Be brave

Be brave. Sii coraggiosa. Questo è l’augurio che mi faccio quest’anno, che poi più che un augurio è un impegno, ché dipende da me se sarò coraggiosa o no. È un anno iniziato bene, questo, complicato e denso nelle sue prime settimane, agitato, disorganizzato, ma mi piace come sta partendo.

Non scrivo qui da troppo (era il 2 gennaio, argh!) e mi sa che questa mancanza è proprio dovuta al fatto che sto un po’ cambiando pelle e soprattutto devo organizzare i nuovi tempi, i nuovi spazi, la nuova me.

Ok, una cosa per volta, altrimenti non si capisce niente. Dall’inizio dell’anno ho iniziato a lavorare come freelance. Continuo a scrivere per siti web e a lavorare nel mondo dei social, ma ho scelto di lanciarmi. Ovviamente la cosa mi fa molta paura. Altrettanto ovviamente è meraviglioso. Per ora l’unica cosa certa è che mi sembra di non staccare mai, cosa per cui ho trascurato il blog, sono settimane di assestamento in cui alterno momenti elettrizzanti a momenti in cui mi dico “non ce la faremo mai” (al plurale perché capita di condividere le preoccupazioni con Pianta Finta, che vive sul davanzale della mia finestra) e poi invece ce la facciamo. Non lo so come andrà questa avventura, ma ho deciso di provarci, e ho proprio l’intenzione di mettercela tutta.

Ho trascurato il blog, è vero, ma non ho smesso di scrivere. Anzi, il 2016 è iniziato con un progetto nuovo, un’idea della mia amica Giö, che un giorno mi ha scritto e mi ha detto “quest’anno vorrei disegnare tutti i giorni, ma vorrei delle parole su cui inventare”. E io da lì scrivo per lei, ogni giorno Giö illustra una mia storia minuscola e io mi godo la magia di vedere quanto possono diventare belle delle storielle piccolissime quando vengono trasformate da linee, colori e ritagli (*).

E poi tra non molto ci sarà un regalo per voi, qui. Un augurio. Un pochino di pazienza e arriva.

Dunque, per sintetizzare: mi sono scelta, lanciandomi in un’avventura importante, continuo a scrivere, c’è in cantiere un regalo per voi e voglio essere coraggiosa. Ce la faranno i nostri eroi (che a questo punto credo saremo io e Pianta Finta)?

Chissà.

Intanto incrociamo tutto l’incrociabile, un bel respirone e via.

(*) il progetto #366storiediValeperGiö lo trovate su Instagram, basta seguire l’hashtag o andare sul profilo di Giö @gioistantingrammi.

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#lascatoladellemeraviglie, un’idea bella

lascatoladellemeraviglieOggi, grazie a Francesca @verderame91, inizio una rubrica che è da un po’ che volevo iniziare. La rubrica la chiamo “cose che mi piacciono” e questo progetto di Francesca ci finisce dentro proprio bene.

[ intermezzo n. 1: “rubrica” è una parola che mi fa un po’ ridere, ma ormai la teniamo, che cancellarla mi spiace e poi ha quel sapore vintage ]

Francesca l’ho conosciuta su Instagram, è lì che si chiama @verderame91, andate a dare un’occhiata alle sue foto, sono belle belle. Ma oggi non vi racconto le sue foto, oggi vi racconto di un’idea che ha avuto e che mi è piaciuta proprio tanto. L’idea la trovate anche sul suo blog, a questo link, ed è una specie di esperimento di bellezza. Dice così: facciamo finta di avere una scatola delle meraviglie, un posto dove mettere un momento speciale, un ricordo, un profumo, un quello-che-vogliamo, l’importante è che sia qualcosa di bello, che non vogliamo perdere e che quindi salviamo scrivendo.

Non servono grandi cose, secondo me. Serve saper guardare.

[ intermezzo n. 2: sarebbe bello farla anche vera, questa scatola. Piccola, mica deve occupare chissà quale spazio, ma solida, dove infilare le nostre meraviglie, per ripescarle ogni tanto, aprire i foglietti, toccare le pieghe della carta, rileggere, magari pensare “ecco, sì”. ]

Comunque, il progetto di Francesca secondo me è una cosa preziosa. Un’occasione. Insomma, io ci sto.

Si gioca su Instagram. E’ facile facile: basta scrivere la propria meraviglia da salvare e ricordarsi di mettere nel testo i tag #lascatoladellemeraviglie e #verderame91. Abbiamo un mesetto, fino al 15 novembre, poi Francesca raccoglierà tutti i nostri ricordi/sogni/profumi/suoni in una super scatola sbrilluccicosa.

Ci state? Eh, ci state?

