Elenco sommario e disordinato del mio 2016

Ho passato qualche giorno davanti al mare, mi sono innamorata di Wonder, ho scritto 366 storie minuscole, ho ucciso un mughetto e mi dispiace ma ho il pollice nero e che ci posso fare, non ho ricominciato a correre anche se c’è stato un momento in cui ho pensato di farlo, ho fatto mille colazioni al bar, ho raccolto conchiglie e sassi e foglie e un paio di bottoni e una stellina di legno e una chiave arrugginita bellissima piena di segreti e una bacchetta magica piccolapiccola che poi ho regalato, ho preso tanti treni ma non più tutti i giorni, ho abbracciato per la prima volta amiche lontane scoprendole vicinissime, ho spedito un sacco di cose e libri e cartoline, ho iniziato a inventare il nuovo tatuaggio, ho aspettato un libro per mesi e quando è arrivato ho fatto fatica a riconoscerlo, sono entrata in cento pozzanghere e quasi sempre per distrazione e non perché lo volevo, ho scritto lettere inventate firmandole con un nome che non era il mio, ho annusato tanto e spesso a occhi chiusi, ho scoperto che mi piace andare in bici anche d’inverno e credo sia tutto merito di Gilda, ho scommesso su di me e pure se perdo ho già vinto, ho capito che gli insetti mi piacciono tantissimo, ho regalato una penna fingendo di dimenticarla, ho preparato mille caffettiere, ho rotto calze e bicchieri e scheggiato tazze e perso coincidenze, sono inciampata almeno un milione di volte, ho fatto sogni bellissimi e sogni tristi e pure sogni paurosi, mi sono struccata un sacco di volte strofinandomi gli occhi fino a sbriciolare l’eyeliner, ho continuato a dire più parolacce del previsto, non ho imparato a mettermi lo smalto senza colorarmi fino ai gomiti, mi sono appiccicata addosso lettere adesive, ho cantato tanto e dappertutto e ogni tanto pure per strada e ammetto che mi divertivo a sbirciare lo sguardo di chi mi incrociava, mi sono detta di sì, non ho imparato a non arrossire e questa è una rottura, ho avuto paura ma sono anche stata coraggiosa, ho capito che la mia casa è il mare, ho parlato di fantasmi e camaleonti, ho abbracciato e baciato e intrecciato capelli e riso fortissimo e qualche volta ho urlato e ho pianto e mi tengo tutto perché è stato tutto bellissimo.

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Storie a pezzi

No, non è come sembra. Non è una cosa brutta, anzi. È proprio che non sapevo come dirlo in un altro modo.

C’entra con le storie e assomiglia a quando ci si mette davanti a un camino, in inverno, che fuori fa proprio brutto e ci si dice “e se raccontassimo una storia? Dai, tu inizi e ne diciamo un pezzettino per uno”. Così. Solo che non c’era il camino, non era inverno e la storia l’abbiamo raccontata a distanza. Su Instagram. Quasi così, insomma.

Ok, vado con ordine.

Questa storia inizia con una foto de @lazappi. Questa qui.

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E subito sotto, @lafenicerinascedase scrive: storie d’amore e di draghi…

@lazappi: raccontamele.

@lafenicerinascedase: @lazappi, si brucia di passione, l’amore scalda il cuore, gli animi si infiammano dal tempo in cui la terra era popolata di draghi ardenti… chiedo aiuto a @linventoredimostri. Ti va di raccontare una storia insieme a me?

Ora, potevo non rispondere all’appello? Naaa. E allora via, che la storia abbia inizio.

@linventoredimostri: quindi è una storia che brucia? Che potrebbe iniziare davanti al mare, su un’isola fredda, con qualcuno che si guarda le mani e pensa. Cosa, pensa?

@lafenicerinascedase: pensa che di tutto e quel freddo e quel ghiaccio che ricopre la terra è stanco. Con le mani vorrebbe scioglierlo ma il suo calore non basta. Ripensa alle storie di draghi ardenti e vorrebbe partire alla ricerca dell’ultimo esemplare…

@linventoredimostri: …e si imbarcò, su una nave da carico diretta a sud, che il vecchio con gli occhi bianchi lo dice sempre, “è là che si nasconde l’ultimo drago, dove la terra sembra finire”.

@lazappi: […incantata sento di draghi ardenti e coloro la mia nave da carico…]

@lafenicerinascedase: …e attraversò la Terra dei Sogni Smarriti, le Lande delle Speranze Dimenticate e le Valli delle Parole Sospese…

@linventoredimostri: …fino a quando si fermò, stanco dal tanto camminare, e si sedette davanti a quel mare, così diverso da quello della sua isola eppure così uguale.

