Storie minuscole. Grazie.

Sottotitolo: post ad altissimo tasso glicemico, particolarmente indicato per i romantici, astenersi cinici.

Il 1 gennaio abbiamo pubblicato la prima storia minuscola. Diceva così:

“Aveva sul viso uno stormo di nei, sembravano rondini, ogni volta che si girava temevo che sarebbero spariti, volati via”.

Il disegno era a penna, solo contorno, su un foglio bianco ritagliato. Si vedeva l’ombra del foglio. Sopra, le parole, bianche.

Oggi la storia pubblicata è la 178 e fa così:

“Se ci incontrassimo adesso, in questa luce così forte, mi riconosceresti? Schermandoti gli occhi con la mano, magari. Io continuerò a camminare. C’è questa luce così forte”.

In mezzo ci sono stati sei mesi di parole disegni ritagli colori collage e acquerelli. Sei mesi a costruire un intreccio che è partito da una briciola e poi è cresciuto, è diventato un nodo sempre più grande e sempre più vero, fino a venerdì, quando alla Bookbank abbiamo inaugurato Storie minuscole e loro, le nostre storie, erano lì. Ce n’erano 20 – appese al muro, appoggiate a una libreria, penzolanti in vetrina. Vere. Si potevano toccare e guardare da vicino.

Vorrei avere un sacco di cose intelligenti da dire ma forse sono ancora emozionata, forse la felicità mi fa fare confusione, e quindi credo che dirò solo un giga mega GRAZIE TUTTO MAIUSCOLO.

A Sara, la mia libraia del cuore, per averci ospitate lì, in un posto che per me è una magia. Che ci ha fatte sentire a casa.

A Elisa, che la mostra l’ha curata e ci ha accompagnate passo passo nella preparazione, nell’allestimento, nel racconto di quello che sarebbe successo. Che ha capito tutto.

Ai miei che sono stati travolti da questa cosa e hanno dato passaggi, ospitato per la notte, preparato pranzi meravigliosi, comprato materiali mentre io lavoravo. Che erano lì a condividere questa cosa bella.

A chi c’era ed è venuto da vicino e da lontano, addirittura da lontanissimo. E questo vorrei dirlo proprio bene, che le storie minuscole non saranno la performance artistica del secolo ma hanno avuto la forza di portare persone, incastrare abbracci, far macinare chilometri per condividere, chiedere mille volte “come va, sei pronta?” e “sei stata felice?”.

A chi non c’era ma è stato come se ci fosse, perché mi ha scritto, chiesto, riscritto, richiesto.

A GIö. Perché ha dato il via a tutto. Perché si è fidata. Perché trasforma le mie storie in qualcosa che io manco mi immaginavo. Perché ci riconosciamo e le storie risuonano quando passano da me a lei, e quando da lei a me ritornano.

GRAZIE TUTTO MAIUSCOLO.

Ps: lo so, il post è finito e non ho detto niente della mostra. Comunque sta alla Bookbank fino al 9 luglio, fateci un giro, dai. (e già che siete lì comprate dei libri, che è una cosa bella assai).

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Storie minuscole crescono

Sta finendo l’anno, mancano un giorno o due, quando Giovanna mi scrive.

“Quest’anno che arriva voglio disegnare sempre, qualcosa tutti i giorni, ma ho bisogno di parole che mi ispirino. Ti va di scrivermele tu, queste parole?”

“Sì” ho risposto. E ancora non sapevo niente.

Non sapevo che il primo gennaio sarebbero iniziate davvero le nostre storie minuscole, che una cosa è dirlo, un’altra è farlo davvero. Non sapevo che scrivere queste cose piccolissime sarebbe stato un gioco bellissimo, ma anche un dovere, una cosa che mi fa sentire responsabile. Non sapevo cosa avrei sentivo vedendole trasformarsi quando Giö creava, da quelle parole, un segno, un colore, strati sovrapposti di collage, ricami, perché proprio non potevo immaginarmi, in quel giorno di fine anno, che le storie possono subire metamorfosi e diventare tutt’altro da come te le immaginavi mentre le scrivevi, diventare più belle, più dense, più scintillanti.

