La ballata dei pensieri ricorrenti

C’è chi ha i sogni ricorrenti, io di ricorrenti ho i pensieri.

Ché ci sono cose che ultimamente penso spesso, mi compaiono nella testa come un singhiozzo e allora ho deciso che le scrivo. Non che questi pensieri mi diano fastidio e voglia zittirli, ma se sono così insistenti è perché magari vogliono spazio e allora va bene, prendete aria, andate in giro che è pure quasi primavera e in giro si sta così bene.

Uno. La vita è troppo breve per vestirsi di beige. Il nero mi piace, il beige mi mette una tristezza nel cuore che boh. E lo dico senza la minima competenza di moda, fèscion-cose o robe simili. È che mi fa proprio diventare tristissima. Molto più del grigio, per dire.

Due. Chi non gioca si perde cose molto belle. E non dico giochi organizzati e neanche giochi di società, ma proprio cose piccole, piccolissime, cose come i “facciamo finta che”. Fate finta di essere draghi volanti, rock star, maghi, volpi, pirati. Mica per ore, eh, basta un pochino, basta un minuto, forse pure meno. Ma fatelo, date aria alla fantasia. Dieci secondi al giorno li trovano tutti, giuro.

Tre. Bisogna esprimere desideri ogni volta che si può (sì, in questo periodo sono in fissa con la storia dei desideri). Quando si assaggia per la prima volta un frutto di stagione, o un piatto mai provato, quando si staccano le ciglia – stringere tra le dita, sopra o sotto, ripetere fino a che si indovina – o quando si vede l’arcobaleno, quando si trova a terra un soldino, quando cade una stella. Quando c’è una scusa qualsiasi  per farlo. Quindi cercate scuse, su.

Quattro. Diventare se stessi è una roba che dovrebbe essere facile e invece non è facile proprio per niente. Che a volte ci remiamo contro da soli, come se non bastassero gli altri a fare resistenza ai nostri sogni. E allora smettiamola e diventiamo i nostri complici più agguerriti. (E la faccio facile a dirla così, eh: non lo è, però proviamoci, dai).

Fine – per ora – dei pensieri ricorrenti. Ma potrei averne altri, nuovi, a breve, chissà, quindi tenetevi pronti.

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Quella roba strana che sono i desideri

È qualche giorno che continuo a pensare a quella roba strana che sono i desideri. Non che abbia chissà quale risposta definitiva – quando mai! – ma visto che ci sto pensando un sacco, almeno mi segno le cose che mi sono rimaste appiccicate addosso.

Non me lo ricordo ma me lo raccontano sempre (come dimostrazione che già da piccola ero un po’ strana): quando mi chiedevano cosa avrei voluto fare da grande, rispondevo “la vagabonda, ma poi la sera torno a casa a dormire”. A parte che avrebbero dovuto dirmelo che, tradotto in adultese, la vagabonda che torna a casa la sera è una pendolare – a parte questo, quando ci ripenso mi viene da sorridere. Che prima di cadere nel tunnel ballerina/veterinaria/chissà-che-altro, mi ero inventata un desiderio tutto mio. Sbilenco, senza senso, ma mio. Poi per un sacco di tempo quella cosa lì è sparita e, se ci penso adesso, un po’ mi dispiace ma in fondo sono cose che capitano.

Poi. I desideri sono come i mostri. Nel senso che possono farci molta paura e che a volte (spesso) cerchiamo di non farli uscire da sotto il letto, o dall’armadio, che altrimenti chissà cosa succede. Ma poi, pure se non li facciamo uscire, mica vuol dire che se ne sono andati. Vuol dire solo che sono nell’armadio o sotto il letto. Fermi, immobili, che respirano piano e magari si muovono con attenzione per non scricchiolare e non farci spaventare, ma non sono andati da nessuna parte. E no, questa cosa dei mostri non ha nessuna conclusione o morale, se però mi viene in mente ve la scrivo.

