Gli amori difficili. Ovvero: Calvino aveva ragione.

Sottotitolo: lettera che non manderò a Jonathan Safran Foer

(Ai negozi di antiquariato non andarono perché in quella vacanza i dentro furono più grandi dei fuori.)

Questo è stato il primo punto in cui mi sono fermata, ho sospirato un po’ forte e ho pensato “allora ci sei”. A pagina 66. Mica poco, eh, mi hai fatto soffrire e prendere paura.

Jonathan, ti faccio una premessa, così ti rendi conto della situazione: ti aspettavo tipo da questa primavera. Anzi, visto che sono andata a controllare la data del post in cui spiattellavo la mia felicità per il tuo ritorno, ti dico la data precisa: era 19 maggio e io iniziavo il conto alla rovescia per l’uscita di Eccomi.

Ho contato, ho aspettato, e poi Eccomi è uscito.

Il 29 agosto.

Il 29 agosto alle 11 di mattina ero in libreria a comprarlo – e non ci sono andata prima solo perché avevo paura che non avessero ancora messo le copie sugli scaffali e sapevo che non l’avrei presa benissimo. Per dire.

Poi ho iniziato a leggerlo ed è successa una cosa che non mi aspettavo. Non ti trovavo. Le parole erano bellissime, le frasi perfette, i silenzi esattamente dove dovevano essere, ma non trovavo la tua voce.

(“Sto cercando la mia voce” “È dentro la tua bocca”, così dicevi nel mio libro preferito e adesso la tua voce dov’era?)

Di solito non sono molto paziente coi libri, lo sai. (No, OVVIAMENTE non lo sai, ma fingiamo che sia così). Se non ci capiamo li abbandono, la vita è troppo breve per leggere libri che non mi piacciono. Ma non era questo il caso. Mi piaceva, Eccomi, solo che mi mancavi tu.

Stavolta però sono stata più paziente del solito, qualcuno mi ha suggerito “aspetta”. Poi ti ho trovato.

(È stata una “molto rigida ricerca”, come dicevi nel mio libro preferito).

Quando ti ho trovato, ho pensato che da lì sarebbe stato tutto facile. E sai cosa? Non era vero.

Ci ho messo un mese a leggere Eccomi, e in questo mese non ho letto nient’altro. Ho dovuto andare piano, perché hai scritto una cosa così densa e complessa e intrecciata e grande che non volevo perdermi niente, non volevo distrarmi, non volevo stancarmi, volevo solo provare a stare vicino alla tua storia. Entrarci.

Facciamo finta che tu adesso mi chieda “e ci sei entrata?”.

Sì e no, Jonathan.

Ci sono stati momenti in cui leggevo e pensavo “oh cacchio, sono io”. Perché, diciamolo, tu sei bravo in modo imbarazzante a raccontare gli intrecci umani, e le paure, le inadeguatezze, la carne, i respiri.

Ci sono stati momenti in cui mi sono ricordata perché mi avevi fatto innamorare.

(qualche volta avrei voluto

accarezzarti la guancia

davvero?

molte, molte volte

e perché non l’hai fatto?

la mia mano

avevi paura che la vedessi?

e anche di vederla io

potevi usare l’altra mano

volevo accarezzarti con quella mano

questo è il punto)

Ma ci sono stati momenti in cui mi è sembrato che mi sbattessi la porta in faccia. Io volevo entrare, bussavo, un paio di volte devo anche aver alzato la voce e tu non mi hai risposto, stavi dall’altra parte e non dicevi niente.

Ma non me ne sono andata. Di solito me ne vado, lo sai. (OVVIAMENTE non lo sai, ma continua a fingere, ok?).

Stavolta no e verso la fine ho pensato che Calvino aveva ragione, a volte è come ne “Gli amori difficili”, ci si rincorre, ci si sfiora, a volte ci si tocca fortissimo e subito dopo si è di nuovo da un’altra parte. Jonathan, occhio che Calvino la sapeva lunga, eh.

Poi ieri sono arrivata all’ultima pagina. In treno. Ed è stato strano, ero sollevata e un po’ triste e grata. Tutto insieme.

Ecco, diciamo che sei stato un amore difficile. Ma sono rimasta lì. Claro, no?

(Sapeva che riesci a tenerti solo quello che ti rifiuti di lasciare andare.)

E comunque grazie. Che una lettera di (quasi) amore a uno scrittore che manco sa che esisto non mi era mai neanche venuta voglia di scriverla.

