo, a me Thomas è stato simpatico da subito. Questa cosa per cui quello che vede lui gli altri non lo notano. Ma non solo. Thomas ha un po’ paura, a volte. Come me, come noi. Eppure.

La signora Van Amesfoort stava per tirare fuori un libro, ma si voltò sorpresa. Guardò Thomas sorridendo e disse: “Perdio, questa sì che è una buona idea. E sai quando si comincia a essere felici? Quando non si ha più paura”.

Ok, non dico più niente. Non scrivo più niente. Anzi, un’ultima cosa: forse io da grande voglio essere Thomas.

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Quei libri che restano addosso

Era tanto che non trovavo un libro così, che dopo qualche pagina è già amore ma soprattutto che quando l’hai finito non l’hai finito davvero, perché anche se non lo stai più leggendo è comunque lì, all’inizio non sai bene dove, poi resti un secondo fermo ad ascoltare e capisci che ce l’hai addosso. Sulla pelle, per la precisione, e quando l’ho capito ho pensato che forse era per quello che si chiama così, Il sale, perché assomiglia a quando vai al mare e la pelle ti tira per la salsedine, non c’è più acqua, è sera, non c’è più neanche il sole ma il sale sulla pelle ti è rimasto comunque e non puoi fare a meno di sentirlo.

Che poi no, ovviamente il nome non nasce da quello, ma potrebbe anche essere. Almeno, secondo me potrebbe.

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Il sale racconta una giornata, dal risveglio alla cena. Una famiglia, un paese nel sud della Francia, il mare. Ricordi e voci – voci soprattutto – che si intrecciano e tu che leggi ci sei davanti, e poi in mezzo, e lì inizia il casino, perché le frasi iniziano ad appiccicarsi alla pelle, anche quando chiudi il libro, quando scendi dal treno perché sei arrivato, quando spegni la luce che è tardi e domani la sveglia suona presto, quando rispondi al telefono e tieni il segno con il dito che il segnalibro chissà che fine ha fatto, quando inizi un altro libro ma Il sale è ancora lì e allora quasi ti viene la tentazione di leccarti un braccio e cercare la salsedine. Per dire.

Le cose si muovono nella pigrizia dell’estate. C’era stato un tempo per i matrimoni. Un tempo per le nascite. Un tempo per le partenze. Ciascuno di loro sembrava aver chinato il capo allo scorrere della vita.

Il sale è materia – c’è scritto anche sulla quarta di copertina ed è verissimo. Si sente il sole che scotta la nuca, la saliva che scende in gola, il freddo del muro nel punto in cui si appoggia la schiena, il profumo dell’aglio, la pioggia che cola sulla fronte.

Che bellezza. Dolorosa, anche, ma che bellezza.

Il passato ha una sua dinamica, una vita propria. I ricordi ne generano altri e da quelle unioni incestuose nascono favole.

Il sale è di Jean Baptiste Del Amo ed è pubblicato dalla Neo Edizioni. I Nei sono dei fighi e pubblicano libri bellissimi.

Uno schiaffo. E poi il rovescio.

Con un titolo così, direte voi.

Con un titolo così, finalmente, vi parlo della Neo Edizioni. Che è da un po’ che volevo farlo, ma poi non trovavo il modo, non trovavo le parole per dire quella sensazione lì. Adesso – adesso che ho letto “Mette pioggia” – posso. O almeno, ci provo, perché che non è facile parlare di libri così, che mentre li leggi senti che c’è qualcosa che ti disturba ma non vuoi – non puoi – smettere, perché è tutto talmente perfetto che sarebbe un insulto. Perché sentirai pure quella sensazione di disagio, ma in fondo ti piace.

Ok, un passo alla volta, provo ad andare in ordine.

Ho conosciuto la Neo per la prima volta a Torino, a un Salone del Libro di qualche anno fa. Ho visto i loro libri e le copertine mi hanno fatto pensare che lì c’era qualcosa di bello. Ma poi devo essermi distratta, prima volta al Salone, io non so gestirmi bene quegli ambienti, troppe cose belle, troppe storie, e così sono andata via senza un libro loro.

Ma a volte succede, si fa un nodo che lascia il filo lungo, perché si possa ritrovare l’intreccio anche dopo un po’.

