Uno schiaffo. E poi il rovescio.

Con un titolo così, direte voi.

Con un titolo così, finalmente, vi parlo della Neo Edizioni. Che è da un po’ che volevo farlo, ma poi non trovavo il modo, non trovavo le parole per dire quella sensazione lì. Adesso – adesso che ho letto “Mette pioggia” – posso. O almeno, ci provo, perché che non è facile parlare di libri così, che mentre li leggi senti che c’è qualcosa che ti disturba ma non vuoi – non puoi – smettere, perché è tutto talmente perfetto che sarebbe un insulto. Perché sentirai pure quella sensazione di disagio, ma in fondo ti piace.

Ok, un passo alla volta, provo ad andare in ordine.

Ho conosciuto la Neo per la prima volta a Torino, a un Salone del Libro di qualche anno fa. Ho visto i loro libri e le copertine mi hanno fatto pensare che lì c’era qualcosa di bello. Ma poi devo essermi distratta, prima volta al Salone, io non so gestirmi bene quegli ambienti, troppe cose belle, troppe storie, e così sono andata via senza un libro loro.

Ma a volte succede, si fa un nodo che lascia il filo lungo, perché si possa ritrovare l’intreccio anche dopo un po’.

E questo “dopo un po’” è stato quest’anno al Buk di Modena. E stavolta mi sono fermata allo stand,  ho chiacchierato e mi sono fatta consigliare due libri. “Scegli tu” ho detto “un romanzo e dei racconti”, e sono uscita con “I cani là fuori” di Gianni Tetti e “Tre io” di Mario Rossi.

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Ora, a costo di essere ripetitiva, i libri non si raccontano, si leggono. Però due cose ve le devo dire, per farvi capire il mio imprinting Neo. “Tre io” ha tre voci narranti, di colore diverso (sì, il libro è di tre colori), e solo questo per me merita un applauso lunghissimo perché è una scelta folle, credo anti economica, sicuramente faticosa. Bellissima. E poi ci sarebbe un’altra cosa di “Tre io” che vorrei dire, una cosa che dura tipo 8 secondi ma non vi dirò niente, però credetemi, ne vale la pena. Dopo quegli 8 secondi, rimanere a bocca aperta e pensare “come ho fatto a non capire?”. Eppure no, capire non era possibile.

E con “I cani là fuori” ho scoperto Gianni Tetti. Gianni Tetti di “Mette pioggia”, che ho finito ieri. In un’odissea di Trenitalia, ma sinceramente ero più angosciata da quello che leggevo che dai ritardi.

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Gianni Tetti mi ricorda Carver, non nella forma ma nella stretta allo stomaco che mi provoca. Carver che amo e che non riesco a leggere per quella sua inquietudine che esce da ogni racconto, che non ti lascia neanche la scusa che tanto non ti riguarda, perché non è vero, forse non ti riguarda adesso ma deve averti toccato, o comunque prima o poi succederà. Ecco, in parte assomiglia a una cosa così, se non fosse che qui l’inquietudine esplode. A un certo punto tutto esplode e tu vorresti girare la testa, far finta di niente, ma quella perfezione lì di parole incastrate in modo da uncinarti gli occhi non ti lascia andare. E allora vai avanti. Vai avanti e leggi storie che possono essere vicine a te, le follie del vicino di casa, i pensieri distorti di quel signore che incontri sempre sull’autobus, le nausee persistenti di quando non ne puoi più. Arrivi alla fine e ti sembra di aver preso uno schiaffo fortissimo. E poi, quando ti sei ripreso un attimo, ti è arrivato il rovescio. Ecco, così.

Ci vuole un po’ di coraggio per leggere Gianni Tetti. Perché ti trascina in un mondo di riflessi, ululati, ossessioni, parole ripetute come una litania, incubi molli e risvegli incerti. Ma la bellezza.

Se vi va di rischiare, passate a casa Neo. Non assicuro un’uscita indenne, ma ne vale la pena. 

[ questo è il sito della Neo Edizioni ]

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