Quei libri che si a(s)mano, ovvero Enrica Tesio

Ho finito “La verità, vi spiego, sull’amore” di Enrica Tesio. Quella di Ti asmo. Quella di “Prima o poi l’amore arriva. E t’incula”, e mai sottotitolo di blog fu più profetico. Quella che ho scoperto grazie ad Annalisa, che un giorno mi ha mandato il link di un suo post e da allora è amore, ma di quella specie che non morde.

Il libro è uscito martedì e martedì sera ero in libreria a comprarlo. Affrontando coraggiosamente le due libraie meno simpatiche del mondo (inciso: guardarmi con aria di disapprovazione sillabando “letteratura rosa” dimostra soltanto che catalogate i libri con la stessa attenzione con cui io sistemo i calzini) e scontrandomi con una più o meno settenne che sfoggiava un rossetto decisamente più fashion del mio. Una specie di corsa a ostacoli, insomma, ma ho vinto e sono arrivata a casa col libro. Che mica potevo aspettare.

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Ammetto che avevo aspettative altine, cosa che di solito non aiuta. E invece.

Martedì sono arrivata a casa, ho letto le prime due pagine, mi sono commossa, ho riso fortissimo, e ho pensato che a pagina 235 ci sarei arrivata con un carico emotivo notevole.

E infatti.

Non è facile, parlarne, proprio per niente. Forse perché è ancora fresco, anzi caldo, in pancia, che le emozioni esplodono lì. Però un paio di cose devo proprio dirle e mi scuso in anticipo se saranno scoordinate, inciampanti, disordinate, ma non ho voglia di aspettarle, mi scappa di dirle adesso.

Della storia non dico niente (che – lo so, sono ripetitiva – i libri si leggono, non si raccontano), mi fermo su un paio di cose che più delle altre mi hanno fatto sobbalzare gli occhi e, a volte, il cuore.

Intanto lo sguardo che ha sulle cose. Che io, leggendo, ho girato su di me, perché penso che sia inevitabile. Uno sguardo che è onesto. E si potrebbe non dire più niente, perché non è che l’onestà sia proprio inflazionata ultimamente, e invece è onesto e semplice, che non vuol mica dire facile, semplice nel senso di vero, di quella cosa che tocchi e pensi “ecco, è così, non come ce la raccontavamo”. Lo so, è un pensiero soggettivo e egocentrico e autoreferenziale, ma ho letto questa storia e mi sono guardata e mi sono ritrovata a sorridere. Come quando scivoli in mezzo alla gente e, dopo aver (almeno) pensato una parolaccia, ti guardi da fuori e inizi a ridere tantissimo.

Ho letto questa storia qua e mi sento riconciliata. Con cosa? Non l’ho ancora capito bene. Forse con me stessa, con il mio ultimo anno di montagne russe, con la mia generazione di donne che troppo spesso si forzano per essere un sacco di cose e invece, ragazze, respiriamo e onoriamo Santa Ironia, che sarà l’ultimo baluardo di salvezza – e lo diceva pure Einstein, che come portavoce a me dà abbastanza fiducia.

E poi ci ho trovato un sacco di bellezza, in questo libro. Quella bellezza concreta, delle cose che si toccano. La bellezza che leggi e sai che è lì fuori, vicina, reale. Ecco, leggi e te lo ricordi. E la bellezza di poesie che riconosco, che ogni tanto saltano fuori dalle pagine e trovandole facevo confusione tra invenzione e vita, ma poi che differenza fa.

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Chiudo con due ultimissime riflessioni, che poi sono due ringraziamenti.

Uno, grazie per aver avuto il coraggio di ammettere pubblicamente l’antipatia per Amélie Poulain. Non siamo tutte Amélie, e grazie al cielo, altrimenti sai che noia.

Due, grazie per l’immagine della matrioska di donne. Lì, metaforicamente, mi sono abbracciata anch’io, per ritrovarle tutte, le Valerie dentro di me, e smettere di essere troppo severa con loro. Per una volta, abbracciarle e basta.

Ok, ho finito. Forse ho detto troppo, di sicuro ho fatto casino. In ogni caso, grazie.


Ps: il blog di Enrica Tesio è questo qui. Fatevi un regalo, leggetelo.