@lafenicerinascedase: Il mare cominciò a raccontargli la sua storia, che è la storia di tutti. E gli svelò il segreto dell’ultimo drago ardente…

@lazappi: […lei si guardava intorno… “quella storia che brucia, quel mare così diverso”… non erano semplici pagine di un libro… era più che altro una voce che raccontava, quasi un sapore che l’aria si portava dietro… lei respirava… pian: inspiro, espiro… questo le avevano insegnato]

@liventoredimostri: …erano parole dense come pietre, che colavano tra le dita mentre le ascoltava. Le mise in tasca. Chiuse gli occhi. Sorrise e ripartì. Con quel segreto. Enorme. Bellissimo.

@lafenicerinascedase: Una nuova vita sarebbe comininciata.

@lazappi: […una sedia a dondolo… nulla più… e quella voce a rincorrerla]


Bello. Non so da fuori, ma davvero, starci dentro è stato proprio bello. Che sembrava davvero di essere sedute vicine, di sera, con il brutto tempo fuori e una storia dove nascondersi.

E adesso? [che vizio, chiederselo sempre]. Adesso boh. Però spero che ricapiti, di raccontare così.

ps: @lazappi, ormai lo sapete, scrive ritagliando, qui. E @lafenicerinascedase scrive qui e fotografa qui.

[anche a riscriverla, sono emozionata in modo imbarazzante. Ma si può?]

L’inevitabile metamorfosi

Succedeva ogni volta che leggeva, ma non se ne rendeva conto. Eppure succedeva sempre, a volte di più, a volte di meno, ma sempre. E quello che leggeva c’entrava solo in parte, anche se bisogna ammettere – se vogliamo fare un’analisi seria e precisa del fenomeno – che succedeva di più con le storie che parlavano di pioggia, o nelle quali pioveva almeno un po’, almeno una volta.

pioggia

Leggeva e il suo corpo iniziava una lenta e metodica digestione della storia. Le parole si scioglievano, i suoni si ammorbidivano, le metafore assumevano un’interessante consistenza gelatinosa, fino a quando tutto veniva assorbito. E qui, in questo esatto momento, iniziava l’inevitabile metamorfosi. Il suo corpo si impregnava della storia, ma da dentro. Interi paragrafi diventavano sangue, pagine di paesaggi bucolici si trasformavano in fibre muscolari, finali inaspettati esplodevano in un respiro che senza preavviso si faceva affannoso. Una volta una virgola particolarmente significativa disegnò un neo nell’incavo del braccio sinistro.

Era un processo molto lento, questo bisogna ammetterlo. Potevano volerci ore perché le prime parole del libro, quello che iniziava con “Manolo il Gitano aprì gli occhi”, si allontanassero l’una dall’altra e cominciassero a sciogliersi, perdendo prima qualche vocale, di quelle che scivolano come le i accentate, e poi diventando sempre più chiare, sempre più lontane. Poi sembravano sparire e invece erano le contrazioni di una risata, o quel rossore senza motivo.

A volte pezzi di storia restavano fermi per un po’, come a galleggiare. Sembravano immobilizzarsi come una digestione difficile, ma era solo questione di tempo. Sempre questione di tempo. Anche quando lesse che “Tobias rimase in cortile, a contare le stelle fino all’orizzonte, e scoprì che ce n’erano tre di più dal dicembre scorso” sembrò che quelle parole sarebbero rimaste per sempre incastrate sotto le palpebre, ma passarono cinque mesi due settimane e tre giorni e all’improvviso si sciolsero e gli occhi diventarono un po’ più verdi, sembravano quelli di prima ma solo da lontano.

Anche adesso sta leggendo. Forse domani avrà una piccola voglia dietro l’orecchio. O forse no. Ma qualcosa si starà trasformando. Come sempre.

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Perse parole

(Sottotitolo: terza parte di una trilogia sulle parole le cui prime due puntate non sapevano di essere una trilogia).

Sai una cosa? Non ti ho mai detto quanto sei

Volevo dire, non so se ti ho mai detto che sei

Ecco. È successo ancora. L’ho persa. Quella parola che mi serve per dirti una cosa importante, che mi servirebbe proprio adesso, perché ho in mente una cosa ma senza quella parola non te la posso dire.

