Quella roba strana che sono i desideri

È qualche giorno che continuo a pensare a quella roba strana che sono i desideri. Non che abbia chissà quale risposta definitiva – quando mai! – ma visto che ci sto pensando un sacco, almeno mi segno le cose che mi sono rimaste appiccicate addosso.

Non me lo ricordo ma me lo raccontano sempre (come dimostrazione che già da piccola ero un po’ strana): quando mi chiedevano cosa avrei voluto fare da grande, rispondevo “la vagabonda, ma poi la sera torno a casa a dormire”. A parte che avrebbero dovuto dirmelo che, tradotto in adultese, la vagabonda che torna a casa la sera è una pendolare – a parte questo, quando ci ripenso mi viene da sorridere. Che prima di cadere nel tunnel ballerina/veterinaria/chissà-che-altro, mi ero inventata un desiderio tutto mio. Sbilenco, senza senso, ma mio. Poi per un sacco di tempo quella cosa lì è sparita e, se ci penso adesso, un po’ mi dispiace ma in fondo sono cose che capitano.

Poi. I desideri sono come i mostri. Nel senso che possono farci molta paura e che a volte (spesso) cerchiamo di non farli uscire da sotto il letto, o dall’armadio, che altrimenti chissà cosa succede. Ma poi, pure se non li facciamo uscire, mica vuol dire che se ne sono andati. Vuol dire solo che sono nell’armadio o sotto il letto. Fermi, immobili, che respirano piano e magari si muovono con attenzione per non scricchiolare e non farci spaventare, ma non sono andati da nessuna parte. E no, questa cosa dei mostri non ha nessuna conclusione o morale, se però mi viene in mente ve la scrivo.

Un’altra cosa è che non so avere desideri a prescindere. I desideri a prescindere sono quelle cose che vuoi indipendentemente da quello che sei adesso e da quello che potrai fare per averle. Forse li ho avuti, anzi sicuramente sì, ma adesso mi sono accorta che non li ho più. Non lo so cos’è successo, in mezzo. So che ho desideri che nascono dalle cose che faccio, dalle cose che posso fare per realizzarli. O forse è che inizio a muovermi quando mi spunta un desiderio. A volte invece i desideri nascono dalle cose che incontro, dalle cose che scopro. Ho desideri più casuali, in un certo senso. Non so se è una cosa bella o no, ma è così.

Sto smettendo anche di dirmi che ci sono cose che dovrei desiderare, cose adeguate alla mia età, e che non dovrei desiderarne altre che invece non sono adeguate. Questa cosa la so razionalmente, ma poi a volte litigo con me stessa e finisce che succede un casino ma insomma, ci sto lavorando. Perché in fondo adeguato a che?

Ultima cosa. Desidero molto una bacchetta magica – ma bella, mica una roba così – e credo me la regalerò. Bon.

E adesso andate a portare la merenda ai mostri dell’armadio, che avranno fame.

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foto @unsplash

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Elenco sommario di cose inadeguate alla mia età

Raccogliere da terra e infilarsi in tasca foglie, chiavi arrugginite o bottoni (anche quando sono neri e tristi) perché sicuramente hanno dei segreti da raccontare anche se sembra di no (come nel caso dei bottoni neri e tristi).

Continuare ad avere quella reazione adolescenziale da bastian contrario per cui quando ti regalano un libro dicendoti “ah, lui è un genio” (lui l’autore, non il libro), tu subito pensi che “lui” non lo sopporti, che sarà sopravvalutato e quasi sicuramente banale e, anche quando vai avanti a leggere e ammetti di trovarlo a tratti divertente – ammissione che ti costa una fatica gigantesca – però comunque no, un genio proprio no.

Mettersi a ballare quando nei negozi (o nelle librerie o dove capita) parte una musica che stare fermi non si può. A volte pure cantare.

Quando si staccano le ciglia, stringerne una tra pollice e indice, scegliere se “sotto” o “sopra”, pensare un desiderio, aprire lentamente le dita, controllare e, se la previsione non si è avverata, dire una parolaccia e riprovarci fino a quando ci si azzecca che “prima era una prova”.