 

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Le storie più belle che ho incontrato quest’anno

Siamo a fine anno, che inevitabilmente vuol dire tempo di bilanci. Bilanci di un sacco di cose, e tra queste cose ci sono anche i libri. Oggi pensavo alle storie più belle che ho incontrato quest’anno, sarebbero tante, ne scelgo tre in modo assolutamente irrazionale e le scrivo qui.

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Parto dall’ultimo in ordine di tempo. Ero a cena con la mia amica Alessandra, una di quelle cene proprio belle, e a un certo punto si parla di libri e salta fuori Jeanette Winterson: “hai mai letto Il mondo e altri luoghi?”. Io lo segno, qualche giorno dopo lo cerco in libreria (dove ero scappata in piena crisi isterica causa casa invasa dai moscerini che avevano deciso di abitare nel mio ciclamino), quel libro non c’era ma c’era Scritto sul corpo. L’ho preso, l’ho letto e credo di essermi innamorata. Del suo modo di scrivere, di quello che scrive, della meraviglia di certe immagini che avrei voluto proprio toccare. Adesso ne ho già preso un altro suo, è lì che mi guarda – tra un po’ arrivo, non ti preoccupare.

“Perché è la perdita la misura dell’amore?

Non piove da tre mesi. Gli alberi scavano sonde sottoterra, inviano radici di riserva nel suolo arido, radici che aprono come fossero rasoi ogni vena gonfia d’acqua.

I grappoli si sono appassiti sulle viti. Ciò che dovrebbe essere turgido e sodo, resistente al tatto per aprirsi in bocca, è spugnoso e piagato. Quest’anno non avrò il piacere di rigirare gli acini bluastri fra indice e pollice e di impregnarmi di muschio il palmo della mano. Perfino le vespe sdegnano quelle esili gocce marroni. Perfino le vespe, quest’anno. Non è stato sempre così”.

(Scritto sul corpo, Incipit)

Un altro libro super meraviglioso di quest’anno è Il mondo è tuo, parole di Riccardo Bozzi e illustrazioni di Olimpia Zagnoli. L’ho incontrato quasi per caso, stavo lavorando a Fa’ la cosa giusta Umbria, sono casualmente (ehm) passata vicino allo stand dei libri e boom. Lui era lì. L’ho aperto, i miei occhi hanno iniziato ad assumere un’imbarazzante forma di cuore e a quel punto non ho potuto fare a meno di prenderlo. Che poi non è neanche un libro, è una magia. È una cosa talmente densa e vera e semplice che bisognerebbe sfogliarlo tutti i giorni.

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Il terzo, andando indietro nel tempo, è ¡Viva la vida! di Pino Cacucci, che sembra la voce di Frida che davvero si racconta, e ti racconta, e tu sei lì, seduto davanti a quel palcoscenico che ti immagini, con lei in mezzo, la sua voce, la sua bellezza, la sua risata triste. ¡Viva la vida! è una voce, è un segreto sussurrato, è un urlo quando non te lo aspetti.

“L’unica certezza è che la vita non avrebbe senso se smettessi di sognare”.

Lo dice Frida, lo scrive Cacucci, che differenza fa. Che differenza fa.

C’è un libro che boom

Il gioco del mondo di Cortázar è un libro complicato da leggere, figuriamoci da raccontare. Però quando leggi e senti il boom devi almeno provarci, probabilmente con scarsissimi risultati, ma provarci.

Il gioco del mondo l’ho scoperto per caso, leggendo Raccontare, resistere di Sepúlveda: a chi lo stava intervistando, Sepúlveda dice che quel libro, insieme a Cent’anni di solitudine, era il romanzo che l’aveva convinto a non abbandonare la letteratura. Qualche giorno dopo, per un treno perso, sono finita in libreria, l’ho visto, ho detto “Ehi, ciao, sei tu” e l’ho comprato.

Era ancora inverno.

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Quando l’ho aperto ho scoperto che ci sono (almeno) due modi di leggerlo – lo spiega Cortázar, all’inizio. In ordine, dal capitolo 1 al capitolo 56, tralasciando tutto quello che viene dopo la pagina “ove tre evidentissimi asterischi equivalgono alla parola Fine. Conseguentemente il lettore potrà prescindere senza rimorsi di coscienza da quel che segue”. Oppure iniziando dal capitolo 73 e seguendo l’ordine indicato dall’autore – alla fine di ogni capitolo c’è il numero di quello da leggere dopo, e già questo assomiglia a una specie di (bellissimo) labirinto.