A volte mi capita, sarà che sono sbadato. Inizio a dire una frase e quando è il momento di metterci una certa parola mi accorgo che non ce l’ho più. Mi blocco, la cerco, ma niente, proprio non c’è. E non è che mi arrenda subito, la cerco proprio bene. Dappertutto: nella testa, sotto la lingua, sulle mani, in tasca, nel portafogli, sotto le scarpe − lì ci guardo sempre perché una volta ne ho trovata una che avevo perso da quattro giorni, erano quattro giorni che non dicevo testa, ed era un problema perché non è come non avere inesplicabile, o genealogia, che quelle non le uso quasi mai e anche se le perdessi non succederebbe niente di drammatico, testa è una parola importante, una di quelle che se le perdi è proprio un casino, e io l’ho persa per quattro giorni e mi sembrava di impazzire, la cercavo la cercavo la cercavo e non saltava fuori, e poi la sera del quarto giorno mi sono tolto le scarpe, le ho lanciate sul pavimento e una si è girata, e l’ho vista, testa stava proprio lì, appiccicata sotto la suola. E, una volta trovata, è andato tutto a posto, e quindi testa posso dirlo ogni volta che voglio.

Adesso invece mi piacerebbe dirti che sei

Va be’, niente. Non ce l’ho. Non ce l’ho da nessuna parte. E anche questa è abbastanza importante, non quanto testa ma decisamente più di elettrosmosi. Per dire.

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Una volta invece ne ho trovata una in un libro. No, lo so, in un libro ce ne sono tante, ma ce n’era anche una mia e me ne sono accorto perché è scivolata giù ed è finita sul tavolo. È stato divertente perché non mi ricordavo neanche di averla persa. Malaffare, era. Che, quando l’ho trovata, ho anche avuto dei dubbi, perché io non mi ricordo di aver mai detto malaffare e quindi magari era di qualcun altro. Ma stava in un libro mio, a casa mia. Poi ho pensato che forse l’avevo solo letta da qualche parte e che quello bastava per averla, perderla e ritrovarla − ma a dire il vero non è che come ipotesi mi suonasse molto plausibile. In ogni caso, adesso ce l’ho. Malaffare.

Piuttosto, quello che vorrei ora è riuscire a dirti che sei

Ma guarda, che fastidio. Non è che l’ho lasciata in macchina? Ma no, me ne sarei accorto. Be’, per sicurezza poi controllo. Però spero di non averla persa proprio lì perché c’è un tale casino che mi ci vorrebbero giorni per trovarla, tra scontrini, polvere, graffette, sciarpe (tue) e foglie e cd e un giocattolo di mio nipote che adesso ha tredici anni quindi immagina tu da quanto sta lì. E io non ho tutto questo tempo, vorrei dirtelo prima, se fosse possibile.

Aspetta, non è che l’ho lasciata a casa tua? Ci pensavo ieri sera che mi sarebbe piaciuto dirtelo, e magari mi è scivolata. Ti spiace guardare dietro i cuscini del divano? O sul balcone, perché lì ci ho pensato tanto, quando sono uscito a fumare e intanto che fumavo pensavo che avrei avuto voglia di dirtelo, ma poi era tardi, così ci siamo salutati e sono tornato a casa senza dirti niente. Sicura che non è da te? Neanche in ascensore? Ti ricordi, ci avevo lasciato paradosso.

No? Mah.

Comunque resta il fatto che devo starci attento. Non è possibile perdere parole continuamente. È fastidioso ogni volta rimanere lì senza riuscire a finire il discorso, e poi non ci faccio neanche una bella figura, come quando mi hai presentato tuo padre e io avrei voluto dire che ero onorato di conoscerlo, ma onorato non l’avevo più e dato che non volevo restare muto a mezza frase come faccio di solito, ho azzardato una sostituzione ma nella fretta non mi è venuta molto bene e gli ho detto che ero onomastico di conoscerlo. Lui ti ha guardato e ha detto questo è scemo. Ecco, lui le parole le aveva tutte.

Poi onorato l’ho trovata, l’avevo lasciata sul comodino. Nell’ansia della sera prima facevo le prove su come presentarmi e mi sa che quella mi è scappata. Vedi, a volte, il destino?

Dai, niente, mi metto a cercare la dispersa di oggi.

Se nel frattempo la trovi tu, tienila. Intanto era per te.

(ps: anche questo è un racconto che ho scritto un po’ di tempo fa e che mi è tornato in mente oggi, per chiudere questa trilogia involontaria).