Un’altra cosa è che non so avere desideri a prescindere. I desideri a prescindere sono quelle cose che vuoi indipendentemente da quello che sei adesso e da quello che potrai fare per averle. Forse li ho avuti, anzi sicuramente sì, ma adesso mi sono accorta che non li ho più. Non lo so cos’è successo, in mezzo. So che ho desideri che nascono dalle cose che faccio, dalle cose che posso fare per realizzarli. O forse è che inizio a muovermi quando mi spunta un desiderio. A volte invece i desideri nascono dalle cose che incontro, dalle cose che scopro. Ho desideri più casuali, in un certo senso. Non so se è una cosa bella o no, ma è così.

Sto smettendo anche di dirmi che ci sono cose che dovrei desiderare, cose adeguate alla mia età, e che non dovrei desiderarne altre che invece non sono adeguate. Questa cosa la so razionalmente, ma poi a volte litigo con me stessa e finisce che succede un casino ma insomma, ci sto lavorando. Perché in fondo adeguato a che?

Ultima cosa. Desidero molto una bacchetta magica – ma bella, mica una roba così – e credo me la regalerò. Bon.

E adesso andate a portare la merenda ai mostri dell’armadio, che avranno fame.

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Elenco sommario di cose inadeguate alla mia età

Raccogliere da terra e infilarsi in tasca foglie, chiavi arrugginite o bottoni (anche quando sono neri e tristi) perché sicuramente hanno dei segreti da raccontare anche se sembra di no (come nel caso dei bottoni neri e tristi).

Continuare ad avere quella reazione adolescenziale da bastian contrario per cui quando ti regalano un libro dicendoti “ah, lui è un genio” (lui l’autore, non il libro), tu subito pensi che “lui” non lo sopporti, che sarà sopravvalutato e quasi sicuramente banale e, anche quando vai avanti a leggere e ammetti di trovarlo a tratti divertente – ammissione che ti costa una fatica gigantesca – però comunque no, un genio proprio no.

Mettersi a ballare quando nei negozi (o nelle librerie o dove capita) parte una musica che stare fermi non si può. A volte pure cantare.

Quando si staccano le ciglia, stringerne una tra pollice e indice, scegliere se “sotto” o “sopra”, pensare un desiderio, aprire lentamente le dita, controllare e, se la previsione non si è avverata, dire una parolaccia e riprovarci fino a quando ci si azzecca che “prima era una prova”.

Dare un nome a tutte le cose – biciclette, piante finte, zaini – e parlare con la propria casa come se fosse una cosa viva (“Ehi, ciao piccola, sono tornata”).

Avere paura di cose assolutamente irrazionali come i temporali.

Inventare parole e messaggi in codice.

 

Ovviamente queste cose le faccio tutte.

Fine.

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(foto @unsplash)

racconti visionari #9

Capito cosa

Dovrei ricordarmi un sacco di cose importanti, tipo quello che ci siamo detti, come ci siamo guardati, almeno le canzoni che passavano alla radio e invece no, invece mi ricordo solo un dettaglio piccolissimo che però è cresciuto, cresciuto così tanto da riempire tutto lo spazio e tutto il tempo.

E comunque è veramente da imbecilli lasciarsi al tavolino di un bar. C’è troppa gente, troppa confusione, io mi distraggo facilmente quando ho tutto quel movimento intorno e tu lo sapevi, eh, lo sapevi ma hai voluto vedermi lì, forse pensavi che quel mondo intorno sarebbe stato una corazza. Chissà se te l’ho detto, se ne abbiamo parlato.

Di quel pomeriggio mi ricordo quasi solo del mimo. Stava dall’altra parte della strada, in piedi sulla panchina davanti al negozio di fiori. Continuano a tornarmi in mente le sue calze, a righe. Forse perché era in piedi su quella panchina, con i piedi quasi ad altezza dei miei occhi. Quasi, lo so. Faceva movimenti piccoli, soprattutto con le mani e, quando lo guardavo in faccia, vedevo quegli occhi andare dappertutto. Però mi ricordo soprattutto le sue calze. Che cosa stupida, eh?

