forbici&virgolette

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“[…] sul petto aveva tatuata una barchetta, una piccola barca a vela, la guardavo e mi si riempirono gli occhi di lacrime, non è che piangessi, avevo capito, avevo coscienza del fatto che dovevo farmi tatuare anch’io una barchetta così sul petto, che senza una barchetta come quella non potevo vivere, che quella barchetta doveva dare calore, che era l’emblema dell’anima, e che anch’io l’avrei avuta. Quella barchetta lì si può lavare?, faccio.”

[ Bohumil Hrabal, La cittadina dove il tempo si è fermato ]


Quinta puntata di forbici&virgolette. Tra pensieri, barchette e marinai, questa. Che poi pensavo, ma quanto è brava @lazappi? Su Instagram ci sono tutte le sue storie a striscioline, andatele a vedere…

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racconti visionari #6

Ogni giorno

Si siedono allo stesso tavolo, ogni giorno, quando il sole inizia a scendere e le ombre si allungano.

All’inizio sembravano clienti qualsiasi, una coppia come un’altra, lei forse un po’ eccentrica con quei vestiti fuori moda. Ma poi la gente ha iniziato a notarli. A fermarsi e guardarli, si chiedono se sono attori, qualcuno lo dice, o solo esibizionisti, o pazzi – qualcuno dice anche questo.

Tutti i giorni, arrivano e si siedono. Prima però spostano le sedie, per non guardarsi tra di loro ma guardare la strada. Nessuno si siede a quel tavolo, non a quell’ora, come se tutti rispettassero quella specie di rito sbilenco.

Arrivano, si siedono con gli occhi verso la strada e il cameriere porta un caffè ristretto per lei, un bicchiere di vino rosso per lui. Nessuno ricorda di averli mai visti bere, né il caffè né il vino: tazza e bicchiere restano lì, pieni, e quando se ne vanno il cameriere li porta via, e tutti pensano che sembra una maschera a fine spettacolo.

Arrivano, si siedono, aspettano fermi il vino e il caffè, e poi iniziano quella specie di danza muta e senza musica.

Lei muove la testa verso destra e guarda lontano, come se ci fosse un orizzonte, qualcuno da aspettare. Poi allunga un braccio, chiude la mano, lo riabbassa. Lui si alza, si risiede, segue lo sguardo di lei, ma solo per un attimo, poi torna a guardare davanti. Lei si sposta i capelli, lui le tocca il gomito ma lei sembra non accorgersene, gli occhi sempre verso un orizzonte che non esiste. Prende la borsa, la apre, la chiude, senza spostare lo sguardo. Lui invece guarda tutto, cerca qualcosa, nessuno sa cosa. Lei canta piano una musica che tutti pensano non sia di questo mondo. Lui ritorna a guardarla, tutti vorrebbero che le parlasse ma non lo fa, non lo fa mai, apre la bocca e subito la richiude. Lei canta piano, nessuno dice niente per non coprire la sua voce, non che sia bellissima ma bisogna ascoltarla, questo sì. Lui la guarda ma sembra lontanissimo, molti vorrebbero fargli coraggio ma poi non lo fa nessuno. Quando lei smette di cantare abbassa un momento lo sguardo, come se le fosse caduto qualcosa. Allora lui si alza, mette sul tavolo i soldi di quel vino e quel caffè mai bevuti, e le prende la mano – finalmente, pensano tutti. Si alza anche lei e se ne vanno, a volte controluce, a volte sotto la pioggia.

Magari la prossima volta le parlerà, dice qualcuno. Magari, sì.

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Le altre foto di Federica sono qui:

Federica Lissoni so#photo

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E invece la sua nuova collaborazione si chiama Soffiablablog… dateci un’occhiata!

Uno schiaffo. E poi il rovescio.

Con un titolo così, direte voi.

Con un titolo così, finalmente, vi parlo della Neo Edizioni. Che è da un po’ che volevo farlo, ma poi non trovavo il modo, non trovavo le parole per dire quella sensazione lì. Adesso – adesso che ho letto “Mette pioggia” – posso. O almeno, ci provo, perché che non è facile parlare di libri così, che mentre li leggi senti che c’è qualcosa che ti disturba ma non vuoi – non puoi – smettere, perché è tutto talmente perfetto che sarebbe un insulto. Perché sentirai pure quella sensazione di disagio, ma in fondo ti piace.

Ok, un passo alla volta, provo ad andare in ordine.

