Luci | Racconti visionari

Te le ricordi le luci che c’erano il giorno che ci siamo rivisti? Era gennaio, ma gennaio avanzato, quasi febbraio, e sembrava una giornata di primavera, una primavera sbagliata, che è arrivata troppo presto e adesso se ne sta ferma in un angolo senza sapere cosa fare.

Ecco, pensa a una giornata così ma con le luci di natale. Te le ricordi? Stavano sul palazzo ad angolo, scendevano che sembravano una pioggia di lucciole ubriache, sbandavano, c’era vento.

Era una giornata con tutto fuori posto. C’erano le luci di natale in ritardo e una primavera sbagliata in anticipo. E poi il vento incasina sempre tutto.

Io avevo paura che arrivasse un temporale, sarebbe stato fuori stagione, insensato come tutto il resto. Le lucciole ubriache in certi momenti sembravano impazzite e si aggrovigliavano, poi di colpo si fermavano e si lasciavano andare e a me veniva un po’ da piangere, stavamo lì e facevamo finta che fosse normale. Ridere, parlare, mi passi quel bicchiere, visto che vento, fa caldo per essere gennaio, si saranno dimenticati di togliere le luci, forse le tengono perché senza sarebbe tutto più triste, è triste anche così, che hai fatto per le vacanze, il lavoro come va, guarda quei due come si somigliano, il progetto nuovo va avanti, vuoi ancora del vino, sarebbe meglio un caffè.

Anche noi dovevamo sembrare due lucciole ubriache. Ci muovevamo seguendo traiettorie che viste da fuori probabilmente assomigliavano a giri casuali, come quelli degli insetti che impazziscono e volano intorno a una luce e ci sbattono contro e poi si allontanano e poi tornano e secondo me mentre lo fanno pensano “adesso la smetto, adesso me ne vado” e invece non vanno da nessuna parte e qualche secondo dopo stanno di nuovo a sbattere e noi eravamo così, due insetti impazziti che nella testa si dicevano “adesso la smetto, adesso me ne vado” e invece non andavamo da nessuna parte.

Forse tutto quello che è successo dopo è stato per quelle luci sbagliate. Chissà se le hanno tolte, adesso.

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i racconti visionari nascono con le immagini di Federica Lissoni so#photo e i precedenti li trovate qui.

racconti visionari #8

Si sta alzando il vento

Si dice che un giorno laggiù passò una carovana. In fondo, prima che inizino le colline. Vedi?

Lo so, adesso non c’è nessuno. Non c’è quasi mai nessuno, in realtà. Ma quel giorno – lo raccontano tutti, qui – passarono in tantissimi e non era il numero che lasciava ad occhi aperti chi li guardava passare, erano i colori, le voci, gli animali. E lei.

Aspetta, te lo racconto per bene. Vuoi sederti sul davanzale? No? Guarda verso le colline, però, e immagina di vederli.

Immagina che sia inverno. Un inverno di tantissimi anni fa, quando per viaggiare si camminava e le terre sembravano sconfinate. Immagina che sia pomeriggio, con il sole che sta per tramontare, le ombre lunghe e fredde, le colline che iniziano a coprirsi di ombre blu. Immagina che tutti gli abitanti del villaggio stiano tornando alle loro case, per fuggire al freddo della sera. Immagina una bambina – questo nessuno lo dice, questo l’ho pensato io – che sta per chiudere la porta di casa e sente un suono che non conosce. Un suono forte, come di campane ma più acuto. Chiama la madre, escono di casa, guardano verso le colline, da dove viene quel suono che intanto continua a farsi sentire e vedono qualcosa. Vedono persone: una fila lunghissima, e carri, e animali, e anche altri suoni iniziano ad arrivare – risate, canti in una lingua mai sentita, versi di bestie che mai avevano visto e mai vedranno più. Decidono di avvicinarsi e intanto anche altre persone escono dalle case e vanno verso la carovana.

Immagina di essere lì con loro. Di guardare quello spettacolo che mai avrebbero potuto immaginare. Nessuno parlava, tra loro. Guardavano, con gli occhi sgranati di meraviglia, qualcuno azzardava un sorriso, qualcuno faceva scongiuri, qualcuno pensava che avrebbe voluto seguirli e restare con loro e sarebbe stato – forse, in quel modo – felice.