A un certo punto mi hai anche chiesto se non mi ero accorta di niente e io non ho capito la domanda. Questo me lo ricordo. Per un attimo ho sentito la tua voce, ho lasciato il mimo, mi sono girata verso di te e mi ricordo che ho pensato “capito cosa?”. Non mi ricordo se l’ho solo pensato o se te l’ho anche detto ma tu non hai risposto a quella domanda che forse non ti ho neanche fatto, hai abbassato un attimo gli occhi e poi li hai girati verso il mimo, che – vedi – aveva catturato anche te. Con le sue calze a righe e la sua voce che non c’era.

Siamo stati lì fino a quando è venuto buio. Stavamo stretti nelle giacche, seduti all’aperto perché l’inverno era ancora abbastanza lontano. Quando ci siamo alzati il mimo era già andato via e io continuavo a guardare la panchina e a immaginarmi i suoi piedi lì sopra. Gli occhi che andavano dappertutto. Continuavo a non ascoltarti ma magari non stavi più neanche parlando.

Poi siamo andati via anche noi. Era proprio sera, allora.

Ho camminato zitta come il mimo, fino a casa. Ho pensato ancora una volta “capito cosa?” poi ho deciso che non era importante. Che perfino quelle calze a righe erano più importanti. Meno mute.

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ps: se volete sbirciare il sito di Federica, andate qui

Gli amori difficili. Ovvero: Calvino aveva ragione.

Sottotitolo: lettera che non manderò a Jonathan Safran Foer

(Ai negozi di antiquariato non andarono perché in quella vacanza i dentro furono più grandi dei fuori.)

Questo è stato il primo punto in cui mi sono fermata, ho sospirato un po’ forte e ho pensato “allora ci sei”. A pagina 66. Mica poco, eh, mi hai fatto soffrire e prendere paura.

Jonathan, ti faccio una premessa, così ti rendi conto della situazione: ti aspettavo tipo da questa primavera. Anzi, visto che sono andata a controllare la data del post in cui spiattellavo la mia felicità per il tuo ritorno, ti dico la data precisa: era 19 maggio e io iniziavo il conto alla rovescia per l’uscita di Eccomi.

Ho contato, ho aspettato, e poi Eccomi è uscito.

Il 29 agosto.

Il 29 agosto alle 11 di mattina ero in libreria a comprarlo – e non ci sono andata prima solo perché avevo paura che non avessero ancora messo le copie sugli scaffali e sapevo che non l’avrei presa benissimo. Per dire.

Poi ho iniziato a leggerlo ed è successa una cosa che non mi aspettavo. Non ti trovavo. Le parole erano bellissime, le frasi perfette, i silenzi esattamente dove dovevano essere, ma non trovavo la tua voce.

(“Sto cercando la mia voce” “È dentro la tua bocca”, così dicevi nel mio libro preferito e adesso la tua voce dov’era?)

Di solito non sono molto paziente coi libri, lo sai. (No, OVVIAMENTE non lo sai, ma fingiamo che sia così). Se non ci capiamo li abbandono, la vita è troppo breve per leggere libri che non mi piacciono. Ma non era questo il caso. Mi piaceva, Eccomi, solo che mi mancavi tu.

Stavolta però sono stata più paziente del solito, qualcuno mi ha suggerito “aspetta”. Poi ti ho trovato.

(È stata una “molto rigida ricerca”, come dicevi nel mio libro preferito).

Quando ti ho trovato, ho pensato che da lì sarebbe stato tutto facile. E sai cosa? Non era vero.

Ci ho messo un mese a leggere Eccomi, e in questo mese non ho letto nient’altro. Ho dovuto andare piano, perché hai scritto una cosa così densa e complessa e intrecciata e grande che non volevo perdermi niente, non volevo distrarmi, non volevo stancarmi, volevo solo provare a stare vicino alla tua storia. Entrarci.

Facciamo finta che tu adesso mi chieda “e ci sei entrata?”.

Sì e no, Jonathan.

Ci sono stati momenti in cui leggevo e pensavo “oh cacchio, sono io”. Perché, diciamolo, tu sei bravo in modo imbarazzante a raccontare gli intrecci umani, e le paure, le inadeguatezze, la carne, i respiri.

Ci sono stati momenti in cui mi sono ricordata perché mi avevi fatto innamorare.