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Quella cosa di consigliare i libri

In questi giorni sto pensando tantissimo a una cosa che in realtà è banale, ma banale assai, ma così banale assai che non ci avevo mai pensato abbastanza (come quando cammini e hai davanti un elefante, mica continui a chiederti “ehi, ma che ci fa qui questo elefante?” o neanche “ma che cosa strana che ci sia un elefante che mi sta sempre davanti di un passo”, fino a quando qualcuno ti fa notare la sua discreta eppure mastodontica presenza e allora ti fermi un attimo, lo guardi e dici “oh, ma ho DAVVERO un elefante che mi cammina davanti”).

Ecco, questa cosa banale finora ha funzionato così.

Questa cosa banale è che a me piace consigliare i libri. Mi piace da matti che le persone mi dicano “sto cercando una storia che mi dia dipendenza, cosa posso iniziare a leggere?”. Mi piace non rispondere subito con un titolo ma dire “dammi un indizio”. Chiedere di cosa hanno voglia. Che altri libri hanno amato, perché, quando. Tipo un esploratore che deve trovare un tesoro ma prima deve pure costruirsi una mappa per arrivarci, ché la mappa ancora non esiste e la cosa che mi manda fuori è proprio questa, io non so dove devo andare ma non so neanche come andarci, so solo che ci voglio (proprio tantissimo) arrivare e allora inizio a disegnare la mia mappa, e poi la seguo e poi arrivo al libro.

Ok, detto così sembra una cosa ultra avventurosa e no, non è proprio così, non mi metto roba mimetica, non porto funi o coltelli, non uso bussole (che tanto non sarei capace manco se mi servissero davvero). Però in un certo senso è una piccola sfida. È un posto dove portare qualcuno, qualcuno che in quel momento si fida di te (e infatti ho anche un pochino paura di scazzare clamorosamente, ma può succedere e non credo che un consigliatore sia mai stato ucciso per questo. Per sicurezza, indagherò, comunque).

Ecco, questa cosa banale in questi giorni è diventata chiara. Ho visto l’elefante, ci siamo presentati e secondo me faremo amicizia. E continuerò a non saper usare una bussola ma non è importante, che gli elefanti hanno un senso dell’orientamento che te lo spiego e la strada la troverà lui.

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Elenco sommario di due giorni che sembrano cento

Ovvero: Torino, il Salone del Libro e un sacco di vita in mezzo

[ interno, sera, 22 circa. Mentre scrivo, il ragazzino che abita sopra di me suona il piano e mi distraggo perché penso che qualche mese fa schiacciava i tasti manco fossero formiche da sterminare e stasera invece suona davvero ]

Sveglia presto, colazione al bar, partenza, quattro ore due treni e un’attesa per coincidenza presa in tempo per incredibile puntualità del primo treno, un libro letto in quelle quattro ore – Outland rock di Pino Cacucci –, l’arrivo a Torino che è talmente calda e umida che sembra una giungla, Annalisa di à la c’Art che finalmente ci incontriamo di persona e per i primi due minuti ci guardiamo e ridiamo e ci sembra un po’ strano trovarci proprio una di fronte all’altra, birre e arancini e panelle, un b&b bellissimo che si chiama Portmantau e Nicoletta che lo gestisce ed è proprio bella anche lei, un caffè per conoscerci e il temporale e la grandine – un sacco di grandine – e restare chiuse nel b&b perché davvero fuori così mica si può andare, poi la grandine finisce e anche la pioggia e usciamo, Torino raccontata da Annalisa che ci abita e mi fa innamorare di ogni angolo, ancora parole, così tante che a sera tarda prima di salutarci ci diremo che di parole ci siamo tramortite e abbiamo detto tutto e non abbiamo detto niente, una cena bella, Torino di notte, la colazione in una stanza con le finestre enormi e un sacco di luce e i palazzi e i panni stesi, il Salone del libro, la distrazione a ogni colore copertina titolo faccia, i libri comprati per me, i libri comprati per chi si fida delle mie scelte e ancora non sa quali sono, i quaderni e le spille, ritrovarsi dopo mesi e chiacchierare molto, un caffè da sola e un caffè con Irene, “aspetta, noi ci conosciamo?”, le conferme e i tentativi, i libri che si accumulano e alla fine sono tanti e bisogna tenerli con due braccia, di nuovo il treno, messaggi mentre parte, addormentarsi nell’aria condizionata, svegliarsi quasi subito e iniziare una delle nuove storie, avvicinarsi a casa, ripensare a tutto, fare confusione, sospirare, dissolvenza, titoli di coda, fine.