E adesso, mi sono chiesta – ed era sempre inverno.

Adesso, per prima cosa, proviamo con ordine.

E così, la prima lettura, quella che mentre la attraversavo aveva intorno nebbia e molta pioggia, è andata dal capitolo 1 al capitolo 56 e si è fermata quando ha incontrato i tre asterischi che equivalgono alla parola Fine.

È stata strana, la prima lettura. Faticosa, in alcuni – lunghissimi – passaggi, lasciava intravedere sprazzi di magia, come luci da una porta socchiusa che però, per ora, più di così non si apre. Mi sembrava che ci fosse qualcosa da trovare che però non trovavo e quando sono arrivata ai tre asterischi ero ancora lì, in mezzo a qualcosa che non aveva una forma.

Allora ho pensato che ci voleva del tempo. Ho messo via il libro e ho fatto altro. Per mesi, lasciando passare l’inverno, la primavera e l’estate-che-estate-non-era.

Poi un giorno la mia amica Debora mi ha chiesto “conosci Cortázar?” e mi ha scritto questo:

Quel che molta gente definisce amare consiste nello scegliere una donna e sposarla. La scelgono, te lo giuro, li ho visti. Come se si potesse scegliere in amore, come se non fosse un fulmine che ti spezza le ossa e ti lascia lungo disteso in mezzo al cortile. Tu dirai che la scelgono perché-la-amano, io invece credo che avvenga tutto all’aicsevor. Beatrice non la si sceglie, Giulietta non la si sceglie. Tu non scegli la pioggia che t’inzupperà le ossa all’uscita di un concerto.

“È un pezzo de Il gioco del mondo” mi ha detto e doveva essere uno dei pezzi che venivano dopo i tre evidentissimi asterischi, e lì ho capito che la magia che usciva dalla porta socchiusa era nelle pagine che non avevo letto. E così, alla fine di questa estate-che-estate-non-era, ho ripreso in mano il libro, cominciando dal capitolo 73 e seguendo la strada che di volta in volta mi veniva indicata. Avanti e indietro per il libro, mischiando capitoli che conoscevo (che temevo, a volte) a parole nuove, e bellissime, dense, taglienti.

Ed è stato a quel punto che ho sentito il boom. Per le parole, le strade incrociate, le illuminazioni improvvise, ma soprattutto perché ho pensato che ogni cosa, come quella storia lì, si può attraversare in tanti modi. È obiettivamente faticoso, ma scegliere come guardare (e toccare, attraversare) le cose vale quella fatica.

Ecco, arrivata qui mi sono resa conto che della storia non ho detto niente. Neanche un nome, un accenno di trama, niente. Ma forse è meglio così, forse un libro come questo bisogna incontrarlo sapendo il meno possibile di quello che c’è dentro. Buttarsi, e aspettare il boom.

(“Può darsi che esista un altro mondo dentro questo, ma non lo troveremo ricavandone il profilo dal tumulto favoloso dei giorni e delle vite, non lo troveremo né nella atrofia né nell’ipertrofia. Quel mondo non esiste, bisogna crearlo come la fenice” – p. 391).

Libri a bruciapelo

Le catene sui social non risparmiano nessuno. Io di solito svicolo, lo ammetto, con un like che sta per “grazie per aver pensato a me” e un successivo silenzio che tradisce la mia allergia per (quasi) qualsiasi tipo di catena. Solo che un giorno te ne ritrovi una in cui ti chiedono quali sono stati i 10 libri che ti hanno segnata di più. Come se fosse una domanda innocente. Come se non provocasse un’esplosione di voci – voci di autori, personaggi, paragrafi e copertine, che insieme urlano “scegli me, scegli meee!”. E la declinazione della richiesta è ovviamente di non perdere troppo tempo, non ci pensare, scrivi i primi dieci che ti vengono in mente. Ecco, il problema non è scegliere, ma distinguere le voci.

Quindi.

Passaggio numero uno. Imporre (mentalmente) l’ordine: “Adesso basta! Zitti, che non si capisce niente”.

Passaggio numero due. Cedere immediatamente agli occhi dolci del Piccolo con gli occhiali rosa: “Ma certo che ti metto in lista, non ci pensavo neanche a lasciarti fuori”.

