Elenco sommario di cose che ho capito in questo periodo

Questo è un periodo bello denso, densissimo, lo so che lo sapete ma visto che a furia di prendere testate contro le cose finisce che a volte qualcuna la capisco, per non dimenticarle ho deciso di scriverle, così almeno le fermo prima che evaporino e non le trovi più.

Ho capito.

Che fa molta più paura pensare una cosa – quando la inizio, come faccio, come mi preparo, cosa succede mentre, cosa succede dopo, come mi sentirò prima, come mi sentirò dopo, tutto questo con mille minacciosissimi punti di domanda – che farla. Che poi quel passo non è nient’altro che un passo e se lo fai vuol dire che potevi. Tutto quello che c’è prima è una fatica gigante e inutile e vorrei ricordarmela questa cosa, che quando me l’hanno fatta notare mi è sembrata abbastanza importante.

Che dirsi di sì è (quasi) sempre meglio che dirsi di no. Ho messo quel quasi tra parentesi perché ci saranno sicuramente delle eccezioni, al momento non me ne vengono in mente ma insomma è plausibile che ci siano. Però in questo periodo mi sto dicendo abbastanza sì e, vi dirò, mi sembra che la cosa funzioni: mi ascolto, scelgo, prendo coraggio, rischio. Anche questo magari è abbastanza banale, ma per me no, proprio per niente. Per me è una specie di rivoluzione e la voglio scrivere per non perderla.

Che dire le cose, dirle ad alta voce, le rende vere e, come dice Carlo Gabardini nel suo bellissimissimo “Fossi in te io insisterei”, ti incastra davvero in un progetto che così diventa reale.

Che quando ho bisogno (fisicamente bisogno) di un libro che mi prenda di pancia e mi tenga talmente incollata da non riuscire a smettere di leggere, non lo trovo. E partono parolacce a ogni tentativo perché magari quello che inizio è pure bello, ma non mi incastra gli occhi. Questa cosa l’ho messa qui in mezzo perché dovrò pur trovare una soluzione, se esiste, anzi se qualcuno la conosce, per favore me la scriva e in cambio avrà riconoscenza a secchiate.

Che, come mi ha detto un’amica illuminandomi tipo lampadina sparata in faccia, bisogna accettare la perdita del controllo.

Che il vuoto a volte è solo spazio liberato, pronto per essere riempito di cose nuove.

Che chiedersi “perché no?” funziona.

Ecco, non è che siano grandi cose. Ma le lascio qui. Che magari tra un po’ mi servono e così so dove trovarle.

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Gli amori difficili. Ovvero: Calvino aveva ragione.

Sottotitolo: lettera che non manderò a Jonathan Safran Foer

(Ai negozi di antiquariato non andarono perché in quella vacanza i dentro furono più grandi dei fuori.)

Questo è stato il primo punto in cui mi sono fermata, ho sospirato un po’ forte e ho pensato “allora ci sei”. A pagina 66. Mica poco, eh, mi hai fatto soffrire e prendere paura.

Jonathan, ti faccio una premessa, così ti rendi conto della situazione: ti aspettavo tipo da questa primavera. Anzi, visto che sono andata a controllare la data del post in cui spiattellavo la mia felicità per il tuo ritorno, ti dico la data precisa: era 19 maggio e io iniziavo il conto alla rovescia per l’uscita di Eccomi.

Ho contato, ho aspettato, e poi Eccomi è uscito.

Il 29 agosto.

Il 29 agosto alle 11 di mattina ero in libreria a comprarlo – e non ci sono andata prima solo perché avevo paura che non avessero ancora messo le copie sugli scaffali e sapevo che non l’avrei presa benissimo. Per dire.

Poi ho iniziato a leggerlo ed è successa una cosa che non mi aspettavo. Non ti trovavo. Le parole erano bellissime, le frasi perfette, i silenzi esattamente dove dovevano essere, ma non trovavo la tua voce.

(“Sto cercando la mia voce” “È dentro la tua bocca”, così dicevi nel mio libro preferito e adesso la tua voce dov’era?)

Di solito non sono molto paziente coi libri, lo sai. (No, OVVIAMENTE non lo sai, ma fingiamo che sia così). Se non ci capiamo li abbandono, la vita è troppo breve per leggere libri che non mi piacciono. Ma non era questo il caso. Mi piaceva, Eccomi, solo che mi mancavi tu.

Stavolta però sono stata più paziente del solito, qualcuno mi ha suggerito “aspetta”. Poi ti ho trovato.

(È stata una “molto rigida ricerca”, come dicevi nel mio libro preferito).

Quando ti ho trovato, ho pensato che da lì sarebbe stato tutto facile. E sai cosa? Non era vero.

Ci ho messo un mese a leggere Eccomi, e in questo mese non ho letto nient’altro. Ho dovuto andare piano, perché hai scritto una cosa così densa e complessa e intrecciata e grande che non volevo perdermi niente, non volevo distrarmi, non volevo stancarmi, volevo solo provare a stare vicino alla tua storia. Entrarci.

Facciamo finta che tu adesso mi chieda “e ci sei entrata?”.

Sì e no, Jonathan.

Ci sono stati momenti in cui leggevo e pensavo “oh cacchio, sono io”. Perché, diciamolo, tu sei bravo in modo imbarazzante a raccontare gli intrecci umani, e le paure, le inadeguatezze, la carne, i respiri.

Ci sono stati momenti in cui mi sono ricordata perché mi avevi fatto innamorare.

(qualche volta avrei voluto

accarezzarti la guancia

davvero?

molte, molte volte

e perché non l’hai fatto?

la mia mano

avevi paura che la vedessi?

e anche di vederla io

potevi usare l’altra mano

volevo accarezzarti con quella mano

questo è il punto)

Ma ci sono stati momenti in cui mi è sembrato che mi sbattessi la porta in faccia. Io volevo entrare, bussavo, un paio di volte devo anche aver alzato la voce e tu non mi hai risposto, stavi dall’altra parte e non dicevi niente.

Ma non me ne sono andata. Di solito me ne vado, lo sai. (OVVIAMENTE non lo sai, ma continua a fingere, ok?).

Stavolta no e verso la fine ho pensato che Calvino aveva ragione, a volte è come ne “Gli amori difficili”, ci si rincorre, ci si sfiora, a volte ci si tocca fortissimo e subito dopo si è di nuovo da un’altra parte. Jonathan, occhio che Calvino la sapeva lunga, eh.

Poi ieri sono arrivata all’ultima pagina. In treno. Ed è stato strano, ero sollevata e un po’ triste e grata. Tutto insieme.

Ecco, diciamo che sei stato un amore difficile. Ma sono rimasta lì. Claro, no?

(Sapeva che riesci a tenerti solo quello che ti rifiuti di lasciare andare.)

E comunque grazie. Che una lettera di (quasi) amore a uno scrittore che manco sa che esisto non mi era mai neanche venuta voglia di scriverla.

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