E questo “dopo un po’” è stato quest’anno al Buk di Modena. E stavolta mi sono fermata allo stand,  ho chiacchierato e mi sono fatta consigliare due libri. “Scegli tu” ho detto “un romanzo e dei racconti”, e sono uscita con “I cani là fuori” di Gianni Tetti e “Tre io” di Mario Rossi.

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Ora, a costo di essere ripetitiva, i libri non si raccontano, si leggono. Però due cose ve le devo dire, per farvi capire il mio imprinting Neo. “Tre io” ha tre voci narranti, di colore diverso (sì, il libro è di tre colori), e solo questo per me merita un applauso lunghissimo perché è una scelta folle, credo anti economica, sicuramente faticosa. Bellissima. E poi ci sarebbe un’altra cosa di “Tre io” che vorrei dire, una cosa che dura tipo 8 secondi ma non vi dirò niente, però credetemi, ne vale la pena. Dopo quegli 8 secondi, rimanere a bocca aperta e pensare “come ho fatto a non capire?”. Eppure no, capire non era possibile.

E con “I cani là fuori” ho scoperto Gianni Tetti. Gianni Tetti di “Mette pioggia”, che ho finito ieri. In un’odissea di Trenitalia, ma sinceramente ero più angosciata da quello che leggevo che dai ritardi.

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Gianni Tetti mi ricorda Carver, non nella forma ma nella stretta allo stomaco che mi provoca. Carver che amo e che non riesco a leggere per quella sua inquietudine che esce da ogni racconto, che non ti lascia neanche la scusa che tanto non ti riguarda, perché non è vero, forse non ti riguarda adesso ma deve averti toccato, o comunque prima o poi succederà. Ecco, in parte assomiglia a una cosa così, se non fosse che qui l’inquietudine esplode. A un certo punto tutto esplode e tu vorresti girare la testa, far finta di niente, ma quella perfezione lì di parole incastrate in modo da uncinarti gli occhi non ti lascia andare. E allora vai avanti. Vai avanti e leggi storie che possono essere vicine a te, le follie del vicino di casa, i pensieri distorti di quel signore che incontri sempre sull’autobus, le nausee persistenti di quando non ne puoi più. Arrivi alla fine e ti sembra di aver preso uno schiaffo fortissimo. E poi, quando ti sei ripreso un attimo, ti è arrivato il rovescio. Ecco, così.

Ci vuole un po’ di coraggio per leggere Gianni Tetti. Perché ti trascina in un mondo di riflessi, ululati, ossessioni, parole ripetute come una litania, incubi molli e risvegli incerti. Ma la bellezza.

Se vi va di rischiare, passate a casa Neo. Non assicuro un’uscita indenne, ma ne vale la pena. 

[ questo è il sito della Neo Edizioni ]

Quei libri che ci piove dentro (semicit)

Ho letto ‘Fossi in te io insisterei’ di Carlo Gabardini e mi sono sentita come una che cammina sotto una pioggia fortissima e, anche se l’ombrello ce l’ha, alla fine si ritrova fradicia perché l’ombrello sì c’era, ma era pieno di buchi.

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‘Fossi in te io insisterei’ è una lettera bellissima a un padre che non c’è più. E a parte che è arrivato da me in un modo stupendo perché mia madre me l’ha regalato e lasciato a sorpresa in casa, è un libro che scava. Che credi di essere al sicuro sotto il tuo ombrellino e invece arrivi a casa e la giacca la devi proprio strizzare. Perché o lo leggi molto velocemente e hai delle difese da uomo d’acciaio, o arriva il momento in cui ti fermi su una frase e pensi “oh cacchio”. Sorridendo o piangendo, o entrambi. Ecco, io di quei momenti lì ne ho trovati un sacco. Anzi, forse loro hanno trovato me, mi sembra più giusto dirlo così.

Il primo di questi momenti l’ho incontrato a pagina 16.