Passaggio numero tre. Nel minor tempo possibile scegliere i dieci libri, e per farlo l’unica soluzione è ascoltare la pancia, lasciare da parte ogni considerazione razionale, non provare pietà per chi arriva un secondo dopo che hai scritto il decimo titolo, neanche se quel qualcuno è Edmond Dantès o il signor José della conservatoria generale. “Non faccia così, signor José. Per favore, non faccia così…”.

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Ecco, il risultato delle tre rigidissime regole è stato questo:

  1. L’amante – Marguerite Duras
  2. Ogni cosa è illuminata – Joanthan Safran Foer
  3. Lolita – Vladimir Nabokov
  4. Moby Dick – Herman Melville
  5. La fata carabina – Daniel Pennac
  6. Castelli di rabbia – Alessandro Baricco
  7. Il profumo – Patrick Suskind
  8. L’amore ai tempi del colera – Gabriel Garcia Marquez
  9. Insallah Madona, Insallah – Miljenko Jergovic
  10. Venuto al mondo – Margaret Mazzantini

I primi quattro non posso neanche dire che sono arrivati per primi, erano già lì, senza che ci fosse bisogno di chiamarli. C’erano, punto. Forse vivono nella mia pancia. Poi sono arrivati gli altri, con un’infiltrazione tardo-adolescenziale come Castelli di rabbia, che all’improvviso mi sono ricordata di quanto è bello, e con il ricordo della potenza de Il profumo, che mentre lo leggevo annusavo tutto, soprattutto l’incavo del mio braccio, cercando di riconoscere qualcosa che però ricordo di non aver trovato.

E poi Insallah Madona, Insallah, comprato in un mercatino, senza avere la minima idea di cosa avevo tra le mani. Perché adesso mica mi ricordo tutti i suoi racconti. Un paio sì, ma vagamente, perdo i dettagli. Però c’è un motivo per cui è finito tra questi dieci, un motivo importante, direi, ed è il ricordo – netto, come se fosse successo ieri – che quel libro era diventato la mia consolazione. L’ho letto in un periodo complicato, e mentre lo leggevo stavo bene. Protetta. Era una consolazione, non trovo nessun’altra parola per dirlo meglio.

Che bestie strane che sono, le storie. A volte ti germogliano dentro, e diventano radici. E tu vai, ma loro stanno lì, intrecciate ai tuoi tendini.

(“Tutti gli uomini vengono creati da qualche storia” – M. Jergovic, Insallah Madona, Insallah, p. 144)

La storia più bella di questa estate-che-estate-non-è

Sarà che è l’ultimo giorno di agosto, l’ultima sera per essere precisi, ma mi sa che è arrivato il momento di fare una specie di bilancio narrativo di questa estate-che-estate-non-è. Che è stata strana, e non solo per fatto che, ancora un giorno di pioggia, e mi ritrovo con le branchie dietro alle orecchie. È stata strana per diversi motivi – salite, discese, sviluppi e cadute con conseguenti sbucciature di ginocchia, progetti, tanti dubbi, pensieri, pochi gelati viste le temperature ma in compenso come si leggeva bene la sera, prima di dormire. Col lenzuolino tirato sulle gambe e ciao.

paesaggio

Comunque, divagazioni a parte.

In questa estate-che-estate-non-è ho scoperto libri meravigliosi, ma soprattutto uno, che stasera mi va di raccontare.

Che libri, intanto. Usati, soprattutto, perché a me piacciono da matti. Mi fa impazzire l’idea di trovare un libro che ha già avuto la sua vita – chissà dove ha abitato, con chi, cos’ha visto prima di venire via con me. Chissà che cosa voleva dire quel segno a pagina ventidue. Per dire. E poi quando entri in una libreria dell’usato puoi trovare di tutto. Alla faccia delle regole della distribuzione, del fatto che un libro sia fuori catalogo, che non venga più stampato dal 1984. Tu entri e aspetti che il tuo libro ti trovi (perché, ammettiamolo: in posti così noi non troviamo un bel niente, ci fermiamo e aspettiamo che una storia, oppure un’altra, ci chiami e ci dica ehi, ciao, sono io).

Ecco, tra queste storie qui, in questa estate-che-estate-non-è, quella che mi ha lasciato addosso più polvere luccicante di magia è stata I cani di Gerusalemme, di Fabio Carpi e Luigi Malerba. L’ho trovato – mi ha trovata, pardon – una sera di apertura straordinaria della Bookbank (una libreria che prometto racconterò in un post a parte, perché le cose belle vanno condivise). È un libro piccolo, un formato bellissimo, una copertina gialla che avrebbe dovuto allontanarmi visti i miei problemi con quel colore, ma invece no e quindi era proprio destino.

