#glinizidisettembre

La prima lampadina l’aveva fatta accendere la mia amica Valeria, che tra le sue 11 cose belle aveva scritto “settembre, quando tutto comincia” e io leggendo avevo pensato che è proprio vero, settembre è un mese di inizi, di luci che non stanno da nessun’altra parte, di sciarpe colorate, tazze di tè, libri che hanno aspettato pazienti tutta l’estate perché non era il momento giusto e adesso invece sì.

Poi c’è stata una seconda lampadina, perché mi ero divertita troppo con 11 cose belle e volevo giocare ancora con voi. E allora ho pensato che potevamo dirli ad alta voce, i nostri inizi di settembre, fotografarli e in un certo senso scambiarceli perché così potevano pure nascere delle idee, si moltiplicavano gli incominci.

#glinizidisettembre

E così è stato. Piano piano, foto dopo foto, da una parola si è formato un racconto, che poi è un racconto di istantanee, magie fermate in uno scatto, e a guardarle tutte insieme uno ci può leggere la storia che più gli somiglia, inventarsela come gli piace, e magari cominciare da metà, da quel quaderno che gli incastra gli occhi, o dalle scarpe che chissà dove vanno, o da quella foglia lì che uguali ce ne saranno mille milioni ma poi uguali no, non è mica vero.

Ecco, mi sono un attimo persa ma il senso è proprio questo qui, che moltiplicare i racconti a me piace da matti.

Quindi grazie a chi ha raccontato con me. Le foto che trovate nel pdf de #glinizidisettembre sono [in ordine sparso] di go_tic, lafenicerinascedase, fiolyb, acasadicindy, gioistantingrammi, elena_green, simo_angel, verderame91, attimidiletizia, shemissedthetrain, iconorrhea, anna_zambelli, eman_loved, maminabijioux, mammadilulu, isognidipenelope, quattrocchi91, martolarem.

SCARICA #GLINIZIDISETTEMBRE…

Vi racconto una storia (minuscola)

Il 2015 dovrà essere l’anno delle sperimentazioni – l’ho detto, e scritto, alla fine di quell’altro anno là, quello con manie di protagonismo, il 2014. Diciamo che mi sto impegnando, soprattutto in una cosa, che a me è sempre sembrata difficilissima: iniziare a fare le cose anche se non sono proprio pronta per farle. Lanciarmi. Non preparare tutto, non studiare nei minimi dettagli, non organizzare l’organizzabile prima di fare qualcosa di nuovo. E questa mia difficoltà qui ha sempre coinvolto anche la scrittura, o almeno quella parte della scrittura che è condivisione. Non ti faccio leggere quello che ho scritto se non ne sono super sicura (salvo poi rileggere dopo un po’ e scoprire che quella sicurezza se n’è andata e quello che è rimasto è un mah, con tanto di naso un po’ arricciato e sguardo perplesso).

Comunque.

Quest’anno almeno mi impegno e faccio qualche tentativo in più di lancio. (mica robe esagerate, eh, ma rispetto a prima, pat pat sulla spalla). Quest’anno, per esempio, sto provando a scrivere storie minuscole. Talmente minuscole che appena le scrivo sono già andate via, quindi auguri con le manie di controllo e ultra preparazione, quelle lì sono già partite e si stanno facendo la loro piccola vita senza permetterti di richiamarle indietro, se va bene ogni tanto ti scriveranno una cartolina. Per dire.

Per ora ne ho scritte 14, di storie minuscole. Una ogni tanto, quando arriva, quando si presenta in casa senza neanche bussare. Allora le apro, la scrivo e lei se ne va. Veloce, così veloce che mi frega nelle mie ansie di revisione. Le scrivo direttamente sulla pagina Facebook, che mi dà l’idea che così sono pure più libere.

E niente, stamattina mi chiedevo dove andranno, alla fine. Ma poi mi sono anche detta che è presto per pensarci, andranno dove vorranno e speriamo solo che siano felici.

Intanto ne scrivo una qui, l’ultima, la #14.

Era un mostro così timido che aveva imparato a mimetizzarsi. Diventava a righe come la tappezzeria, fiorato e leggero come le tende della cucina, blu come i sogni quando la notte si trasforma in mattino. Nessun bambino lo vide mai, tranne uno, il giorno in cui si scoprirono entrambi immobili e verdi come la siepe del giardino. Il bambino guardò il mostro e si portò un dito alle labbra. Il mostro sorrise e non parlò”.