Restarono fermi nel freddo, nel sole che scendeva dietro le colline, a vederli passare – e ascoltarli cantare e ridere forte come se quella fosse una festa e non un viaggio nel gelo dell’inverno. Restarono fermi fino a quando, in coda alla carovana, videro lei. La luce ormai era sottile, le ombre lunghissime e inconsistenti, e proprio questo fece loro credere, nei giorni che venivano, che forse gli occhi erano stati ingannati. Che non potevano davvero aver visto quel viso. Che si erano confusi e poi, raccontando, le voci si erano mischiate, accavallate, le parole e i ricordi sbiaditi e ricostruiti con più fantasia che realtà.

Eppure. Stai ancora immaginando di essere lì? Ecco, allora pensa di vedere in coda alla carovana una donna dal viso che nessuno riuscì a dimenticare. Non so dirti perché, ci sono tante storie diverse. C’è chi dice che avesse il viso da animale feroce, chi dice gli occhi più belli e spaventosi che mai. Quello che tutti ancora oggi raccontano è che fu impossibile dimenticarla. Entrò nei sogni.

Ti sembra di sentirli, vero?

Dai, chiudiamo la finestra, che si sta alzando il vento.

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Ps: Federica la trovate qui

racconti visionari #7

Numero 341, giorno 23

Ciao. Come stai? Questa è la telefonata numero 341, giorno 23, giusto nel caso avessi perso il conto. Io no, non l’ho perso, ma è abbastanza facile visto che le telefonate le sto facendo io e oltretutto le sto segnando su un quaderno. Quello blu, rilegato male, hai presente?

Comunque. Vado subito al punto perché altrimenti poi perdo il coraggio e va a finire come le altre volte che non ti dico quello che ti volevo dire quando ho fatto il numero.

Allora, il fatto è questo – aspetta, suonano alla porta.

Era il tizio delle pizze. Però vorrei precisare che non ho deciso di chiamarti proprio quando stava per arrivarmi la pizza, perché è arrivata troppo presto, gli avevo detto un orario e il ragazzo è arrivato almeno mezz’ora prima. Ma non fa niente, non ti preoccupare, la mangio dopo, tanto se si raffredda posso sempre scaldarla, e poi l’ho sbirciata e hanno pure sbagliato, ci hanno messo i funghi e i funghi proprio non li sopporto quindi dovrò toglierli tutti prima di mangiarla, ecco adesso penserai che ho manie ossessivo compulsive ma in realtà ho solo un problema con i funghi, non mi vanno giù, ci ho anche provato diverse volte ma non posso farci niente, ho dovuto arrendermi, non mi piacciono. Ci sono quelle cose, no?, ci provi, ci provi, e niente.

Come tutte le volte che ho provato a chiamarti prima di oggi. 340. Mica poche, eh? Il fatto è che succede sempre qualcosa, a un certo punto – mi sa che era tra la 267 e la 268, ma dovrei controllare il quaderno – ho anche pensato che forse era destino. Ho pensato che avrei potuto fare un milione di tentativi e non ne avrebbe funzionato uno, non ti avrei detto quello per cui ti sto chiamando.

Vedi, anche adesso stavo perdendo il filo. Che poi lo so, non è perdere il filo, è che dirtelo non è mica facile, non so cosa potrebbe succedere dopo e allora tentenno. Inciampo, in un certo senso. Ci vorrebbe coraggio, lo so.

Senti, facciamo una cosa. Facciamo che questa era la prova generale e la 342 sarà quella buona? Che ne dici? Ripasso giusto due cose, faccio un bel respiro, infilo la presa del telefono nel muro, aspetto il primo tu-tu, e faccio il tuo numero.

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E poi fotografa su Soffiablablog… fotografie, illustrazione… magia!

 

racconti visionari #6

Ogni giorno

Si siedono allo stesso tavolo, ogni giorno, quando il sole inizia a scendere e le ombre si allungano.

All’inizio sembravano clienti qualsiasi, una coppia come un’altra, lei forse un po’ eccentrica con quei vestiti fuori moda. Ma poi la gente ha iniziato a notarli. A fermarsi e guardarli, si chiedono se sono attori, qualcuno lo dice, o solo esibizionisti, o pazzi – qualcuno dice anche questo.