L’ho visto, mi ha vista, l’ho preso in mano e ho letto la citazione di apertura: “Gli specchi dovrebbero riflettere un momento prima di riflettere le immagini”. Sbam, era amore. E visto che sull’amore non si riflette, siamo tornati a casa insieme, così, dandoci fiducia.

I cani di Gerusalemme è la storia del barone Nicomede di Calatrava, “ma è anche una storia di debiti, di intrighi familiari, di esaltazioni mistiche, di sete, di fame, di miraggi e allucinazioni”.

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Il barone Nicomede di Calatrava non ha nessuna intenzione di partire per le crociate: “battersi per una tomba… che idea mortuaria”, dice. Ma gli fanno pressione, sua sorella vuole diventare santa, e allora va bene, partiamo, ma mica come tutti gli altri, noi – spiega al suo scudiero – andiamo alla Gerusalemme verbale. E iniziano a camminare, girando intorno al castello fino a percorrere la stessa distanza che li separa da Gerusalemme fisica, quella vera. Ci vorrà un anno, più o meno. E la strada sembra facile, ma non è vero.

Un anno è tanto tempo, la strada per la Gerusalemme verbale è lunga, e barone e scudiero attraversano un mondo che secondo me mica si immaginavano di incontrare, nel cerchio che racchiude il castello ma che in realtà, visto da vicino, non assomiglia a niente che conoscevano già.

Ecco, alla fine, di questo libro qui mi sono proprio innamorata. A parte per la storia geniale, mi sono innamorata per come la racconta, e poi in certi punti assomiglia a Calvino e questa è una cosa che a me fa sempre sorridere. Non ridere, ma sorridere, come quando rivedi qualcuno che ti mancava.

“Il linguaggio, Ramondo, ricordatelo bene. Il linguaggio è tutto. Prima viene il linguaggio e dopo, eventualmente, se c’è, viene il mondo…”.

Altro da aggiungere? Sorriso inevitabile a parte, no.

Quei libri che proprio non pensavi e invece.

Ci sono quei libri, quelli che proprio non pensavi e invece. O meglio. Quelli che sai che devi leggere, mica in assoluto, no, ma adesso, che prima non avrebbe avuto senso e dopo chissà, forse nemmeno. Ma adesso sì, adesso senti quella specie di richiamo della pancia che ti fa dire va bene. Va bene nonostante di solito tu stia molto lontana dal “libro del momento” (lo so, si chiama snobismo). Nonostante sembri troppo facile. Nonostante gli sguardi insistenti che ogni volta gli lanci in libreria ma poi no, leggi le prime dieci righe e poi no, pensi che forse non è il momento e invece alla fine un giorno arrivi in cassa con il libro in mano perché in fondo sai che o è adesso o quel prurito alla pancia passerà.

perdieciminutiPer dieci minuti, di Chiara Gamberale. L’ho finito stamattina, in treno. E scrivo più o meno a caldo giusto per dire che leggerlo mi ha ribaltata. Nonostante tutti i suoi nonostante. Perché non è (adesso posso dirlo, adesso che l’ho letto) il libro che normalmente mi stordirebbe così. Innanzitutto perché è incastrato nel reale in un modo che mi urta. E lo so, è un limite mio, ma di solito quando leggo voglio andare da un’altra parte, e se mi parli di Ikea, del Grande Fratello e dei Simpson io non ce la faccio. Mi dispiace, ma (di solito) non ce la faccio. E poi è semplice. Nella forma ma anche, a volte, nel cuore delle cose. Preferisco altri intrecci, insomma. Altri nodi.

Eppure questa semplicità qui, stavolta, mi ha stordita. Perché ci sono giorni (mesi) in cui le cose semplici ti mettono davanti a uno specchio, e non puoi mica tanto scappare, ci sei davanti e già che sei lì dovrai pure guardarti un attimo. Questo me l’ha spiegato la mia amica Debora, l’altro ieri in macchina, mentre le raccontavo del libro e per la trentasettesima volta riascoltavamo A mano a mano di Rino Gaetano. E niente, è vero: gli altri intrecci, quelli che cerco di solito, mi stordiscono di bellezza, mi risuonano in modo più velato, mi distraggono (almeno un po’) con la meraviglia. E invece dalla semplicità non si scappa mica, se non altro quando con parole e storie semplici si racconta qualcosa che ti assomiglia. E sbam, lo specchio.