Dare un nome a tutte le cose – biciclette, piante finte, zaini – e parlare con la propria casa come se fosse una cosa viva (“Ehi, ciao piccola, sono tornata”).

Avere paura di cose assolutamente irrazionali come i temporali.

Inventare parole e messaggi in codice.

 

Ovviamente queste cose le faccio tutte.

Fine.

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(foto @unsplash)

Elenco sommario e disordinato del mio 2016

Ho passato qualche giorno davanti al mare, mi sono innamorata di Wonder, ho scritto 366 storie minuscole, ho ucciso un mughetto e mi dispiace ma ho il pollice nero e che ci posso fare, non ho ricominciato a correre anche se c’è stato un momento in cui ho pensato di farlo, ho fatto mille colazioni al bar, ho raccolto conchiglie e sassi e foglie e un paio di bottoni e una stellina di legno e una chiave arrugginita bellissima piena di segreti e una bacchetta magica piccolapiccola che poi ho regalato, ho preso tanti treni ma non più tutti i giorni, ho abbracciato per la prima volta amiche lontane scoprendole vicinissime, ho spedito un sacco di cose e libri e cartoline, ho iniziato a inventare il nuovo tatuaggio, ho aspettato un libro per mesi e quando è arrivato ho fatto fatica a riconoscerlo, sono entrata in cento pozzanghere e quasi sempre per distrazione e non perché lo volevo, ho scritto lettere inventate firmandole con un nome che non era il mio, ho annusato tanto e spesso a occhi chiusi, ho scoperto che mi piace andare in bici anche d’inverno e credo sia tutto merito di Gilda, ho scommesso su di me e pure se perdo ho già vinto, ho capito che gli insetti mi piacciono tantissimo, ho regalato una penna fingendo di dimenticarla, ho preparato mille caffettiere, ho rotto calze e bicchieri e scheggiato tazze e perso coincidenze, sono inciampata almeno un milione di volte, ho fatto sogni bellissimi e sogni tristi e pure sogni paurosi, mi sono struccata un sacco di volte strofinandomi gli occhi fino a sbriciolare l’eyeliner, ho continuato a dire più parolacce del previsto, non ho imparato a mettermi lo smalto senza colorarmi fino ai gomiti, mi sono appiccicata addosso lettere adesive, ho cantato tanto e dappertutto e ogni tanto pure per strada e ammetto che mi divertivo a sbirciare lo sguardo di chi mi incrociava, mi sono detta di sì, non ho imparato a non arrossire e questa è una rottura, ho avuto paura ma sono anche stata coraggiosa, ho capito che la mia casa è il mare, ho parlato di fantasmi e camaleonti, ho abbracciato e baciato e intrecciato capelli e riso fortissimo e qualche volta ho urlato e ho pianto e mi tengo tutto perché è stato tutto bellissimo.

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Un anno di storie minuscole

Sembra una roba impossibile ma è passato un anno.

Un anno da quando Giovanna mi ha chiesto “hai voglia di scrivere qualcosa per me, tutti i giorni?”. Un anno da quando ho risposto “sì”.

È stato un sì senza sapere niente, senza avere la minima idea di come sarebbe andata. Ho iniziato così, leggera, mi sono detta “proviamo, magari dura un mese, magari ci arriviamo in fondo, boh, chissà”.

Ci siamo arrivate in fondo.

Tutti i giorni (ok, a volte saltandone uno ma recuperandolo subito) è uscita una nostra storia minuscola. Poche parole, a volte pochissime, e colori e segni e ritagli e fili e foglie e a volte gocce di pioggia.

E adesso quest’anno sta finendo, mancano una manciata di giorni, e scrivo di pancia e veloce e non so neanche se rileggerò prima di pubblicare perché non vorrei filtri, non stavolta, e anche se saranno parole confuse facciamo che chissene, fate finta di niente.

