Quei libri che è come spiare

Ho letto “Il giorno che diventammo umani”, di Paolo Zardi. È della Neo Edizioni e con loro si cade in piedi ma questo ve l’ho già raccontato.

Di Zardi avevo già letto “Antropometria” e “XXI secolo” e mi erano piaciuti, tanto, ma qui è successo qualcosa che prima forse avevo solo intuito ma in modo sfumato, o forse in questo libro c’è qualcosa di diverso, qualcosa di più perfetto, se ha senso dirlo così.

Comunque, quello che è successo è che, racconto dopo racconto, mi è sembrato di aprire una porta, ma piano, solo un pochino, stando attenta che non si sentisse nessuno scricchiolio. Aprirla quel tanto che basta per guardare cosa c’è dall’altra parte, con un occhio solo, l’altro chiuso per mettere a fuoco meglio, perché dentro c’è pure un po’ buio e non si vede benissimo.

Spiare. Spiare l’umanità in quei gesti che di solito si nascondono e infatti non apri del tutto la porta, non ti fai vedere, non vuoi che sappiano che stai guardando. Ma guardi. Anche se quello che vedi un po’ ti disturba. Anche se quello che vedi, in alcuni angoli, non ti disturba ma ti imbarazza perché senti risuonare un’eco che non vorresti sentire, non sta bene, non si fa, non si deve dire, ma c’è.

E in quel momento, quando passi per un attimo dal distacco incredulo al riflesso di una specie di te che non ti assomiglia ma che in qualche modo dovrai pure essere tu, ecco è lì che pensi di chiudere la porta. Ma non la chiudi. Continui a guardare. Deglutisci.

Dopo, chiudi. Dopo. Cerchi uno specchio. Sei sempre tu. La stessa faccia, le stesse occhiaie, le stesse smorfie. Ma quell’eco. Non c’è più ma te la ricordi.

* Il giorno che diventammo umani, Paolo Zardi, Neo Edizioni.

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Quei libri che restano addosso

Era tanto che non trovavo un libro così, che dopo qualche pagina è già amore ma soprattutto che quando l’hai finito non l’hai finito davvero, perché anche se non lo stai più leggendo è comunque lì, all’inizio non sai bene dove, poi resti un secondo fermo ad ascoltare e capisci che ce l’hai addosso. Sulla pelle, per la precisione, e quando l’ho capito ho pensato che forse era per quello che si chiama così, Il sale, perché assomiglia a quando vai al mare e la pelle ti tira per la salsedine, non c’è più acqua, è sera, non c’è più neanche il sole ma il sale sulla pelle ti è rimasto comunque e non puoi fare a meno di sentirlo.

Che poi no, ovviamente il nome non nasce da quello, ma potrebbe anche essere. Almeno, secondo me potrebbe.

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Il sale racconta una giornata, dal risveglio alla cena. Una famiglia, un paese nel sud della Francia, il mare. Ricordi e voci – voci soprattutto – che si intrecciano e tu che leggi ci sei davanti, e poi in mezzo, e lì inizia il casino, perché le frasi iniziano ad appiccicarsi alla pelle, anche quando chiudi il libro, quando scendi dal treno perché sei arrivato, quando spegni la luce che è tardi e domani la sveglia suona presto, quando rispondi al telefono e tieni il segno con il dito che il segnalibro chissà che fine ha fatto, quando inizi un altro libro ma Il sale è ancora lì e allora quasi ti viene la tentazione di leccarti un braccio e cercare la salsedine. Per dire.

Le cose si muovono nella pigrizia dell’estate. C’era stato un tempo per i matrimoni. Un tempo per le nascite. Un tempo per le partenze. Ciascuno di loro sembrava aver chinato il capo allo scorrere della vita.

Il sale è materia – c’è scritto anche sulla quarta di copertina ed è verissimo. Si sente il sole che scotta la nuca, la saliva che scende in gola, il freddo del muro nel punto in cui si appoggia la schiena, il profumo dell’aglio, la pioggia che cola sulla fronte.

Che bellezza. Dolorosa, anche, ma che bellezza.

Il passato ha una sua dinamica, una vita propria. I ricordi ne generano altri e da quelle unioni incestuose nascono favole.