[…] nonostante io non sia più un ragazzino, sono ancora nella fase in cui mi chiedo che cosa voglio fare da grande. Lavoro e mi sostento, non sono un mantenuto, però è come se tutto mi sembrasse preparatorio per qualcosa che deve ancora arrivare, anzi, che devo andarmi a cercare per iniziare a vivere sul serio. Mi sento in stand-by, ma inizio ad avere l’ansia che nessuno mai più premerà “play” sul mio telecomando. E non è una bella sensazione.

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Boom. Ma boom fortissimo, che devi tapparti le orecchie, solo che quando lo fai capisci che il boom non è fuori ma dentro quindi le orecchie te le puoi pure tappare ma l’unico effetto sarà amplificare l’esplosione.

Lì, a pagina 16, è iniziata la pioggia dentro il mio ombrello. “E’ solo qualche goccia” ho pensato. Solo che poi le gocce sono aumentate, ché questo qui è un libro che, se gli dai spazio, non ti lascia stare. Ti racconta delle cose grandi e ti chiede “e tu?”. E giù acqua, a ogni tentativo di risposta.

È stato bello e mica tanto facile attraversare questa lettera, perché – come succede spesso con i libri potenti – ho trovato parole per dire cose di me che sapevo che erano lì ma non avevo mai capito come raccontarle. Quali verbi, aggettivi e virgole usare. E adesso che hanno trovato una forma precisa mi sembrano più comprensibili ma anche più ingombranti e inevitabili. Tipo questa:

Perché non posso essere più di una cosa? Perché vogliono far apparire illecito essere due, tre, quattro cose diverse?

Ecco, pure a me gli incasellamenti fanno paurissima, a parte qualcuno che mi sono scelta e che mi sembra mi dia sostanza, però quelli degli altri mi mettono in ansia, mi sembrano sempre forzature anche quando sono effettivamente calzanti.

E poi le gocce sono continuate, quando leggevo dell’importanza di “incastrarsi” dicendo ad alta voce i propri progetti per non scappare, della paura come qualcosa che c’è e allora tanto vale andare avanti, della bellezza di dire chi siamo anche  se questo destabilizza gli altri ma soprattutto noi, della necessità di trovare nuove forme perché di modelli stabili non ne abbiamo tanti e allora le forme dobbiamo inventarcele.

Un sacco di pioggia, di riflessi, di magoni e di sorrisi. [no, sorridere a una cosa di carta con dei segnetti di inchiostro non è stupido, anzi].

Chiudo questo post e metto i vestiti ad asciugare, ma la prossima volta esco di nuovo con un ombrello che ci piove dentro.

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Ipotesi di indispensabilità

Sottotitolo: post dedicato alla mia motivatrice numero uno.

La mia motivatrice numero uno si chiama Valeria – e non è una delle mie personalità (quelle hanno nomi diversi, vuoi mai che ci confondiamo). Valeria qualche giorno fa mi ha chiesto di consigliarle i 10 libri che secondo me bisogna assolutamente leggere. Ha scritto proprio così, “assolutamente”, e io le ho risposto qualcosa del tipo “dammi qualche giorno per pensarci e arrivo”. Ecco, in quell’ “assolutamente” mi ci sono impigliata e ho iniziato a chiedermi se davvero esistono libri indispensabili. “Sì”, mi sono risposta. E subito dopo, “no”. Poi ho mediato con un “dipende”, classica risposta che si usa per prendere tempo, pure quando si discute con se stessi.

Ok, facciamo che dipende. Ma da cosa? “Da un sacco di cose”. “Adesso esageri, bella”. “Va bene, da due cose può andare?”. “Può andare”.

Una volta arrivata a questa mediazione con la mia parte più concreta, che è allergica ai “dipende” troppo vaghi, ho pensato che, se non ci sono libri indispensabili sempre e comunque, ci possono essere libri indispensabili a seconda di quello che ho letto io che consiglio e a seconda di quello che può avere un valore per chi il consiglio me l’ha chiesto. Lo so, è una posizione relativista, non ho ancora fatto pace con me stessa sul quell’ “assolutamente”, per ora mi tocca accontentarmi.

Ecco, non so quali storie hanno valore per la mia motivatrice numero uno (o meglio, qualcosa ho intuito ma dovrei approfondire) e allora provo a dire quali sono gli indispensabili per me (anche se continuo ad avere dei dubbi sull’essere indispensabile).