Non sapevo niente.

Poi abbiamo cominciato.

Sul profilo Instagram di Giö tutti i giorni compare una storia minuscola. Io la guardo, a volte la riconosco, a volte no, sorrido.

Così, per mesi, a scambiarci parole e colori, e segni, e fiducia – perché se ci pensate ci vuole della fiducia a fare una cosa così, me ne sto rendendo conto solo adesso ma io le ho affidato le mie parole e lei mi ha affidato le sue mani, mica niente – fino a quando è successo.

Le nostre storie minuscole sono cresciute.

Sono cresciute in un modo che non mi aspettavo, tanto che stanno per diventare una mostra. Una mostra nella mia libreria del cuore, la Bookbank.

[ OOOOOHHHHHH di sottofondo, grazie ]

Venerdì 24 giugno si inaugura. Con gelati, vino, musica, ma soprattutto con loro, le storie minuscole, che sono uscite da Instagram per diventare vere, appese a un muro, da leggere, toccare (con attenzione!!), una cosa che a me sembra gigantesca e scusate se esagero con l’entusiasmo ma io una mostra mia – nostra – non l’avevo mai avuta.

Sarà una festa. Se siete in zona, passate. Brindiamo, abbracciamoci, ridiamo.

Io sono già felice.

Vi aspetto.

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C’è libreria e libreria

C’è libreria e libreria. E poi c’è la Bookbank, che è un’altra cosa ancora.

La Bookbank è un posto che quando entri spalanchi gli occhi. Lo fai di sicuro la prima volta che ci capiti dentro, secondo me è proprio una cosa inevitabile, poi magari lo fai meno ma agli occhi spalancati si sostituisce un accenno di sorriso. Se però nemmeno sorridi, guarda, secondo me hai proprio sbagliato posto, quindi fatti due domande.

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La Bookbank è una libreria di Piacenza, dentro ci sono Sara e una valanga di libri usati. Questo nella versione sintetica e un decisamente riduttiva. La versione vera, se così si può dire, è che dentro alla Bookbank, oltre a Sara e a tutti quei bellissimi libri usati, ci sono un sogno gigante, un’attenzione per le storie che riempie tutto, chiacchiere, racconti, caffè e bicchieri di vino, corsi di cinese inglese francese illustrazione, presentazioni di libri, mostre fotografiche e di pittura, ma soprattutto un amore per i libri che faccio davvero un po’ fatica a spiegarvi.

L’impressione che a volte ho è che la Bookbank sia un animale. Una bestiolina che cresce, diventa grande, ogni tanto cambia le piume e tu te ne accorgi e pensi “ma guarda te, è ancora più bella di come me la ricordavo”. Solo che così sarebbe facile, e invece le piume nuove sono il risultato di un lavoro che da fuori neanche si immagina. Di giorni (e sere) passati a catalogare, organizzare, promuovere, cercare, spolverare, accudire, rinnovare, spostare, raccontare, inventare, scommettere. A volte – ma solo a volte – fermarsi un attimo. Per guardarsi intorno e poi ricominciare.

Vi racconto un’ultima cosa, poi basta che sto diventando esagerata nel mio romanticismo. La Bookbank organizza appuntamenti al buio con i libri. Libri incartati, mica lo sai che storia è, che scegli solo grazie a qualche indizio scritto sopra. Ci vuole fiducia nei libri, per inventarsi una cosa così. Ecco, a me quella fiducia lì piace da matti.

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Questo è il sito e questa la pagina Facebook della Bookbank…

C’è un uomo che ci aspetta

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Era una sera fiacca. La Signora col Mantello passeggiava nel parco deserto, solo un riccio attraversava il vialetto, accelerando impercettibilmente il passo quando si accorse della sua presenza. Non sono qui per te, disse la Signora. Il riccio preferì non fidarsi di quella rassicurazione, e non rallentò.

