Lettera a un anno con manie di protagonismo

Caro 2014,

ciao. Niente, volevo scriverti due righe che adesso che te ne vai avrei un paio di cose da dirti. Dai, non fare quella faccia, mica ti sto sgridando. Lo so, mi sei un po’ esploso tra le mani, non è che possiamo far finta di niente, però alla fine quando una cosa esplode poi ne nascono altre – grandi, paurose, bellissime, appuntite, inaspettate. Io per te mi ero messa lo smalto azzurro, ti ricordi? Ecco, quella lì è stata la prima di tante cose nuove: molte non me le sono esattamente cercate, sul momento (ammettiamolo) avrei anche preferito farne a meno, ma tu hai pensato bene di lanciarmele e allora ho provato a farle girare, come i birilli al circo. Non sono tanto brava con gli equilibrismi e un bel po’ di volte mi sono caduti tutti facendo un gran casino, ma se mi fermo un attimo a pensarci devo ammettere che le volte in cui i birilli restavano meravigliosamente in aria – mica tante, ok, ma è successo – mi è sembrata una specie di magia, roba da pat pat sulla spalla e immaginare una sfavillante carriera nel mondo del circo.

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Ecco, 2014, diciamo che hai avuto un po’ di manie di protagonismo e anche se ti avevo chiesto delle cose – sì, sempre il giorno dello smalto azzurro – hai fatto di testa tua. Però, guarda, in fondo sei stato l’anno dell’arte di arrangiarsi, del “su le maniche e via”, l’anno in cui ho deciso di diventare un inventore di mostri, l’anno dei traslochi, degli occhiali nuovi che fanno una nuova faccia, di alcune paure affrontate e più o meno superate, degli assaggi, dei racconti visionari, di un paio di idee che adesso passano al signor 2015 e vediamo come va.

Quindi, caro 2014, alla fine, grazie. Sei stato una faticaccia, ma anche l’inizio di opportunità, che – lo so – adesso sta a me e al tuo successore provare a far diventare vere. Stammi bene e goditi la pensione, che qui i lavori vanno avanti e di roba da fare ce n’è.

Un abbraccio,

Valeria

Ps: io lo smalto azzurro continuo a metterlo, tiè.

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Le storie più belle che ho incontrato quest’anno

Siamo a fine anno, che inevitabilmente vuol dire tempo di bilanci. Bilanci di un sacco di cose, e tra queste cose ci sono anche i libri. Oggi pensavo alle storie più belle che ho incontrato quest’anno, sarebbero tante, ne scelgo tre in modo assolutamente irrazionale e le scrivo qui.

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Parto dall’ultimo in ordine di tempo. Ero a cena con la mia amica Alessandra, una di quelle cene proprio belle, e a un certo punto si parla di libri e salta fuori Jeanette Winterson: “hai mai letto Il mondo e altri luoghi?”. Io lo segno, qualche giorno dopo lo cerco in libreria (dove ero scappata in piena crisi isterica causa casa invasa dai moscerini che avevano deciso di abitare nel mio ciclamino), quel libro non c’era ma c’era Scritto sul corpo. L’ho preso, l’ho letto e credo di essermi innamorata. Del suo modo di scrivere, di quello che scrive, della meraviglia di certe immagini che avrei voluto proprio toccare. Adesso ne ho già preso un altro suo, è lì che mi guarda – tra un po’ arrivo, non ti preoccupare.

“Perché è la perdita la misura dell’amore?

Non piove da tre mesi. Gli alberi scavano sonde sottoterra, inviano radici di riserva nel suolo arido, radici che aprono come fossero rasoi ogni vena gonfia d’acqua.

I grappoli si sono appassiti sulle viti. Ciò che dovrebbe essere turgido e sodo, resistente al tatto per aprirsi in bocca, è spugnoso e piagato. Quest’anno non avrò il piacere di rigirare gli acini bluastri fra indice e pollice e di impregnarmi di muschio il palmo della mano. Perfino le vespe sdegnano quelle esili gocce marroni. Perfino le vespe, quest’anno. Non è stato sempre così”.

(Scritto sul corpo, Incipit)

Un altro libro super meraviglioso di quest’anno è Il mondo è tuo, parole di Riccardo Bozzi e illustrazioni di Olimpia Zagnoli. L’ho incontrato quasi per caso, stavo lavorando a Fa’ la cosa giusta Umbria, sono casualmente (ehm) passata vicino allo stand dei libri e boom. Lui era lì. L’ho aperto, i miei occhi hanno iniziato ad assumere un’imbarazzante forma di cuore e a quel punto non ho potuto fare a meno di prenderlo. Che poi non è neanche un libro, è una magia. È una cosa talmente densa e vera e semplice che bisognerebbe sfogliarlo tutti i giorni.

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Il terzo, andando indietro nel tempo, è ¡Viva la vida! di Pino Cacucci, che sembra la voce di Frida che davvero si racconta, e ti racconta, e tu sei lì, seduto davanti a quel palcoscenico che ti immagini, con lei in mezzo, la sua voce, la sua bellezza, la sua risata triste. ¡Viva la vida! è una voce, è un segreto sussurrato, è un urlo quando non te lo aspetti.

“L’unica certezza è che la vita non avrebbe senso se smettessi di sognare”.

Lo dice Frida, lo scrive Cacucci, che differenza fa. Che differenza fa.