Ho conosciuto la Neo per la prima volta a Torino, a un Salone del Libro di qualche anno fa. Ho visto i loro libri e le copertine mi hanno fatto pensare che lì c’era qualcosa di bello. Ma poi devo essermi distratta, prima volta al Salone, io non so gestirmi bene quegli ambienti, troppe cose belle, troppe storie, e così sono andata via senza un libro loro.

Ma a volte succede, si fa un nodo che lascia il filo lungo, perché si possa ritrovare l’intreccio anche dopo un po’.

E questo “dopo un po’” è stato quest’anno al Buk di Modena. E stavolta mi sono fermata allo stand,  ho chiacchierato e mi sono fatta consigliare due libri. “Scegli tu” ho detto “un romanzo e dei racconti”, e sono uscita con “I cani là fuori” di Gianni Tetti e “Tre io” di Mario Rossi.

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Ora, a costo di essere ripetitiva, i libri non si raccontano, si leggono. Però due cose ve le devo dire, per farvi capire il mio imprinting Neo. “Tre io” ha tre voci narranti, di colore diverso (sì, il libro è di tre colori), e solo questo per me merita un applauso lunghissimo perché è una scelta folle, credo anti economica, sicuramente faticosa. Bellissima. E poi ci sarebbe un’altra cosa di “Tre io” che vorrei dire, una cosa che dura tipo 8 secondi ma non vi dirò niente, però credetemi, ne vale la pena. Dopo quegli 8 secondi, rimanere a bocca aperta e pensare “come ho fatto a non capire?”. Eppure no, capire non era possibile.

E con “I cani là fuori” ho scoperto Gianni Tetti. Gianni Tetti di “Mette pioggia”, che ho finito ieri. In un’odissea di Trenitalia, ma sinceramente ero più angosciata da quello che leggevo che dai ritardi.

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Gianni Tetti mi ricorda Carver, non nella forma ma nella stretta allo stomaco che mi provoca. Carver che amo e che non riesco a leggere per quella sua inquietudine che esce da ogni racconto, che non ti lascia neanche la scusa che tanto non ti riguarda, perché non è vero, forse non ti riguarda adesso ma deve averti toccato, o comunque prima o poi succederà. Ecco, in parte assomiglia a una cosa così, se non fosse che qui l’inquietudine esplode. A un certo punto tutto esplode e tu vorresti girare la testa, far finta di niente, ma quella perfezione lì di parole incastrate in modo da uncinarti gli occhi non ti lascia andare. E allora vai avanti. Vai avanti e leggi storie che possono essere vicine a te, le follie del vicino di casa, i pensieri distorti di quel signore che incontri sempre sull’autobus, le nausee persistenti di quando non ne puoi più. Arrivi alla fine e ti sembra di aver preso uno schiaffo fortissimo. E poi, quando ti sei ripreso un attimo, ti è arrivato il rovescio. Ecco, così.

Ci vuole un po’ di coraggio per leggere Gianni Tetti. Perché ti trascina in un mondo di riflessi, ululati, ossessioni, parole ripetute come una litania, incubi molli e risvegli incerti. Ma la bellezza.

Se vi va di rischiare, passate a casa Neo. Non assicuro un’uscita indenne, ma ne vale la pena. 

[ questo è il sito della Neo Edizioni ]

Elenco sommario di cose che non tornano mai

I conti.

I treni partiti (ma ce ne sono altri).

I sassi lanciati in mare.

Le parole in bocca.

Il giallo e il blu, quando ormai sono verde. (*)

Chi non vuole tornare.

La forma del ghiaccio.

I sogni, a volte, al mattino.

Le fotografie mancate.

Le schegge nel piatto sbeccato.

La luce di ieri.

L’intreccio del lino tagliato.

L’idea del racconto perfetto che non hai voluto scrivere.

Gli azzardi ignorati.

I noccioli nelle ciliegie.

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(*) Grazie a @elena_green, che oggi mi ha messo sotto gli occhi il giallo e il blu. E poi il verde, ovviamente.

Un regalo per voi

Vi ricordate quando vi ho raccontato “A parte me”?

Ecco, sono uscita dallo spettacolo con la voglia di regalarvi qualcosa. Di dirvi che siamo belle, anche quando pensiamo di no. Che può esserci un lieto fine, se lo vogliamo. Se scegliamo (perché è sempre una questione di scelta).
E allora ecco qui, una storia piccolissima e la mano magica di Enrica Trevisan.

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ps: grazie a Vanessa per il terremoto emotivo e grazie a Enrica per aver detto sì ed essere saltata in questo progetto.