Un anno di storie minuscole è una roba gigante, ve lo giuro. Una roba che adesso che sta finendo mi sento strana. Mi sento come una che sta ferma davanti a una nave, sul limite del molo, e sulla nave ha caricato tutto e adesso la nave partirà e lei resta lì e la guarda e aspetta che si muova e un po’ si sente malinconica ma un po’ si sente felice perché il viaggio era deciso da tempo ed è giusto che inizi, è giusto che l’attesa finisca, è giusto che senta questa malinconia, è anche bello in fondo.

Quest’anno di storie mi ha dato tanto. Mi ha dato quella cosa enorme che è la fiducia di Giovanna – ci vuole una bella fiducia ad aspettare parole per trasformarle in altro – e mi ha dato il privilegio di vedere che venivano lette e guardate e accolte e coccolate e adottate in un certo senso. Mi ha dato la bellezza di chi alle storie ha aperto casa sua.

Mi hanno accompagnata e se devo dire la verità non so come ho fatto a scriverne 366 e se devo dirvi un’altra verità a volte quando le rileggo mi accorgo di non riconoscerle, a volte le rileggo e penso “ma davvero l’ho scritta io?” e chissà dov’era finita intanto, chissà se era evaporata subito o se per un po’ era rimasta e poi aveva deciso di andarsene.

E poi vi dico pure un’altra verità. A volte è stato difficile. Questi ultimi mesi sono stati difficili perché non sempre quello che è bello viene facile, anzi forse quasi mai, e a me è venuto facile per un po’, per tanto in effetti, quasi fino alla fine, ma poi la facilità è finita e ho sentito la fatica. E forse è per quello che sto sul limite di quel molo e guardo la mia nave piena di storie e sono triste ma anche un po’ felice. Sono nostalgica in anticipo, ecco.

E poi penso che sia bello che un progetto nato per durare un anno, alla fine di quell’anno si chiuda. È un rito e i riti secondo me sono importanti. Anche quando ti fanno venire il magone, come in questo caso, sono importanti.

Le storie continueranno a viaggiare, almeno per un po’. Forse vedranno altre città, si lasceranno guardare da altri occhi, toccare da altre mani (ma fate piano, eh, che sono minuscole, ci vuole delicatezza). Le accompagneremo, come per mano, ma avranno la loro vita. Io le saluto, con qualche giorno d’anticipo, che essere nostalgica in anticipo in fondo mi piace, mi godo tutto, anche la tristezza leggera, anche la bellezza di un addio.

Storie, adesso che partite, fate le brave. Mi raccomando, fate le brave.

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racconti visionari #9

Capito cosa

Dovrei ricordarmi un sacco di cose importanti, tipo quello che ci siamo detti, come ci siamo guardati, almeno le canzoni che passavano alla radio e invece no, invece mi ricordo solo un dettaglio piccolissimo che però è cresciuto, cresciuto così tanto da riempire tutto lo spazio e tutto il tempo.

E comunque è veramente da imbecilli lasciarsi al tavolino di un bar. C’è troppa gente, troppa confusione, io mi distraggo facilmente quando ho tutto quel movimento intorno e tu lo sapevi, eh, lo sapevi ma hai voluto vedermi lì, forse pensavi che quel mondo intorno sarebbe stato una corazza. Chissà se te l’ho detto, se ne abbiamo parlato.

Di quel pomeriggio mi ricordo quasi solo del mimo. Stava dall’altra parte della strada, in piedi sulla panchina davanti al negozio di fiori. Continuano a tornarmi in mente le sue calze, a righe. Forse perché era in piedi su quella panchina, con i piedi quasi ad altezza dei miei occhi. Quasi, lo so. Faceva movimenti piccoli, soprattutto con le mani e, quando lo guardavo in faccia, vedevo quegli occhi andare dappertutto. Però mi ricordo soprattutto le sue calze. Che cosa stupida, eh?