Tutti i giorni, arrivano e si siedono. Prima però spostano le sedie, per non guardarsi tra di loro ma guardare la strada. Nessuno si siede a quel tavolo, non a quell’ora, come se tutti rispettassero quella specie di rito sbilenco.

Arrivano, si siedono con gli occhi verso la strada e il cameriere porta un caffè ristretto per lei, un bicchiere di vino rosso per lui. Nessuno ricorda di averli mai visti bere, né il caffè né il vino: tazza e bicchiere restano lì, pieni, e quando se ne vanno il cameriere li porta via, e tutti pensano che sembra una maschera a fine spettacolo.

Arrivano, si siedono, aspettano fermi il vino e il caffè, e poi iniziano quella specie di danza muta e senza musica.

Lei muove la testa verso destra e guarda lontano, come se ci fosse un orizzonte, qualcuno da aspettare. Poi allunga un braccio, chiude la mano, lo riabbassa. Lui si alza, si risiede, segue lo sguardo di lei, ma solo per un attimo, poi torna a guardare davanti. Lei si sposta i capelli, lui le tocca il gomito ma lei sembra non accorgersene, gli occhi sempre verso un orizzonte che non esiste. Prende la borsa, la apre, la chiude, senza spostare lo sguardo. Lui invece guarda tutto, cerca qualcosa, nessuno sa cosa. Lei canta piano una musica che tutti pensano non sia di questo mondo. Lui ritorna a guardarla, tutti vorrebbero che le parlasse ma non lo fa, non lo fa mai, apre la bocca e subito la richiude. Lei canta piano, nessuno dice niente per non coprire la sua voce, non che sia bellissima ma bisogna ascoltarla, questo sì. Lui la guarda ma sembra lontanissimo, molti vorrebbero fargli coraggio ma poi non lo fa nessuno. Quando lei smette di cantare abbassa un momento lo sguardo, come se le fosse caduto qualcosa. Allora lui si alza, mette sul tavolo i soldi di quel vino e quel caffè mai bevuti, e le prende la mano – finalmente, pensano tutti. Si alza anche lei e se ne vanno, a volte controluce, a volte sotto la pioggia.

Magari la prossima volta le parlerà, dice qualcuno. Magari, sì.

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E invece la sua nuova collaborazione si chiama Soffiablablog… dateci un’occhiata!

racconti visionari #5

Esterno giorno

raccontivisionari-logoResto qui e aspetto che ripassi. Ti cercherei ma non so dove. Non so neanche come ti chiami e poi non voglio chiedere, cosa penserebbero. Cosa penserebbero. Ma se neanche mi conoscono. Comunque non chiedo. Preferisco aspettare che ripassi.

Ero a quel tavolino lì, dovevo incontrare un cliente che non si è presentato. Bevevo caffè e fingevo di leggere un libro ma pensavo che avrei dovuto andarmene. Poi ti ho visto. Camminavi veloce, come se dovessi proprio andare da qualche parte. In un posto importantissimo, da persone importantissime. Camminavi e ti tenevi una mano sulla sciarpa, c’era vento.

Mi hai guardato. No, non è vero, ma l’ho immaginato talmente tante volte che mi sembra proprio impossibile che tu non mi abbia guardato. Potrebbe anche essere successo, e per distrazione non ho visto. Potrebbe. E poi avresti potuto continuare a camminare, in mezzo alla gente, come se non fosse successo niente.

Torno qui appena posso. Mi siedo a un tavolino esterno, in modo da controllare la piazza. Aspetto che ripassi. Aspetto.

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E questo è il racconto visionario numero #5.

Posso dirlo che a me questa foto piace un sacco? Vabbè, detto. 🙂

E, come sempre, le altre foto di Federica le trovate qui:

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racconti visionari #4

Ore 5.24

raccontivisionari-logoHo sognato che trovavo una valigia. Una di quelle vecchie, che se ti avvicini senti l’odore del cuoio e della polvere. Camminavo e l’ho vista, e all’improvviso è stato inverno. No, prima non era inverno, si capiva dalla luce, ma dal momento in cui ho visto la valigia si è fatto freddo e l’aria è diventata più sottile.

