racconti visionari #9

Capito cosa

Dovrei ricordarmi un sacco di cose importanti, tipo quello che ci siamo detti, come ci siamo guardati, almeno le canzoni che passavano alla radio e invece no, invece mi ricordo solo un dettaglio piccolissimo che però è cresciuto, cresciuto così tanto da riempire tutto lo spazio e tutto il tempo.

E comunque è veramente da imbecilli lasciarsi al tavolino di un bar. C’è troppa gente, troppa confusione, io mi distraggo facilmente quando ho tutto quel movimento intorno e tu lo sapevi, eh, lo sapevi ma hai voluto vedermi lì, forse pensavi che quel mondo intorno sarebbe stato una corazza. Chissà se te l’ho detto, se ne abbiamo parlato.

Di quel pomeriggio mi ricordo quasi solo del mimo. Stava dall’altra parte della strada, in piedi sulla panchina davanti al negozio di fiori. Continuano a tornarmi in mente le sue calze, a righe. Forse perché era in piedi su quella panchina, con i piedi quasi ad altezza dei miei occhi. Quasi, lo so. Faceva movimenti piccoli, soprattutto con le mani e, quando lo guardavo in faccia, vedevo quegli occhi andare dappertutto. Però mi ricordo soprattutto le sue calze. Che cosa stupida, eh?

A un certo punto mi hai anche chiesto se non mi ero accorta di niente e io non ho capito la domanda. Questo me lo ricordo. Per un attimo ho sentito la tua voce, ho lasciato il mimo, mi sono girata verso di te e mi ricordo che ho pensato “capito cosa?”. Non mi ricordo se l’ho solo pensato o se te l’ho anche detto ma tu non hai risposto a quella domanda che forse non ti ho neanche fatto, hai abbassato un attimo gli occhi e poi li hai girati verso il mimo, che – vedi – aveva catturato anche te. Con le sue calze a righe e la sua voce che non c’era.

Siamo stati lì fino a quando è venuto buio. Stavamo stretti nelle giacche, seduti all’aperto perché l’inverno era ancora abbastanza lontano. Quando ci siamo alzati il mimo era già andato via e io continuavo a guardare la panchina e a immaginarmi i suoi piedi lì sopra. Gli occhi che andavano dappertutto. Continuavo a non ascoltarti ma magari non stavi più neanche parlando.

Poi siamo andati via anche noi. Era proprio sera, allora.

Ho camminato zitta come il mimo, fino a casa. Ho pensato ancora una volta “capito cosa?” poi ho deciso che non era importante. Che perfino quelle calze a righe erano più importanti. Meno mute.

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racconti visionari #7

Numero 341, giorno 23

Ciao. Come stai? Questa è la telefonata numero 341, giorno 23, giusto nel caso avessi perso il conto. Io no, non l’ho perso, ma è abbastanza facile visto che le telefonate le sto facendo io e oltretutto le sto segnando su un quaderno. Quello blu, rilegato male, hai presente?

Comunque. Vado subito al punto perché altrimenti poi perdo il coraggio e va a finire come le altre volte che non ti dico quello che ti volevo dire quando ho fatto il numero.

Allora, il fatto è questo – aspetta, suonano alla porta.

Era il tizio delle pizze. Però vorrei precisare che non ho deciso di chiamarti proprio quando stava per arrivarmi la pizza, perché è arrivata troppo presto, gli avevo detto un orario e il ragazzo è arrivato almeno mezz’ora prima. Ma non fa niente, non ti preoccupare, la mangio dopo, tanto se si raffredda posso sempre scaldarla, e poi l’ho sbirciata e hanno pure sbagliato, ci hanno messo i funghi e i funghi proprio non li sopporto quindi dovrò toglierli tutti prima di mangiarla, ecco adesso penserai che ho manie ossessivo compulsive ma in realtà ho solo un problema con i funghi, non mi vanno giù, ci ho anche provato diverse volte ma non posso farci niente, ho dovuto arrendermi, non mi piacciono. Ci sono quelle cose, no?, ci provi, ci provi, e niente.

Come tutte le volte che ho provato a chiamarti prima di oggi. 340. Mica poche, eh? Il fatto è che succede sempre qualcosa, a un certo punto – mi sa che era tra la 267 e la 268, ma dovrei controllare il quaderno – ho anche pensato che forse era destino. Ho pensato che avrei potuto fare un milione di tentativi e non ne avrebbe funzionato uno, non ti avrei detto quello per cui ti sto chiamando.

Vedi, anche adesso stavo perdendo il filo. Che poi lo so, non è perdere il filo, è che dirtelo non è mica facile, non so cosa potrebbe succedere dopo e allora tentenno. Inciampo, in un certo senso. Ci vorrebbe coraggio, lo so.

Senti, facciamo una cosa. Facciamo che questa era la prova generale e la 342 sarà quella buona? Che ne dici? Ripasso giusto due cose, faccio un bel respiro, infilo la presa del telefono nel muro, aspetto il primo tu-tu, e faccio il tuo numero.

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E poi fotografa su Soffiablablog… fotografie, illustrazione… magia!

 

C’è un uomo che ci aspetta

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Era una sera fiacca. La Signora col Mantello passeggiava nel parco deserto, solo un riccio attraversava il vialetto, accelerando impercettibilmente il passo quando si accorse della sua presenza. Non sono qui per te, disse la Signora. Il riccio preferì non fidarsi di quella rassicurazione, e non rallentò.