(qualche volta avrei voluto

accarezzarti la guancia

davvero?

molte, molte volte

e perché non l’hai fatto?

la mia mano

avevi paura che la vedessi?

e anche di vederla io

potevi usare l’altra mano

volevo accarezzarti con quella mano

questo è il punto)

Ma ci sono stati momenti in cui mi è sembrato che mi sbattessi la porta in faccia. Io volevo entrare, bussavo, un paio di volte devo anche aver alzato la voce e tu non mi hai risposto, stavi dall’altra parte e non dicevi niente.

Ma non me ne sono andata. Di solito me ne vado, lo sai. (OVVIAMENTE non lo sai, ma continua a fingere, ok?).

Stavolta no e verso la fine ho pensato che Calvino aveva ragione, a volte è come ne “Gli amori difficili”, ci si rincorre, ci si sfiora, a volte ci si tocca fortissimo e subito dopo si è di nuovo da un’altra parte. Jonathan, occhio che Calvino la sapeva lunga, eh.

Poi ieri sono arrivata all’ultima pagina. In treno. Ed è stato strano, ero sollevata e un po’ triste e grata. Tutto insieme.

Ecco, diciamo che sei stato un amore difficile. Ma sono rimasta lì. Claro, no?

(Sapeva che riesci a tenerti solo quello che ti rifiuti di lasciare andare.)

E comunque grazie. Che una lettera di (quasi) amore a uno scrittore che manco sa che esisto non mi era mai neanche venuta voglia di scriverla.

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Vai bene così (e tanti auguri a me)

Questo post è un auto regalo di compleanno ma vorrei – lo vorrei tantissimo – che fosse un regalo anche per altri e soprattutto per altre. Mi rendo conto che è un’affermazione un po’ egocentrica e pretenziosa ma sto invecchiando, mi aumentano gli anni e mi diminuiscono i “forse non dovrei”, quindi portate pazienza.

È un auto regalo perché è da tanto che avevo voglia di scrivere qualcosa che suonasse come un “vai bene così”. Il “vai bene così” non cancella i difetti, non cancella le imperfezioni, non nasconde i tentennamenti e le paure, ma in un certo senso li guarda negli occhi e dice “ok, ci siete anche voi. E va bene così”.

Il corpo. Cose che ci sono e che va bene così

L’unica cosa che mi è sempre piaciuta – ma sempre sempre, da quando ne ho memoria – è essere bassa. Mi piace stare quaggiù, a parte i problemi logistici tipo quando sei al supermercato e vuoi quella confezione sull’ultimo scaffale e non c’è nessuno nei dintorni alto abbastanza da aiutarti, ma per il resto ci sono sempre stata bene.

Poi però ci sono state, e a volte ci sono ancora, cose che mi hanno fatta sentire a disagio, che ho fatto fatica ad accettare, che mi facevano sentire strana. Ma ero io. Quelle cose, ero io. Anzi, quelle cose sono io.

I miei denti grandi, sono io. E se fossi il lupo di Cappuccetto Rosso direi “per sorridere meglio, bambina mia”.

Le mie orecchie con le punte un po’ sporgenti, sono io, e sono mio padre – che l’ho notato di recente ma abbiamo le stesse orecchie, uguali uguali, e allora non sono più orecchie ma sono una storia.

I miei piedi squadrati, che non entrano – e non sono mai entrati – in scarpe eleganti, sono io. E sono mia madre, che mi racconta sempre che la prima cosa che le hanno detto di me è “ha i tuoi piedi” e forse non era un complimento ma invece lo è.

Sono io le cose che mi piacciono e quelle che non mi piacciono – le dita delle mani che si piegano all’indietro, le braccia storte che ogni volta “ma te le sei rotte?” (NO!), ma anche la erre un po’ arrotata, le caviglie sottilissime, l’alluce valgo, gli occhi verdi che non ho capito da dove vengono, le lentiggini d’estate, quella carne che da ragazzina non volevo e adesso invece sì.

Ed è mia, ormai indiscutibilmente mia, la prima ruga sul collo. Lo taglia a metà, è bella spessa. Quando l’ho vista la prima volta, l’ho odiata. Oggi la guardo e non la odio più. Forse non siamo diventate proprio amiche, non ancora, ma mi dico “vai bene così”.