Mi sono avvicinata. C’era silenzio, non sentivo neanche il rumore dei miei passi, come se ci fosse neve ma non ce n’era. Sorridevo, chissà perché. Ero felice, sapevo che quella valigia la stavo cercando da tanto tempo, hai presente quelle certezze dei sogni? Ecco, così. Mi ci sono seduta davanti. Era aperta e dentro c’erano delle foglie. Tante, abbastanza da coprire l’odore della polvere con quello del bosco. A quel punto ho iniziato a cantare una canzone triste, adesso non la ricordo ma nel sogno sapevo tutte le parole. Era una specie di ballata, secondo me parlava di un viaggio. No, non ne sono sicura, ma potrebbe anche essere.

Poi ho chiuso la valigia e mi sono svegliata. O addormentata. Chissà.

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Ecco, questo era il quarto racconto visionario. E a me, se posso proprio essere sincera, quella foto lì fa impazzire. Per la sua luce. Perché era quello che speravo.

E poi, lo so che l’avrete notato ma non riesco a non dirlo, da oggi abbiamo un logo. Un logo vero! Yuhuuuu!

Ok, adesso freno l’entusiasmo (o almeno ci provo). Come sempre, le altre immagini di Federica le trovate qui:

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racconti visionari #3

A partire da adesso

Il mappamondo l’ho visto dopo che sono uscito. Avevo appena chiuso la porta e la stavo guardando, come se si potesse fare ancora qualcosa. Avevo tenuto la mano appoggiata sul legno, per un po’. Mi sembrava di chiedere scusa, così. Ma poi ho pensato che non avrei dovuto chiedere scusa, e allora ho tolto la mano dal legno e mi sono girato.

È stato a quel punto che mi sono accorto del mappamondo. Non c’era nessun motivo perché fosse lì, però mi è sembrato giusto. Mi ci sono seduto vicino, per terra. Era tutto come doveva essere, non so se riesci a capire. Loro dall’altra parte della porta e io seduto vicino al mappamondo.

Ho riso, andava tutto bene. Davvero, in quel momento andava tutto bene, c’era il mappamondo e io ero finalmente uscito da quella porta. Senza chiedere scusa. Ho riso. Andava tutto bene.

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Qui

Venivano da così lontano che nemmeno loro si ricordavano da dove erano partiti, o quando. Erano giovani, questo se lo ricordavano. Così giovani che non potevano dire di essere marito e moglie – siamo fratelli, dicevano, e si tenevano per mano.

Avevano camminato, attraversato frontiere su treni lentissimi, chiesto passaggi a carovane di zingari e condiviso cibo e coperte con giostrai dalla barba lunga e meravigliosi denti d’oro.

Poi, a un certo punto, avevano deciso di fermarsi. Si erano guardati – qui, avevano detto.

Avevano scelto una casa piccola, ma sul mare, per avere davanti agli occhi qualcosa che si muovesse sempre. È così strano chiudere una porta, pensavano, e avevano così tanto mondo negli occhi che a volte bisognava aprirla per dargli spazio. E quel mappamondo. Lo guardavano senza capire da dove potevano essere partiti, così tanto tempo fa e così lontano. Inventavano percorsi, con le dita segnavano strade che non esistevano. E sorridevano, davanti a quel mare che continuava a muoversi.

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Tentativo n. 9

– Potremmo andare qui.

– Qui dove?

– Qui, dove inizia questo fiume.

– Non lo vedo.

– Se rimani dietro alla porta vedi solo il legno.

– E il fiume dov’è?

– Lontano da qui. Penso. Vicino alle montagne.

– Come si chiama?

– Non c’è scritto.

– E come ci arriviamo?

– Intanto devi uscire da lì.

– Mh.

– …

– …

– Che rumore è?

– Sto disegnando quel fiume sulla porta.

– Ma non l’hai nemmeno visto.

– Lo sto inventando.

– Dovresti uscire.

– Sto disegnando.

– D’accordo.

– …

– …

– Ci sei ancora?

– Sì. E tu stai ancora disegnando?

– No.

– Adesso devo andare.

– D’accordo.

– Torno domani.

– Con il mappamondo?

– Certo.

– Ok.

– Ok.

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Ecco, questo era #raccontivisionari #3.

Io e Federica ci siamo date due indicazioni – porta e mappamondo – e poi via, scrivere, fotografare. (descritto un po’ più in dettaglio, qui).

Non so cosa sembrerà a voi, ma io sono proprio emozionata, e mi sembra di aver iniziato una cosa bella ma bella. E ditemi se è poco.

Ps. Le altre immagini di Federica le trovate qui:

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