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***

Ah, cos’ho comprato (a parte i due libri per la mia amica omonima che mi ha detto “prendimi quello che vuoi, io mi fido”, ma non scrivo quali altrimenti rovino la sorpresa):

– due spille di emmedi.design, che hanno inventato un abecedario bellissimo

– due quaderni di Platò

– “Elementare, cowboy”, di CasaSirio, che sono stati la mia scoperta bella dell’anno scorso

“Appunti di Geofantastica”, di Gianluca Caporaso con le illustrazioni di Sergio Olivotti ma soprattutto con il disegno che c’è in seconda pagina che ho solo io (pappappero)

– “Consigli di volo per bipedi pesanti” di Alessandra Racca, Neo Edizioni

– “Chiudi gli occhi e guarda”, di Nicola Pezzoli, Neo Edizioni

– “So che ci sei”, di Yael Frankel, Valentina Edizioni

– “L’estate del cane bambino”, di Mario Pistacchio e Laura Toffanello, 66thand2nd

Elenco sommario di cose che possono succedere quando vai al BookPride

Che sulla linea ferroviaria che ti porta a Milano, proprio quella mattina devono rimuovere un “residuato bellico della seconda guerra mondiale”. Una bomba, insomma. Con tanto di treni in un crescendo di ritardo ritardissimo super-ritardissimo cancellazione. Bene ma non benissimo, insomma.

Che almeno però il viaggio lo fai leggendo un libro bello e chi ti sta seduto dietro ti sente ridere e secondo me sorrideva pure lui, per osmosi.

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Che vedi la tua metà fotografica e si chiacchiera, si pensa al nuovo racconto visionario, ai prossimi progetti, agli inizi, alle paure che – sempre, mannaggia a loro – stanno con gli inizi, all’entusiasmo che chiappe alle paure e ce la si fa.

Che arrivi in fiera ma hai fatto tardi causa residuato bellico e quindi hai fame, talmente fame che fai un primo giro agli stand ma pensi solo a cosa potresti mangiare fuori di lì quindi esci quasi subito per procacciarti del cibo.

Che quando ritorni, finalmente a pancia piena, ti godi tutto. Copertine, titoli, nomi conosciuti e sconosciuti e sconosciutissimi, illustrazioni che spalanchi gli occhi e la bocca e il cuore, abbracci, desideri, idee, quarte di copertina.

Che il tuo editore di fiducia ti dice “abbiamo tre nuovi libri, ma per te ne va bene uno. Ti fidi?”. E che, non ci vogliamo fidare?

Che decidi di scoprire una casa editrice che proprio non conoscevi, perché hanno copertine coraggiose e per caso hai pescato una storia che ti è sembrata abbastanza folle per farti innamorare subito.

Che il ritorno in treno è peggio dell’andata, in un altro crescendo di ritardo ritardissimo troppa-gente ma fa niente, hai due libri nuovi, chiacchiere in tasca, idee in testa. Pronta per ripartire.

Quei libri che è come spiare

Ho letto “Il giorno che diventammo umani”, di Paolo Zardi. È della Neo Edizioni e con loro si cade in piedi ma questo ve l’ho già raccontato.

Di Zardi avevo già letto “Antropometria” e “XXI secolo” e mi erano piaciuti, tanto, ma qui è successo qualcosa che prima forse avevo solo intuito ma in modo sfumato, o forse in questo libro c’è qualcosa di diverso, qualcosa di più perfetto, se ha senso dirlo così.

Comunque, quello che è successo è che, racconto dopo racconto, mi è sembrato di aprire una porta, ma piano, solo un pochino, stando attenta che non si sentisse nessuno scricchiolio. Aprirla quel tanto che basta per guardare cosa c’è dall’altra parte, con un occhio solo, l’altro chiuso per mettere a fuoco meglio, perché dentro c’è pure un po’ buio e non si vede benissimo.

Spiare. Spiare l’umanità in quei gesti che di solito si nascondono e infatti non apri del tutto la porta, non ti fai vedere, non vuoi che sappiano che stai guardando. Ma guardi. Anche se quello che vedi un po’ ti disturba. Anche se quello che vedi, in alcuni angoli, non ti disturba ma ti imbarazza perché senti risuonare un’eco che non vorresti sentire, non sta bene, non si fa, non si deve dire, ma c’è.

E in quel momento, quando passi per un attimo dal distacco incredulo al riflesso di una specie di te che non ti assomiglia ma che in qualche modo dovrai pure essere tu, ecco è lì che pensi di chiudere la porta. Ma non la chiudi. Continui a guardare. Deglutisci.

Dopo, chiudi. Dopo. Cerchi uno specchio. Sei sempre tu. La stessa faccia, le stesse occhiaie, le stesse smorfie. Ma quell’eco. Non c’è più ma te la ricordi.

* Il giorno che diventammo umani, Paolo Zardi, Neo Edizioni.

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Wonder, ovvero quel leggero spostamento che incasina gli equilibri

Credo che l’unica persona al mondo che capisce quanto sono normale sono io.