Capito?

Ecco, stasera volevo raccontare questo stordimento qui. Ma non solo. Volevo dire che questa cosa di fare tutti i giorni qualcosa di nuovo, per dieci minuti, per un mese intero (che poi è la storia che il libro racconta, la storia di questa tizia in balia della sua vita che barcolla, che per un mese, tutti i giorni, fa qualcosa che non aveva mai fatto) mi pizzica la pancia, come quando vedevo il libro e ancora non lo compravo. Quindi chissà. Magari questo gioco lo faccio anch’io. Magari…

(“Cioè scegli: o dentro o fuori. Ma se stai sulla porta mi blocchi il traffico” – p. 131).

C’è qualcuno che ruba le vergini agli dei

Questo è un post che nasce come un singhiozzo. All’improvviso, che proprio non puoi farci niente. Che preme preme preme e allora facciamolo uscire.

Il fatto è che ho letto delle cose bellissime, che mi sono risuonate dentro e di cui ho voglia di parlare, perché le cose belle bisogna condividerle.

Ok, provo ad andare con ordine (anche se un vero e proprio ordine non c’è, ma pazienza).

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Un po’ di tempo fa ho letto alcune poesie di Guendalina Casasole e leggendole mi sono rimaste addosso. Per quelle parole lì, ma soprattutto per il suo sguardo. Che non so proprio spiegarlo ma diciamo che mi sembrava appuntito. Appuntito e attento. E bello, che è una parola che ho già usato troppe volte, me ne rendo conto, ma così è. Un esempio, giusto per farvi capire che se mi sono incantata a rileggere i suoi versi più e più volte un motivo c’era:

L’inutilità delle

nostre

giornate delle sofferenze

niente è passato aspettando

qualcosa. Starci dentro, alle cose

che ti mandano fuori

di testa. Guardarle colare

la paura col

sangue e poi averne fatto

qualcos’altro di

buono. È come

il porco, la vita. Non si butta via niente.

Macellazione, si intitola. Ecco, per me è bellissima. E la rileggo e mi sembra una meravigliosa sintesi di tutti i miei imbranati tentativi. Perché è vero, non si butta via niente.

E poi ce n’è una in quel libro – che si intitola Versacci – di cui mi sono innamorata e in cui voglio andare ad abitare dentro. Si chiama Il mio guardaroba:

In braghe di

tela – ma a larghissima 

vita.

Questa qui me la scriverei dappertutto. E la scriverò dappertutto. Sui muri, sui quaderni, ma soprattutto nella testa, perché diventi un augurio, perché diventi realtà. Perché lo diventi tutta, che in braghe di tela posso quasi dire di starci ma almeno che sia a larghissima vita.

Stamattina poi mi è arrivato il secondo libro di Guendalina, Lasciare tutto non seguire nessuno (nel migliore dei mondi impossibili). E visto che oggi è un giorno anomalo, sono a casa e ho tempo, mi ci sono buttata e per la seconda volta sono rimasta lì a leggere e rileggere, e a pensare che non è mica facile trovare delle poesie così. Vicine, intendo. Che a me leggere poesie piace, ma spesso mi fermo un po’ più lontano, come se mancasse sempre quel passo che me le fa toccare. E invece queste mi sembra di toccarle, che magari è un’illusione ma va bene anche così.

Ne scrivo qui una e con questa chiudo, che si intitola pure Insegnamento e quindi almeno è un finale coerente:

Il Padreterno ti molla

una serie di

calci

nel culo finché ti rassegni

alla felicità.

E adesso basta che mica posso scriverle tutte. Però vi dico dove trovarle, Versacci qui e Lasciare tutto non seguire nessuno qui.

The end.

Ah, no. Manca quella storia delle vergini rubate, che poi è il motivo che mi ha spinto a scrivere questo post. Qualche ora fa, quando ho aperto Lasciare tutto e non seguire nessuno e ho iniziato a leggere, mi è venuto in mente il finale di un’altra poesia: si chiama I poeti, appunto, e è di Marina Cvetaeva.

…ma ai poeti, a noi poeti,

noi paria e pari a Dio –

è dato, straripando dalle rive,

rotti gli argini, rubare

anche le vergini agli dei!

Come dire. Eh, come dire.

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