A un certo punto mi hai anche chiesto se non mi ero accorta di niente e io non ho capito la domanda. Questo me lo ricordo. Per un attimo ho sentito la tua voce, ho lasciato il mimo, mi sono girata verso di te e mi ricordo che ho pensato “capito cosa?”. Non mi ricordo se l’ho solo pensato o se te l’ho anche detto ma tu non hai risposto a quella domanda che forse non ti ho neanche fatto, hai abbassato un attimo gli occhi e poi li hai girati verso il mimo, che – vedi – aveva catturato anche te. Con le sue calze a righe e la sua voce che non c’era.

Siamo stati lì fino a quando è venuto buio. Stavamo stretti nelle giacche, seduti all’aperto perché l’inverno era ancora abbastanza lontano. Quando ci siamo alzati il mimo era già andato via e io continuavo a guardare la panchina e a immaginarmi i suoi piedi lì sopra. Gli occhi che andavano dappertutto. Continuavo a non ascoltarti ma magari non stavi più neanche parlando.

Poi siamo andati via anche noi. Era proprio sera, allora.

Ho camminato zitta come il mimo, fino a casa. Ho pensato ancora una volta “capito cosa?” poi ho deciso che non era importante. Che perfino quelle calze a righe erano più importanti. Meno mute.

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ps: se volete sbirciare il sito di Federica, andate qui

Elenco sommario di cose che ho capito in questo periodo

Questo è un periodo bello denso, densissimo, lo so che lo sapete ma visto che a furia di prendere testate contro le cose finisce che a volte qualcuna la capisco, per non dimenticarle ho deciso di scriverle, così almeno le fermo prima che evaporino e non le trovi più.

Ho capito.

Che fa molta più paura pensare una cosa – quando la inizio, come faccio, come mi preparo, cosa succede mentre, cosa succede dopo, come mi sentirò prima, come mi sentirò dopo, tutto questo con mille minacciosissimi punti di domanda – che farla. Che poi quel passo non è nient’altro che un passo e se lo fai vuol dire che potevi. Tutto quello che c’è prima è una fatica gigante e inutile e vorrei ricordarmela questa cosa, che quando me l’hanno fatta notare mi è sembrata abbastanza importante.

Che dirsi di sì è (quasi) sempre meglio che dirsi di no. Ho messo quel quasi tra parentesi perché ci saranno sicuramente delle eccezioni, al momento non me ne vengono in mente ma insomma è plausibile che ci siano. Però in questo periodo mi sto dicendo abbastanza sì e, vi dirò, mi sembra che la cosa funzioni: mi ascolto, scelgo, prendo coraggio, rischio. Anche questo magari è abbastanza banale, ma per me no, proprio per niente. Per me è una specie di rivoluzione e la voglio scrivere per non perderla.

Che dire le cose, dirle ad alta voce, le rende vere e, come dice Carlo Gabardini nel suo bellissimissimo “Fossi in te io insisterei”, ti incastra davvero in un progetto che così diventa reale.

Che quando ho bisogno (fisicamente bisogno) di un libro che mi prenda di pancia e mi tenga talmente incollata da non riuscire a smettere di leggere, non lo trovo. E partono parolacce a ogni tentativo perché magari quello che inizio è pure bello, ma non mi incastra gli occhi. Questa cosa l’ho messa qui in mezzo perché dovrò pur trovare una soluzione, se esiste, anzi se qualcuno la conosce, per favore me la scriva e in cambio avrà riconoscenza a secchiate.

Che, come mi ha detto un’amica illuminandomi tipo lampadina sparata in faccia, bisogna accettare la perdita del controllo.

Che il vuoto a volte è solo spazio liberato, pronto per essere riempito di cose nuove.

Che chiedersi “perché no?” funziona.

Ecco, non è che siano grandi cose. Ma le lascio qui. Che magari tra un po’ mi servono e così so dove trovarle.

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Gli amori difficili. Ovvero: Calvino aveva ragione.

Sottotitolo: lettera che non manderò a Jonathan Safran Foer

(Ai negozi di antiquariato non andarono perché in quella vacanza i dentro furono più grandi dei fuori.)

Questo è stato il primo punto in cui mi sono fermata, ho sospirato un po’ forte e ho pensato “allora ci sei”. A pagina 66. Mica poco, eh, mi hai fatto soffrire e prendere paura.