Tutto il resto e le cose lasciate

Poi c’è tutto il resto. Un tutto che invecchiando si fa più leggero ed è una meraviglia e mi fa rispondere a chi mi dice “ah, se si potesse tornare indietro” una cosa del tipo “ma tu sei fuori”.

Le cose lasciate non sono lasciate del tutto ma ci sto lavorando.

Sto imparando a lasciare la paura di non essere abbastanza, che poi abbastanza per cosa, per chi. Sto lasciando i “non si può” che mi sono sempre detta e la maggior parte delle volte non era vero che non si poteva. Il voler essere pronta prima di iniziare qualcosa di nuovo, che infatti non iniziava mai. La paura che blocca, mentre mi tengo stretta la paura che fa reagire. Il silenzio quando ho voglia di cantare, anche se stono. Le parole obbligate quando ho voglia di silenzio.

A volte ci riesco, a volte no, ma più il tempo passa e più mi sembra che vada meglio.

Più il tempo passa e più mi assomiglio.

Tanti auguri a me.

va bene così

Storie minuscole. Grazie.

Sottotitolo: post ad altissimo tasso glicemico, particolarmente indicato per i romantici, astenersi cinici.

Il 1 gennaio abbiamo pubblicato la prima storia minuscola. Diceva così:

“Aveva sul viso uno stormo di nei, sembravano rondini, ogni volta che si girava temevo che sarebbero spariti, volati via”.

Il disegno era a penna, solo contorno, su un foglio bianco ritagliato. Si vedeva l’ombra del foglio. Sopra, le parole, bianche.

Oggi la storia pubblicata è la 178 e fa così:

“Se ci incontrassimo adesso, in questa luce così forte, mi riconosceresti? Schermandoti gli occhi con la mano, magari. Io continuerò a camminare. C’è questa luce così forte”.

In mezzo ci sono stati sei mesi di parole disegni ritagli colori collage e acquerelli. Sei mesi a costruire un intreccio che è partito da una briciola e poi è cresciuto, è diventato un nodo sempre più grande e sempre più vero, fino a venerdì, quando alla Bookbank abbiamo inaugurato Storie minuscole e loro, le nostre storie, erano lì. Ce n’erano 20 – appese al muro, appoggiate a una libreria, penzolanti in vetrina. Vere. Si potevano toccare e guardare da vicino.

Vorrei avere un sacco di cose intelligenti da dire ma forse sono ancora emozionata, forse la felicità mi fa fare confusione, e quindi credo che dirò solo un giga mega GRAZIE TUTTO MAIUSCOLO.

A Sara, la mia libraia del cuore, per averci ospitate lì, in un posto che per me è una magia. Che ci ha fatte sentire a casa.

A Elisa, che la mostra l’ha curata e ci ha accompagnate passo passo nella preparazione, nell’allestimento, nel racconto di quello che sarebbe successo. Che ha capito tutto.

Ai miei che sono stati travolti da questa cosa e hanno dato passaggi, ospitato per la notte, preparato pranzi meravigliosi, comprato materiali mentre io lavoravo. Che erano lì a condividere questa cosa bella.

A chi c’era ed è venuto da vicino e da lontano, addirittura da lontanissimo. E questo vorrei dirlo proprio bene, che le storie minuscole non saranno la performance artistica del secolo ma hanno avuto la forza di portare persone, incastrare abbracci, far macinare chilometri per condividere, chiedere mille volte “come va, sei pronta?” e “sei stata felice?”.

A chi non c’era ma è stato come se ci fosse, perché mi ha scritto, chiesto, riscritto, richiesto.

A GIö. Perché ha dato il via a tutto. Perché si è fidata. Perché trasforma le mie storie in qualcosa che io manco mi immaginavo. Perché ci riconosciamo e le storie risuonano quando passano da me a lei, e quando da lei a me ritornano.

GRAZIE TUTTO MAIUSCOLO.

Ps: lo so, il post è finito e non ho detto niente della mostra. Comunque sta alla Bookbank fino al 9 luglio, fateci un giro, dai. (e già che siete lì comprate dei libri, che è una cosa bella assai).

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