Le altre andranno avanti qui. E poi vedremo. E poi chissà.

storie

(Jeanette Winterson, Il custode del faro… giusto perché le storie non finiscono mai)

racconti visionari #3

A partire da adesso

Il mappamondo l’ho visto dopo che sono uscito. Avevo appena chiuso la porta e la stavo guardando, come se si potesse fare ancora qualcosa. Avevo tenuto la mano appoggiata sul legno, per un po’. Mi sembrava di chiedere scusa, così. Ma poi ho pensato che non avrei dovuto chiedere scusa, e allora ho tolto la mano dal legno e mi sono girato.

È stato a quel punto che mi sono accorto del mappamondo. Non c’era nessun motivo perché fosse lì, però mi è sembrato giusto. Mi ci sono seduto vicino, per terra. Era tutto come doveva essere, non so se riesci a capire. Loro dall’altra parte della porta e io seduto vicino al mappamondo.

Ho riso, andava tutto bene. Davvero, in quel momento andava tutto bene, c’era il mappamondo e io ero finalmente uscito da quella porta. Senza chiedere scusa. Ho riso. Andava tutto bene.

porta verde-1 copia

Qui

Venivano da così lontano che nemmeno loro si ricordavano da dove erano partiti, o quando. Erano giovani, questo se lo ricordavano. Così giovani che non potevano dire di essere marito e moglie – siamo fratelli, dicevano, e si tenevano per mano.

Avevano camminato, attraversato frontiere su treni lentissimi, chiesto passaggi a carovane di zingari e condiviso cibo e coperte con giostrai dalla barba lunga e meravigliosi denti d’oro.

Poi, a un certo punto, avevano deciso di fermarsi. Si erano guardati – qui, avevano detto.

Avevano scelto una casa piccola, ma sul mare, per avere davanti agli occhi qualcosa che si muovesse sempre. È così strano chiudere una porta, pensavano, e avevano così tanto mondo negli occhi che a volte bisognava aprirla per dargli spazio. E quel mappamondo. Lo guardavano senza capire da dove potevano essere partiti, così tanto tempo fa e così lontano. Inventavano percorsi, con le dita segnavano strade che non esistevano. E sorridevano, davanti a quel mare che continuava a muoversi.

porta alta-ok copia

Tentativo n. 9

– Potremmo andare qui.

– Qui dove?

– Qui, dove inizia questo fiume.

– Non lo vedo.

– Se rimani dietro alla porta vedi solo il legno.

– E il fiume dov’è?

– Lontano da qui. Penso. Vicino alle montagne.

– Come si chiama?

– Non c’è scritto.

– E come ci arriviamo?

– Intanto devi uscire da lì.

– Mh.

– …

– …

– Che rumore è?

– Sto disegnando quel fiume sulla porta.

– Ma non l’hai nemmeno visto.

– Lo sto inventando.

– Dovresti uscire.

– Sto disegnando.

– D’accordo.

– …

– …

– Ci sei ancora?

– Sì. E tu stai ancora disegnando?

– No.

– Adesso devo andare.

– D’accordo.

– Torno domani.

– Con il mappamondo?

– Certo.

– Ok.

– Ok.

porta bosco 2-1


Ecco, questo era #raccontivisionari #3.

Io e Federica ci siamo date due indicazioni – porta e mappamondo – e poi via, scrivere, fotografare. (descritto un po’ più in dettaglio, qui).

Non so cosa sembrerà a voi, ma io sono proprio emozionata, e mi sembra di aver iniziato una cosa bella ma bella. E ditemi se è poco.

Ps. Le altre immagini di Federica le trovate qui:

Federica Lissoni so#photo

Facebook

Instagram

Flickr

 

Dopo #100happydays

Ok, è arrivato il momento di condividere il punto della situazione (già fatto, pensato, ripensato) sui miei #100happydays, che sono finiti più o meno 10 giorni fa.

bolle_100happydays

Un piccolo ripasso, per chi si è perso le altre puntate: #100happydays è un gioco, una sfida, un azzardo. Scegli un social network – io ho scelto Instagram – e ogni giorno, per 100 giorni, posti un momento felice. A volte grande, a volte piccolo, a volte così minuscolo che lo vedi solo tu. Ma vero, che barare non vale. Ecco, a me l’idea di questa sfida è piaciuta, e ho iniziato a fotografare, tutti i giorni, qualcosa che mi faceva sorridere, o pensare a un sorriso.