Jonathan, ti faccio una premessa, così ti rendi conto della situazione: ti aspettavo tipo da questa primavera. Anzi, visto che sono andata a controllare la data del post in cui spiattellavo la mia felicità per il tuo ritorno, ti dico la data precisa: era 19 maggio e io iniziavo il conto alla rovescia per l’uscita di Eccomi.

Ho contato, ho aspettato, e poi Eccomi è uscito.

Il 29 agosto.

Il 29 agosto alle 11 di mattina ero in libreria a comprarlo – e non ci sono andata prima solo perché avevo paura che non avessero ancora messo le copie sugli scaffali e sapevo che non l’avrei presa benissimo. Per dire.

Poi ho iniziato a leggerlo ed è successa una cosa che non mi aspettavo. Non ti trovavo. Le parole erano bellissime, le frasi perfette, i silenzi esattamente dove dovevano essere, ma non trovavo la tua voce.

(“Sto cercando la mia voce” “È dentro la tua bocca”, così dicevi nel mio libro preferito e adesso la tua voce dov’era?)

Di solito non sono molto paziente coi libri, lo sai. (No, OVVIAMENTE non lo sai, ma fingiamo che sia così). Se non ci capiamo li abbandono, la vita è troppo breve per leggere libri che non mi piacciono. Ma non era questo il caso. Mi piaceva, Eccomi, solo che mi mancavi tu.

Stavolta però sono stata più paziente del solito, qualcuno mi ha suggerito “aspetta”. Poi ti ho trovato.

(È stata una “molto rigida ricerca”, come dicevi nel mio libro preferito).

Quando ti ho trovato, ho pensato che da lì sarebbe stato tutto facile. E sai cosa? Non era vero.

Ci ho messo un mese a leggere Eccomi, e in questo mese non ho letto nient’altro. Ho dovuto andare piano, perché hai scritto una cosa così densa e complessa e intrecciata e grande che non volevo perdermi niente, non volevo distrarmi, non volevo stancarmi, volevo solo provare a stare vicino alla tua storia. Entrarci.

Facciamo finta che tu adesso mi chieda “e ci sei entrata?”.

Sì e no, Jonathan.

Ci sono stati momenti in cui leggevo e pensavo “oh cacchio, sono io”. Perché, diciamolo, tu sei bravo in modo imbarazzante a raccontare gli intrecci umani, e le paure, le inadeguatezze, la carne, i respiri.

Ci sono stati momenti in cui mi sono ricordata perché mi avevi fatto innamorare.

(qualche volta avrei voluto

accarezzarti la guancia

davvero?

molte, molte volte

e perché non l’hai fatto?

la mia mano

avevi paura che la vedessi?

e anche di vederla io

potevi usare l’altra mano

volevo accarezzarti con quella mano

questo è il punto)

Ma ci sono stati momenti in cui mi è sembrato che mi sbattessi la porta in faccia. Io volevo entrare, bussavo, un paio di volte devo anche aver alzato la voce e tu non mi hai risposto, stavi dall’altra parte e non dicevi niente.

Ma non me ne sono andata. Di solito me ne vado, lo sai. (OVVIAMENTE non lo sai, ma continua a fingere, ok?).

Stavolta no e verso la fine ho pensato che Calvino aveva ragione, a volte è come ne “Gli amori difficili”, ci si rincorre, ci si sfiora, a volte ci si tocca fortissimo e subito dopo si è di nuovo da un’altra parte. Jonathan, occhio che Calvino la sapeva lunga, eh.

Poi ieri sono arrivata all’ultima pagina. In treno. Ed è stato strano, ero sollevata e un po’ triste e grata. Tutto insieme.

Ecco, diciamo che sei stato un amore difficile. Ma sono rimasta lì. Claro, no?

(Sapeva che riesci a tenerti solo quello che ti rifiuti di lasciare andare.)

E comunque grazie. Che una lettera di (quasi) amore a uno scrittore che manco sa che esisto non mi era mai neanche venuta voglia di scriverla.

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