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Don Chisciotte | Miguel de Cervantes. Per scoprire la forza di continuare nonostante le cadute, il suo essere “invincibile”, mai vinto, sempre pronto a rimettersi in piedi, come insegna Erri de Luca.

2.

Cecità | José Saramago. Saremmo così, davvero, se succedesse. L’ho letto e ho avuto paura. E poi Saramago è talmente meraviglioso quando scrive.

3.

Una stanza tutta per sé | Virginia Woolf. La letteratura e le donne. E leggere di un secolo fa pensando che le cose sono cambiate, sì, ma come si assomigliano ancora tra loro.

4.

Come un romanzo | Daniel Pennac. Un libro sui libri con i 10 diritti inalienabili del lettore, tra cui “non leggere”, “non finire un libro” e “leggere ovunque”.

5.

Il sergente nella neve | Mario Rigoni Stern. Per toccare un pezzo di storia neanche troppo lontana, che poi sa diventare universale. La guerra, la paura, il ritorno.

6.

L’Odissea | Omero. Viaggi, naufragi, magie, vendette, ritorni e tutto quello che fa di una storia La Storia. Da leggere possibilmente la sera, un po’ per volta, per andare altrove prima di sognare.

7.

Se una notte d’inverno un viaggiatore | Italo Calvino. Perché è geniale. Ok, Calvino lo amo a prescindere, ma questo è veramente geniale.

8.

La fattoria degli animali | George Orwell. Perché “tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”.

9.

Alice nel paese delle meraviglie | Lewis Carroll. Un labirinto, un gioco di specchi, una filastrocca con un mistero. Non saremo mai abbastanza piccoli per capirlo davvero.

10.

L’uomo seme | Violette Ailhaud. Piccola meraviglia appena scoperta, il corpo di una donna che diventa archetipo, un libro che potrebbe avere 100 o 1000 anni e sarebbe perfetto comunque.

Ecco. Soddisfatta? No, ovviamente. Non ci saranno chissà quanti libri fondamentali tra questi dieci. Ma sono i miei, di oggi, per la mia motivatrice numero uno.

E allora buona lettura…

Non avere paura dei libri

È un titolo bellissimo, “Non avere paura dei libri”. Di quelli che basterebbe il titolo e basta, ripeterlo, insegnarlo nelle scuole. Non avere paura dei libri.

Ma poi non è vero, non basta, perché il dentro, di questo libro di Christian Mascheroni, è altrettanto bello che il titolo, anzi di più. Anzi no, bello non è la parola giusta ma non è mica facile raccontare un libro che mi è arrivato in pancia, diretto, senza che avessi il tempo di difendermi.

Pausa, ci penso un attimo.

Provo a dirlo così. C’era un’eco, da qualche parte, che arrivava fortissima – il tuono di un temporale troppo vicino. E il tuono partiva già dalla prefazione di Chicca Gagliardo, quando dice che la storia che avrei trovato lì dentro “ha il potere di ricordarci – ridendo di gioia, piangendo di commozione, gridando con forza – che noi non siamo solo ciò che mangiamo: siamo anche quello che leggiamo (e quindi bisognerebbe fare attenzione a ciò che si legge come si fa per il cibo che si mette in bocca). Siamo le vite dei personaggi che abbiamo amato. Nel nostro sangue scorrono brani di libri”.

Nel nostro sangue scorrono brani di libri. Ma quanto è vero? Ecco, forse per questo ho sentito, dopo lo scoppio del temporale troppo vicino, quando le pagine hanno iniziato a scorrere e la storia a prendere forma, un senso di pudore. Come quella volta davanti al busto di Frida, continuare a guardare e pensare scusa, ti sto frugando dentro, è sconveniente, ma non voglio smettere. Perché qui i libri si intrecciano alla vita di chi racconta e leggendo, insieme ai libri, ho trovato carezze, schiaffi, sogni, sensi di colpa, schegge di vetro, viaggi in macchina, paure. Specchi. Mi è sembrato di vederli così vicini da toccarli, soprattutto in certi angoli. Angoli come questo:

Mi fu vicino fisicamente, per quanto sembri assurdo trovare conforto in un parallelepipedo di carta.