Il suono delle parole

Lo so, lo sapete, l’ho già detto nell’ultimo post, ma voglio ripeterlo pure questa volta. Sono innamorata delle parole, ma di brutto. Non so quando è cominciata, non me lo ricordo. Però so che da quando ho iniziato a leggere davvero mi sono sempre incantata davanti a certe combinazioni di sillabe e suoni, a volte andando al di là di quello che volevano dire, erano belle e basta, non so se mi spiego.

(Inciso. Cosa vuol dire “leggere davvero”. Esattamente non lo so, ma ho la sensazione che i primi anni di lettura, per quanto assidua, siano stati un avvicinamento, non ancora lettura vera. E non è questione di quanto si sa, di quanto si è letto fino a quel momento, ma di come ci si mette davanti a una storia, magari capendoci ancora di meno, ma stupendosi di più. Scusate se ho fatto casino, ma proprio non so spiegarlo meglio).

Comunque. A me le parole piacciono. No, non tutte, perché sarebbe come dire che a un appassionato di cinema piacciono tutti i film. E infatti alcune proprio non le sopporto. Qualche esempio?

Delizioso. Questa forse sta al primo posto tra le parole che mi stanno antipatiche. È molle, ha la faccia da schizzinosa, di quelle che hanno perennemente il naso un po’ arricciato.

Delicato. Questa mi sembra una di quelle che non prende mai una posizione. Ti piace? È delicato. Ma ti piace o no? È delicato. Ma va là, va.

Attimino. Che esagerazione, è già piccolo un attimo, cosa ci vuoi fare con un attimino? (E questa antipatia l’ho ereditata dal mio prof. di Italiano delle superiori, quindi sì, anche le antipatie si possono sviluppare per contatto e contagio, non sempre ma a volte succede).

Potrei impegnarmi e passare in rassegna altre parole che mi irritano ma sinceramente preferisco pensare a quelle belle. Con un altro piccolo intermezzo, però, su una parola che mi sembra stranissima e con la quale ancora ho dei problemi perché a volte mi sembra che non esista: cucchiaio. A voi sembra una parola normale? Con tutte quelle vocali una vicina all’altra, che quando la dici la tua mandibola deve fare dei giri assurdi e il risultato non è mai un granché. Cucchiaio. Mah.

Poi ci sono le altre, quelle di cui mi innamoro. E pensando a queste ho capito una cosa: che se non mi piacciono parole singole, quello che mi piace proprio da impazzire sono le combinazioni di parole: è difficile che mi colpiscano parole singole, mentre quando si incastrano una dietro l’altra sì, anche se magari dentro non c’è niente di spettacolare, nomi aggettivi virgole in una successione apparentemente banale che però quando li leggi è una magia. Ecco, quando le trovo, queste magie, mi stupisco di come si possa prendere gli elementi più semplici e di come basti metterli insieme nel modo giusto per tirarci fuori qualcosa di proprio bello, di talmente bello che devi proprio leggerlo ad alta voce, come questo qui:

Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta.

(Vladimir Nabokov, Lolita)

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Capito? È così bello che quasi ci rimango secca. Anzi, forse questo è l’inizio di libro più bello che finora ho incontrato (e anche il libro intero è bello carico di meraviglia).

Poi ci sono bellezze meno evidenti, che si incastrano nelle altre frasi con leggerezza, rischiando pure di rimanere nascoste e così, quando le scopri, sorridi. Io, almeno, sorrido.

 “Quale cosa?” chiesi silenziosamente al muro, ma il muro non me lo spiegò.

(Jeffrey Eugenides, Middlesex).

Cose così, insomma, che diventano bolle che luccicano dentro la storia.

Chiudo con un’ultima citazione, presa da un libro che è tutto una bolla che luccica.

“Io e mia nonna, la sera in cui mi fermavo da lei, gridavamo delle parole dalla veranda. Questo me lo ricordo. Gridavamo le parole più lunghe che ci venivano in mente. Io gridavo: Fantasmagoria!” Poi ha riso. “Quella me la ricordo. E dopo lei gridava una parola yiddish che non capivo. E dopo io gridavo: Antidiluviano!” Lui ha gridato la parola in strada, e questo poteva essere di imbarazzo se non che in strada non c’era nessuno. “E dopo guardavo le sue vene del collo che si gonfiavano mentre gridava qualche parola straniera. Secondo me eravamo segretamente innamorati delle parole”.
(Jonathan Safran Foer, Ogni cosa è illuminata)

Non so voi, ma io sono già un po’ più felice.