Si sedette su una panchina, la falce abbandonata ai suoi piedi come un segugio che riposa.

In quel silenzio di fine autunno, si sentì sola. Il suo lavoro era monotono, in fondo. Una routine che, a lungo andare, avrebbe finito per ucciderla. A quel pensiero, non poté fare a meno di sorridere.

Si stava facendo tardi, c’era un uomo che la stava aspettando dall’altra parte della città. Avrebbe dovuto sbrigarsi se non voleva mancare l’appuntamento. Raccolse la falce, si aggiustò il mantello e si alzò. Solo allora notò il piccolo libro rosso, qualcuno doveva averlo dimenticato. Era tardi. Eppure. Perché no, si disse. Raccolse il libro e tornò a casa, quell’uomo poteva anche aspettare.

Lesse tutta la notte. Era una storia strana, non riusciva a capirla fino in fondo ma continuava a leggere. Come sono stupidi, pensava, possono uccidere per un pezzo di terra e poi si perdono per un gesto visto di sfuggita, come se da una cosa così non ci fosse ritorno.

Si guardò allo specchio, provò a mimare il gesto che aveva immaginato.

È l’alba, disse la falce.

Lo so.

Quell’uomo ti aspettava, non sei stata professionale.

Lo so.

Quante cose sai, stanotte.

Questa sarebbe ironia?

Sarcasmo.

Rimasero in silenzio qualche minuto, poi la Signora col Mantello riaprì il libro. Ascolta, disse: Lui, che di lavoro faceva il mago, in quel momento non aveva nessuna magia. Aveva solo un livido scuro sul braccio sinistro e una nausea secca, cattiva.

Ancora silenzio.

Io non ho mai avuto un livido, disse alla falce. E nemmeno una nausea cattiva.

Secondo me non ti sei persa niente.

E tu che ne sai?

La Signora ritornò davanti allo specchio. Scostò leggermente il mantello e si guardò riflessa. Finse che il viso che vedeva dall’altra parte del vetro fosse un amore. O almeno un nemico. Si immaginò con un livido. Lo accarezzò piano, quel livido che non poteva esistere, e si chiese come potesse essere il dolore leggero del contatto, ma non riuscì a trovare una risposta.

Sei patetica, disse la falce.

Lo so. È colpa di quella storia.

Un’altra cosa che sai.

Smettila.

Va bene, scusa. Ma adesso andiamo, quell’uomo ti sta aspettando da troppe ore.

Hai ragione.

La Signora si guardò un’ultima volta allo specchio e respirò a fondo.

Quel libro…

Sì?

Dovrei buttarlo, vero?

Sarebbe meglio. Vedi anche tu che non ti fa bene. Le storie complicano la morte, e il tuo lavoro è già abbastanza difficile.

Adesso sei tu quella che sa tante cose, disse la Signora cercando di sorridere. Poi prese il libro e lo infilò sotto il mantello.

Non lo butterai, non è vero?

Non stanotte.

Non lo butterai.

Andiamo, c’è un uomo che ci aspetta.


Questo è un racconto che ho scritto per il concorso di una libreria bellissima. La libreria si chiama Bookbank, se passate da Piacenza fatevi un regalo: andateci. Perché lì succedono cose così, entri e vedi delle serigrafie (di Marco Vaccari, bellissime, sognanti), Sara (miss Bookbank) ti dice “scegline una, scrivici un racconto”, e tu guardi, ci pensi su e poi scrivi, e intanto chiacchieri, leggi, trovi libri meravigliosi, bevi un bicchiere di vino, ridi ed esci che stai bene. Se poi sei fortunato, il concorso lo vinci pure, ma la cosa bella bella è passarci, dalla Bookbank, e sentire l’atmosfera che c’è. (Provate e ditemi se non è vero).

Gli altri racconti del concorso li trovate qui.