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Vorrei dire tantissime altre cose ma poi no perché i libri si leggono, non si raccontano dall’inizio alla fine. Si leggono e si tengono vicini – questo l’ho tenuto talmente tanto vicino, ovunque ma soprattutto in borsa anche quando sapevo che non avrei avuto tempo per leggerlo, che ha gli angoli un po’ troppo piegati e della pera spiaccicata in copertina. Indiscutibilmente un segno d’amore.

Va bene, mi fermo qui. Vado a rileggere qualche pagina.

E comunque è proprio un titolo bellissimo, “Non avere paura dei libri”. Bisognerebbe dirlo, ogni tanto, ogni poco. Non avere paura dei libri.

Quei libri che si a(s)mano, ovvero Enrica Tesio

Ho finito “La verità, vi spiego, sull’amore” di Enrica Tesio. Quella di Ti asmo. Quella di “Prima o poi l’amore arriva. E t’incula”, e mai sottotitolo di blog fu più profetico. Quella che ho scoperto grazie ad Annalisa, che un giorno mi ha mandato il link di un suo post e da allora è amore, ma di quella specie che non morde.

Il libro è uscito martedì e martedì sera ero in libreria a comprarlo. Affrontando coraggiosamente le due libraie meno simpatiche del mondo (inciso: guardarmi con aria di disapprovazione sillabando “letteratura rosa” dimostra soltanto che catalogate i libri con la stessa attenzione con cui io sistemo i calzini) e scontrandomi con una più o meno settenne che sfoggiava un rossetto decisamente più fashion del mio. Una specie di corsa a ostacoli, insomma, ma ho vinto e sono arrivata a casa col libro. Che mica potevo aspettare.

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Ammetto che avevo aspettative altine, cosa che di solito non aiuta. E invece.

Martedì sono arrivata a casa, ho letto le prime due pagine, mi sono commossa, ho riso fortissimo, e ho pensato che a pagina 235 ci sarei arrivata con un carico emotivo notevole.

E infatti.

Non è facile, parlarne, proprio per niente. Forse perché è ancora fresco, anzi caldo, in pancia, che le emozioni esplodono lì. Però un paio di cose devo proprio dirle e mi scuso in anticipo se saranno scoordinate, inciampanti, disordinate, ma non ho voglia di aspettarle, mi scappa di dirle adesso.

Della storia non dico niente (che – lo so, sono ripetitiva – i libri si leggono, non si raccontano), mi fermo su un paio di cose che più delle altre mi hanno fatto sobbalzare gli occhi e, a volte, il cuore.

Intanto lo sguardo che ha sulle cose. Che io, leggendo, ho girato su di me, perché penso che sia inevitabile. Uno sguardo che è onesto. E si potrebbe non dire più niente, perché non è che l’onestà sia proprio inflazionata ultimamente, e invece è onesto e semplice, che non vuol mica dire facile, semplice nel senso di vero, di quella cosa che tocchi e pensi “ecco, è così, non come ce la raccontavamo”. Lo so, è un pensiero soggettivo e egocentrico e autoreferenziale, ma ho letto questa storia e mi sono guardata e mi sono ritrovata a sorridere. Come quando scivoli in mezzo alla gente e, dopo aver (almeno) pensato una parolaccia, ti guardi da fuori e inizi a ridere tantissimo.

Ho letto questa storia qua e mi sento riconciliata. Con cosa? Non l’ho ancora capito bene. Forse con me stessa, con il mio ultimo anno di montagne russe, con la mia generazione di donne che troppo spesso si forzano per essere un sacco di cose e invece, ragazze, respiriamo e onoriamo Santa Ironia, che sarà l’ultimo baluardo di salvezza – e lo diceva pure Einstein, che come portavoce a me dà abbastanza fiducia.

E poi ci ho trovato un sacco di bellezza, in questo libro. Quella bellezza concreta, delle cose che si toccano. La bellezza che leggi e sai che è lì fuori, vicina, reale. Ecco, leggi e te lo ricordi. E la bellezza di poesie che riconosco, che ogni tanto saltano fuori dalle pagine e trovandole facevo confusione tra invenzione e vita, ma poi che differenza fa.