Era da un po’ che giravo intorno a Wonder. Guardavo spesso la copertina, ne avevo sentito parlare, ma poi non ci arrivavo mai abbastanza vicino da lasciarmi scegliere e portarmelo a casa. Poi invece, un giorno. [ Chissà com’è che a un certo punto succede che non si può più aspettare. Chissà, ma adesso non c’entra. ]

Ecco, un giorno – che poi saranno stati dieci giorni fa – Wonder viene a casa con me, abbiamo fatto il passo in più, ci siamo scelti. Avevo appena finito un libro scritto benissimo, duro, complesso, di quelli che faccio un po’ fatica a seguire perché alcune trame mi sfuggono, ma non l’avevo abbandonato perché era raccontato così bene, in certe luci sapeva di Cortázar. Comunque, quello era finito e allora ho aperto Wonder, un po’ alla leggera anche, perché non avevo idea di cosa ci avrei trovato dentro.

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Ho letto la prima pagina, vorrei dire che ho capito ma no, ho solo intuito, e ho chiuso. Non lo so, ho pensato. Non lo so se ce la faccio. Però la tenerezza di quella voce lì. Ho riaperto, sono passata alla seconda pagina e da lì non ci siamo lasciati un attimo. Neanche adesso che l’ho finito ci siamo lasciati, lo tengo vicino. Manco fosse una persona, lo so.

È che ho letto Wonder e qualcosa dentro mi si è spostato. È stata proprio quella la sensazione, non è stato un boom, non si è aperto niente, si è solo leggermente spostato. Da lì a lì-un-pochino-più-in-là. Solo che a volte bastano spostamenti minimi per incasinare un equilibrio. E ho letto, ho pensato a come potrebbe essere facile diventare chi si è veramente, noi che abbiamo i nostri personalissimi caschi da astronauta dove nasconderci e invece basterebbe un po’ del coraggio di Auggie.

Non racconto niente della storia – se siete pronti a sentire lo spostamento minimo che sballa il baricentro, leggetelo. È semplice e come le cose semplici arriva dritto in faccia. Non ti puoi mica nascondere dalle cose semplici. Non puoi girarci intorno. Io a questa storia ho voluto bene, così bene che il libro l’ho finito in treno, ieri mattina, e lo tenevo quasi abbracciato e avevo qualche lacrimone che scendeva e speravo che il mio vicino di treno non se ne accorgesse perché la cosa mi metteva abbastanza in imbarazzo, frignavo per quel leggerissimo spostamento nella mia pancia e mannaggia potevo tenermi le ultime pagine da leggere a casa e invece. Ma poi anche chissenefrega, no?

Credo che dovrebbe esserci una regola per cui tutti nel mondo, prima o poi, hanno il diritto di ricevere almeno una standing ovation nella vita.

Wonder, R.J. Palacio, ed. Giunti

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Il libro di tutte le cose

“Il libro di tutte le cose” è stato una specie di specchio. Uno specchio desiderato, in realtà, nel senso che se penso alla voce che vorrei avere, quando scrivo, mi viene in mente quel libro lì. E trovarlo è stato strano, è stato un amore a prima vista, una scommessa fatta a scatola chiusa: l’ho guardato in uno di quei pomeriggi in libreria che partono con “tanto non compro niente” e finiscono alla cassa per una copertina che ti ha chiamato, e quando qualcuno ti chiama non rispondere è maleducazione.

[ che poi dire che mi ha chiamato è impreciso. L’ho guardato e ho pensato che lì dentro avrei potuto sentirmi a casa. E infatti ]

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Guardò fuori dalla finestra per pensare, perché senza una finestra non riusciva a riflettere. O forse era il contrario: bastava una finestra perché automaticamente cominciasse a pensare. Poi scrisse: ‘Da grande diventerò felice’.

Non voglio raccontare troppo, però secondo me se cercate della magia dovreste leggerlo. Se cercate un modo di guardare il mondo in modo un po’ diverso, come fa Thomas, che vede cose che nessun altro vede.

Ecco, il fatto è questo, a me Thomas è stato simpatico da subito. Questa cosa per cui quello che vede lui gli altri non lo notano. Ma non solo. Thomas ha un po’ paura, a volte. Come me, come noi. Eppure.

La signora Van Amesfoort stava per tirare fuori un libro, ma si voltò sorpresa. Guardò Thomas sorridendo e disse: “Perdio, questa sì che è una buona idea. E sai quando si comincia a essere felici? Quando non si ha più paura”.

Ok, non dico più niente. Non scrivo più niente. Anzi, un’ultima cosa: forse io da grande voglio essere Thomas.

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