Ora, mi piacerebbe un sacco dire che è stato facile, ma sarebbe abbastanza una bugia. A volte sì, è stato facile, certi giorni però dovevo proprio aguzzare la vista per trovare un momento da fotografare, un paio di volte ho addirittura pensato di smettere. Solo che poi, in quei giorni (due) in cui ho pensato di mollare, alla fine qualcosa è successo. Un’amica mi ha regalato del cioccolato. Ho scoperto che i miei piedi mi sono simpatici. E ho fotografato quel cioccolato di rinforzo, i miei piedi pronti per una camminata, e tra un dolce consolatorio e un paio di scarpe da ginnastica non ho mollato.

Cento giorni. Non sono mica pochi. E se ci penso su un attimo, mi rendo conto che sono stati un bell’allenamento. Perché lo sguardo si allena, come la felicità. Che le schifezze continuano a capitare, le giornatacce a fare lo sgambetto, ma io mi alleno e nello schifo so essere un pochettino più forte, so cercare quel puntino che luccica. Almeno qualche volta. Almeno ci provo. E pacca sulla spalla (pat pat) per il tentativo.

Quindi quindi. Soddisfatta? Di brutto. Riguardo le mie 100 foto e vedo pere che diventano mongolfiere, facce di amici, briciole a forma di cuore, un sacco di libri, un albero con gli occhi, ritagli di parole, un pesce di carta che nuota in un mare improvvisato. Cose piccole, minuscole. Ma innegabilmente belle.

E adesso? Adesso l’allenamento continua. Che mica si può smettere così…

Ps: se volete vedere tutte le foto del mio #100happydays cliccate qui

pesce_100happydays   quadrifoglio_100happydays

100 foto per 100 giorni

Ormai sono due settimane che ho iniziato #100happydays e ho pensato che forse era il caso di parlarne un po’. L’ho scoperto su Instagram (che comunque – volevo dirlo – mi sta facendo scoprire mondi, scritture e sguardi belli): ho visto un paio di volte l’hashtag, ho chiesto cosa voleva dire, come funzionava, mi sono lasciata prendere dalla sfida ed eccoci qui. A trovare ogni giorno, per cento giorni, un motivo per essere felice – parola ingombrante, me ne rendo conto, ma passatemela se non altro per coerenza “tagghistica”.

Ecco, più passavano i giorni (sono già quindici, eh!), più avevo voglia di raccontare perché ho scelto di partecipare a questa cosa.

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Uno. Perché è una scusa per fare una foto al giorno. Non è mica indispensabile, ognuno sceglie il social che preferisce, ma a me piaceva l’idea di trovare immagini di cose belle, fermarle e magari riguardarle tutte alla fine.

Due. Per allenarmi. A cosa? A trovare tutti i giorni qualcosa di divertente, di bello, di interessante. Magari piccolo, minuscolo, però trovarlo. Che non è mica così facile, ci vuole dell’allenamento – ho pensato. Ecco, così io mi alleno.

Tre. Per vedere se sono capace. Cento giorni sono tanti, obiettivamente. Tanti per non dimenticarsi che stai partecipando a questa cosa, per non perdere la voglia, per non trovare almeno un giorno così brutto che di bello da fotografare proprio non c’è niente. Sarò capace di arrivare fino alla centesima foto? Eh. (Sospiro da dubbio amletico).

Quattro. Perché se fermi (con una foto o una frase) qualcosa di bello, diventa più grande, quasi più vero. Nel senso che te lo ricordi, non si perde tra le mille cose della giornata che poi va sempre a finire che a questi dettagli di bellezza non ci si fa caso o si dimenticano al primo battito di ciglia.

Cinque. Perché no? In media #100happydays mi toglie circa dieci minuti al giorno. Non è che ci si perdano ore, insomma. Sforzo quasi nullo, risultato finale boh, però ho pensato che non ci perdevo mica niente a provarci. E magari funziona, magari no, magari tra un mese mollerò tutto o magari arriverò al giorno 100 così, come se niente fosse. E intanto ci provo, gioco e chissà.

Ps: se volete partecipare o saperne di più, trovate tutte le info qui.

mongolfiera