[ intermezzo n. 3, l’ultimo: vado a pensare alla mia meraviglia da affidare a Francesca, che voglio scegliere bene ]

Vi racconto una storia (minuscola)

Il 2015 dovrà essere l’anno delle sperimentazioni – l’ho detto, e scritto, alla fine di quell’altro anno là, quello con manie di protagonismo, il 2014. Diciamo che mi sto impegnando, soprattutto in una cosa, che a me è sempre sembrata difficilissima: iniziare a fare le cose anche se non sono proprio pronta per farle. Lanciarmi. Non preparare tutto, non studiare nei minimi dettagli, non organizzare l’organizzabile prima di fare qualcosa di nuovo. E questa mia difficoltà qui ha sempre coinvolto anche la scrittura, o almeno quella parte della scrittura che è condivisione. Non ti faccio leggere quello che ho scritto se non ne sono super sicura (salvo poi rileggere dopo un po’ e scoprire che quella sicurezza se n’è andata e quello che è rimasto è un mah, con tanto di naso un po’ arricciato e sguardo perplesso).

Comunque.

Quest’anno almeno mi impegno e faccio qualche tentativo in più di lancio. (mica robe esagerate, eh, ma rispetto a prima, pat pat sulla spalla). Quest’anno, per esempio, sto provando a scrivere storie minuscole. Talmente minuscole che appena le scrivo sono già andate via, quindi auguri con le manie di controllo e ultra preparazione, quelle lì sono già partite e si stanno facendo la loro piccola vita senza permetterti di richiamarle indietro, se va bene ogni tanto ti scriveranno una cartolina. Per dire.

Per ora ne ho scritte 14, di storie minuscole. Una ogni tanto, quando arriva, quando si presenta in casa senza neanche bussare. Allora le apro, la scrivo e lei se ne va. Veloce, così veloce che mi frega nelle mie ansie di revisione. Le scrivo direttamente sulla pagina Facebook, che mi dà l’idea che così sono pure più libere.

E niente, stamattina mi chiedevo dove andranno, alla fine. Ma poi mi sono anche detta che è presto per pensarci, andranno dove vorranno e speriamo solo che siano felici.

Intanto ne scrivo una qui, l’ultima, la #14.

Era un mostro così timido che aveva imparato a mimetizzarsi. Diventava a righe come la tappezzeria, fiorato e leggero come le tende della cucina, blu come i sogni quando la notte si trasforma in mattino. Nessun bambino lo vide mai, tranne uno, il giorno in cui si scoprirono entrambi immobili e verdi come la siepe del giardino. Il bambino guardò il mostro e si portò un dito alle labbra. Il mostro sorrise e non parlò”.

Le altre andranno avanti qui. E poi vedremo. E poi chissà.

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(Jeanette Winterson, Il custode del faro… giusto perché le storie non finiscono mai)

100 foto per 100 giorni

Ormai sono due settimane che ho iniziato #100happydays e ho pensato che forse era il caso di parlarne un po’. L’ho scoperto su Instagram (che comunque – volevo dirlo – mi sta facendo scoprire mondi, scritture e sguardi belli): ho visto un paio di volte l’hashtag, ho chiesto cosa voleva dire, come funzionava, mi sono lasciata prendere dalla sfida ed eccoci qui. A trovare ogni giorno, per cento giorni, un motivo per essere felice – parola ingombrante, me ne rendo conto, ma passatemela se non altro per coerenza “tagghistica”.

Ecco, più passavano i giorni (sono già quindici, eh!), più avevo voglia di raccontare perché ho scelto di partecipare a questa cosa.

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Uno. Perché è una scusa per fare una foto al giorno. Non è mica indispensabile, ognuno sceglie il social che preferisce, ma a me piaceva l’idea di trovare immagini di cose belle, fermarle e magari riguardarle tutte alla fine.

Due. Per allenarmi. A cosa? A trovare tutti i giorni qualcosa di divertente, di bello, di interessante. Magari piccolo, minuscolo, però trovarlo. Che non è mica così facile, ci vuole dell’allenamento – ho pensato. Ecco, così io mi alleno.

Tre. Per vedere se sono capace. Cento giorni sono tanti, obiettivamente. Tanti per non dimenticarsi che stai partecipando a questa cosa, per non perdere la voglia, per non trovare almeno un giorno così brutto che di bello da fotografare proprio non c’è niente. Sarò capace di arrivare fino alla centesima foto? Eh. (Sospiro da dubbio amletico).

Quattro. Perché se fermi (con una foto o una frase) qualcosa di bello, diventa più grande, quasi più vero. Nel senso che te lo ricordi, non si perde tra le mille cose della giornata che poi va sempre a finire che a questi dettagli di bellezza non ci si fa caso o si dimenticano al primo battito di ciglia.

Cinque. Perché no? In media #100happydays mi toglie circa dieci minuti al giorno. Non è che ci si perdano ore, insomma. Sforzo quasi nullo, risultato finale boh, però ho pensato che non ci perdevo mica niente a provarci. E magari funziona, magari no, magari tra un mese mollerò tutto o magari arriverò al giorno 100 così, come se niente fosse. E intanto ci provo, gioco e chissà.

Ps: se volete partecipare o saperne di più, trovate tutte le info qui.

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