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Chiudo con due ultimissime riflessioni, che poi sono due ringraziamenti.

Uno, grazie per aver avuto il coraggio di ammettere pubblicamente l’antipatia per Amélie Poulain. Non siamo tutte Amélie, e grazie al cielo, altrimenti sai che noia.

Due, grazie per l’immagine della matrioska di donne. Lì, metaforicamente, mi sono abbracciata anch’io, per ritrovarle tutte, le Valerie dentro di me, e smettere di essere troppo severa con loro. Per una volta, abbracciarle e basta.

Ok, ho finito. Forse ho detto troppo, di sicuro ho fatto casino. In ogni caso, grazie.


Ps: il blog di Enrica Tesio è questo qui. Fatevi un regalo, leggetelo.

 

Le storie più belle che ho incontrato quest’anno

Siamo a fine anno, che inevitabilmente vuol dire tempo di bilanci. Bilanci di un sacco di cose, e tra queste cose ci sono anche i libri. Oggi pensavo alle storie più belle che ho incontrato quest’anno, sarebbero tante, ne scelgo tre in modo assolutamente irrazionale e le scrivo qui.

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Parto dall’ultimo in ordine di tempo. Ero a cena con la mia amica Alessandra, una di quelle cene proprio belle, e a un certo punto si parla di libri e salta fuori Jeanette Winterson: “hai mai letto Il mondo e altri luoghi?”. Io lo segno, qualche giorno dopo lo cerco in libreria (dove ero scappata in piena crisi isterica causa casa invasa dai moscerini che avevano deciso di abitare nel mio ciclamino), quel libro non c’era ma c’era Scritto sul corpo. L’ho preso, l’ho letto e credo di essermi innamorata. Del suo modo di scrivere, di quello che scrive, della meraviglia di certe immagini che avrei voluto proprio toccare. Adesso ne ho già preso un altro suo, è lì che mi guarda – tra un po’ arrivo, non ti preoccupare.

“Perché è la perdita la misura dell’amore?

Non piove da tre mesi. Gli alberi scavano sonde sottoterra, inviano radici di riserva nel suolo arido, radici che aprono come fossero rasoi ogni vena gonfia d’acqua.

I grappoli si sono appassiti sulle viti. Ciò che dovrebbe essere turgido e sodo, resistente al tatto per aprirsi in bocca, è spugnoso e piagato. Quest’anno non avrò il piacere di rigirare gli acini bluastri fra indice e pollice e di impregnarmi di muschio il palmo della mano. Perfino le vespe sdegnano quelle esili gocce marroni. Perfino le vespe, quest’anno. Non è stato sempre così”.

(Scritto sul corpo, Incipit)

Un altro libro super meraviglioso di quest’anno è Il mondo è tuo, parole di Riccardo Bozzi e illustrazioni di Olimpia Zagnoli. L’ho incontrato quasi per caso, stavo lavorando a Fa’ la cosa giusta Umbria, sono casualmente (ehm) passata vicino allo stand dei libri e boom. Lui era lì. L’ho aperto, i miei occhi hanno iniziato ad assumere un’imbarazzante forma di cuore e a quel punto non ho potuto fare a meno di prenderlo. Che poi non è neanche un libro, è una magia. È una cosa talmente densa e vera e semplice che bisognerebbe sfogliarlo tutti i giorni.

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Il terzo, andando indietro nel tempo, è ¡Viva la vida! di Pino Cacucci, che sembra la voce di Frida che davvero si racconta, e ti racconta, e tu sei lì, seduto davanti a quel palcoscenico che ti immagini, con lei in mezzo, la sua voce, la sua bellezza, la sua risata triste. ¡Viva la vida! è una voce, è un segreto sussurrato, è un urlo quando non te lo aspetti.

“L’unica certezza è che la vita non avrebbe senso se smettessi di sognare”.

Lo dice Frida, lo scrive Cacucci, che differenza fa. Che differenza fa.

C’è un libro che boom

Il gioco del mondo di Cortázar è un libro complicato da leggere, figuriamoci da raccontare. Però quando leggi e senti il boom devi almeno provarci, probabilmente con scarsissimi risultati, ma provarci.