Il sale è di Jean Baptiste Del Amo ed è pubblicato dalla Neo Edizioni. I Nei sono dei fighi e pubblicano libri bellissimi.

Uno schiaffo. E poi il rovescio.

Con un titolo così, direte voi.

Con un titolo così, finalmente, vi parlo della Neo Edizioni. Che è da un po’ che volevo farlo, ma poi non trovavo il modo, non trovavo le parole per dire quella sensazione lì. Adesso – adesso che ho letto “Mette pioggia” – posso. O almeno, ci provo, perché che non è facile parlare di libri così, che mentre li leggi senti che c’è qualcosa che ti disturba ma non vuoi – non puoi – smettere, perché è tutto talmente perfetto che sarebbe un insulto. Perché sentirai pure quella sensazione di disagio, ma in fondo ti piace.

Ok, un passo alla volta, provo ad andare in ordine.

Ho conosciuto la Neo per la prima volta a Torino, a un Salone del Libro di qualche anno fa. Ho visto i loro libri e le copertine mi hanno fatto pensare che lì c’era qualcosa di bello. Ma poi devo essermi distratta, prima volta al Salone, io non so gestirmi bene quegli ambienti, troppe cose belle, troppe storie, e così sono andata via senza un libro loro.

Ma a volte succede, si fa un nodo che lascia il filo lungo, perché si possa ritrovare l’intreccio anche dopo un po’.

E questo “dopo un po’” è stato quest’anno al Buk di Modena. E stavolta mi sono fermata allo stand,  ho chiacchierato e mi sono fatta consigliare due libri. “Scegli tu” ho detto “un romanzo e dei racconti”, e sono uscita con “I cani là fuori” di Gianni Tetti e “Tre io” di Mario Rossi.

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Ora, a costo di essere ripetitiva, i libri non si raccontano, si leggono. Però due cose ve le devo dire, per farvi capire il mio imprinting Neo. “Tre io” ha tre voci narranti, di colore diverso (sì, il libro è di tre colori), e solo questo per me merita un applauso lunghissimo perché è una scelta folle, credo anti economica, sicuramente faticosa. Bellissima. E poi ci sarebbe un’altra cosa di “Tre io” che vorrei dire, una cosa che dura tipo 8 secondi ma non vi dirò niente, però credetemi, ne vale la pena. Dopo quegli 8 secondi, rimanere a bocca aperta e pensare “come ho fatto a non capire?”. Eppure no, capire non era possibile.

E con “I cani là fuori” ho scoperto Gianni Tetti. Gianni Tetti di “Mette pioggia”, che ho finito ieri. In un’odissea di Trenitalia, ma sinceramente ero più angosciata da quello che leggevo che dai ritardi.

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Gianni Tetti mi ricorda Carver, non nella forma ma nella stretta allo stomaco che mi provoca. Carver che amo e che non riesco a leggere per quella sua inquietudine che esce da ogni racconto, che non ti lascia neanche la scusa che tanto non ti riguarda, perché non è vero, forse non ti riguarda adesso ma deve averti toccato, o comunque prima o poi succederà. Ecco, in parte assomiglia a una cosa così, se non fosse che qui l’inquietudine esplode. A un certo punto tutto esplode e tu vorresti girare la testa, far finta di niente, ma quella perfezione lì di parole incastrate in modo da uncinarti gli occhi non ti lascia andare. E allora vai avanti. Vai avanti e leggi storie che possono essere vicine a te, le follie del vicino di casa, i pensieri distorti di quel signore che incontri sempre sull’autobus, le nausee persistenti di quando non ne puoi più. Arrivi alla fine e ti sembra di aver preso uno schiaffo fortissimo. E poi, quando ti sei ripreso un attimo, ti è arrivato il rovescio. Ecco, così.

Ci vuole un po’ di coraggio per leggere Gianni Tetti. Perché ti trascina in un mondo di riflessi, ululati, ossessioni, parole ripetute come una litania, incubi molli e risvegli incerti. Ma la bellezza.

Se vi va di rischiare, passate a casa Neo. Non assicuro un’uscita indenne, ma ne vale la pena. 

[ questo è il sito della Neo Edizioni ]