Il gioco del mondo l’ho scoperto per caso, leggendo Raccontare, resistere di Sepúlveda: a chi lo stava intervistando, Sepúlveda dice che quel libro, insieme a Cent’anni di solitudine, era il romanzo che l’aveva convinto a non abbandonare la letteratura. Qualche giorno dopo, per un treno perso, sono finita in libreria, l’ho visto, ho detto “Ehi, ciao, sei tu” e l’ho comprato.

Era ancora inverno.

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Quando l’ho aperto ho scoperto che ci sono (almeno) due modi di leggerlo – lo spiega Cortázar, all’inizio. In ordine, dal capitolo 1 al capitolo 56, tralasciando tutto quello che viene dopo la pagina “ove tre evidentissimi asterischi equivalgono alla parola Fine. Conseguentemente il lettore potrà prescindere senza rimorsi di coscienza da quel che segue”. Oppure iniziando dal capitolo 73 e seguendo l’ordine indicato dall’autore – alla fine di ogni capitolo c’è il numero di quello da leggere dopo, e già questo assomiglia a una specie di (bellissimo) labirinto.

E adesso, mi sono chiesta – ed era sempre inverno.

Adesso, per prima cosa, proviamo con ordine.

E così, la prima lettura, quella che mentre la attraversavo aveva intorno nebbia e molta pioggia, è andata dal capitolo 1 al capitolo 56 e si è fermata quando ha incontrato i tre asterischi che equivalgono alla parola Fine.

È stata strana, la prima lettura. Faticosa, in alcuni – lunghissimi – passaggi, lasciava intravedere sprazzi di magia, come luci da una porta socchiusa che però, per ora, più di così non si apre. Mi sembrava che ci fosse qualcosa da trovare che però non trovavo e quando sono arrivata ai tre asterischi ero ancora lì, in mezzo a qualcosa che non aveva una forma.

Allora ho pensato che ci voleva del tempo. Ho messo via il libro e ho fatto altro. Per mesi, lasciando passare l’inverno, la primavera e l’estate-che-estate-non-era.

Poi un giorno la mia amica Debora mi ha chiesto “conosci Cortázar?” e mi ha scritto questo:

Quel che molta gente definisce amare consiste nello scegliere una donna e sposarla. La scelgono, te lo giuro, li ho visti. Come se si potesse scegliere in amore, come se non fosse un fulmine che ti spezza le ossa e ti lascia lungo disteso in mezzo al cortile. Tu dirai che la scelgono perché-la-amano, io invece credo che avvenga tutto all’aicsevor. Beatrice non la si sceglie, Giulietta non la si sceglie. Tu non scegli la pioggia che t’inzupperà le ossa all’uscita di un concerto.

“È un pezzo de Il gioco del mondo” mi ha detto e doveva essere uno dei pezzi che venivano dopo i tre evidentissimi asterischi, e lì ho capito che la magia che usciva dalla porta socchiusa era nelle pagine che non avevo letto. E così, alla fine di questa estate-che-estate-non-era, ho ripreso in mano il libro, cominciando dal capitolo 73 e seguendo la strada che di volta in volta mi veniva indicata. Avanti e indietro per il libro, mischiando capitoli che conoscevo (che temevo, a volte) a parole nuove, e bellissime, dense, taglienti.

Ed è stato a quel punto che ho sentito il boom. Per le parole, le strade incrociate, le illuminazioni improvvise, ma soprattutto perché ho pensato che ogni cosa, come quella storia lì, si può attraversare in tanti modi. È obiettivamente faticoso, ma scegliere come guardare (e toccare, attraversare) le cose vale quella fatica.

Ecco, arrivata qui mi sono resa conto che della storia non ho detto niente. Neanche un nome, un accenno di trama, niente. Ma forse è meglio così, forse un libro come questo bisogna incontrarlo sapendo il meno possibile di quello che c’è dentro. Buttarsi, e aspettare il boom.

(“Può darsi che esista un altro mondo dentro questo, ma non lo troveremo ricavandone il profilo dal tumulto favoloso dei giorni e delle vite, non lo troveremo né nella atrofia né nell’ipertrofia. Quel mondo non esiste, bisogna crearlo come la fenice” – p. 391).