Si sedette su una panchina, la falce abbandonata ai suoi piedi come un segugio che riposa.

In quel silenzio di fine autunno, si sentì sola. Il suo lavoro era monotono, in fondo. Una routine che, a lungo andare, avrebbe finito per ucciderla. A quel pensiero, non poté fare a meno di sorridere.

Si stava facendo tardi, c’era un uomo che la stava aspettando dall’altra parte della città. Avrebbe dovuto sbrigarsi se non voleva mancare l’appuntamento. Raccolse la falce, si aggiustò il mantello e si alzò. Solo allora notò il piccolo libro rosso, qualcuno doveva averlo dimenticato. Era tardi. Eppure. Perché no, si disse. Raccolse il libro e tornò a casa, quell’uomo poteva anche aspettare.

Lesse tutta la notte. Era una storia strana, non riusciva a capirla fino in fondo ma continuava a leggere. Come sono stupidi, pensava, possono uccidere per un pezzo di terra e poi si perdono per un gesto visto di sfuggita, come se da una cosa così non ci fosse ritorno.

Si guardò allo specchio, provò a mimare il gesto che aveva immaginato.

È l’alba, disse la falce.

Lo so.

Quell’uomo ti aspettava, non sei stata professionale.

Lo so.

Quante cose sai, stanotte.

Questa sarebbe ironia?

Sarcasmo.

Rimasero in silenzio qualche minuto, poi la Signora col Mantello riaprì il libro. Ascolta, disse: Lui, che di lavoro faceva il mago, in quel momento non aveva nessuna magia. Aveva solo un livido scuro sul braccio sinistro e una nausea secca, cattiva.

Ancora silenzio.

Io non ho mai avuto un livido, disse alla falce. E nemmeno una nausea cattiva.

Secondo me non ti sei persa niente.

E tu che ne sai?

La Signora ritornò davanti allo specchio. Scostò leggermente il mantello e si guardò riflessa. Finse che il viso che vedeva dall’altra parte del vetro fosse un amore. O almeno un nemico. Si immaginò con un livido. Lo accarezzò piano, quel livido che non poteva esistere, e si chiese come potesse essere il dolore leggero del contatto, ma non riuscì a trovare una risposta.

Sei patetica, disse la falce.

Lo so. È colpa di quella storia.

Un’altra cosa che sai.

Smettila.

Va bene, scusa. Ma adesso andiamo, quell’uomo ti sta aspettando da troppe ore.

Hai ragione.

La Signora si guardò un’ultima volta allo specchio e respirò a fondo.

Quel libro…

Sì?

Dovrei buttarlo, vero?

Sarebbe meglio. Vedi anche tu che non ti fa bene. Le storie complicano la morte, e il tuo lavoro è già abbastanza difficile.

Adesso sei tu quella che sa tante cose, disse la Signora cercando di sorridere. Poi prese il libro e lo infilò sotto il mantello.

Non lo butterai, non è vero?

Non stanotte.

Non lo butterai.

Andiamo, c’è un uomo che ci aspetta.


Questo è un racconto che ho scritto per il concorso di una libreria bellissima. La libreria si chiama Bookbank, se passate da Piacenza fatevi un regalo: andateci. Perché lì succedono cose così, entri e vedi delle serigrafie (di Marco Vaccari, bellissime, sognanti), Sara (miss Bookbank) ti dice “scegline una, scrivici un racconto”, e tu guardi, ci pensi su e poi scrivi, e intanto chiacchieri, leggi, trovi libri meravigliosi, bevi un bicchiere di vino, ridi ed esci che stai bene. Se poi sei fortunato, il concorso lo vinci pure, ma la cosa bella bella è passarci, dalla Bookbank, e sentire l’atmosfera che c’è. (Provate e ditemi se non è vero).

Gli altri racconti del concorso li trovate qui.

 

racconti visionari #3

A partire da adesso

Il mappamondo l’ho visto dopo che sono uscito. Avevo appena chiuso la porta e la stavo guardando, come se si potesse fare ancora qualcosa. Avevo tenuto la mano appoggiata sul legno, per un po’. Mi sembrava di chiedere scusa, così. Ma poi ho pensato che non avrei dovuto chiedere scusa, e allora ho tolto la mano dal legno e mi sono girato.

È stato a quel punto che mi sono accorto del mappamondo. Non c’era nessun motivo perché fosse lì, però mi è sembrato giusto. Mi ci sono seduto vicino, per terra. Era tutto come doveva essere, non so se riesci a capire. Loro dall’altra parte della porta e io seduto vicino al mappamondo.

Ho riso, andava tutto bene. Davvero, in quel momento andava tutto bene, c’era il mappamondo e io ero finalmente uscito da quella porta. Senza chiedere scusa. Ho riso. Andava tutto bene.

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Qui

Venivano da così lontano che nemmeno loro si ricordavano da dove erano partiti, o quando. Erano giovani, questo se lo ricordavano. Così giovani che non potevano dire di essere marito e moglie – siamo fratelli, dicevano, e si tenevano per mano.

Avevano camminato, attraversato frontiere su treni lentissimi, chiesto passaggi a carovane di zingari e condiviso cibo e coperte con giostrai dalla barba lunga e meravigliosi denti d’oro.

Poi, a un certo punto, avevano deciso di fermarsi. Si erano guardati – qui, avevano detto.

Avevano scelto una casa piccola, ma sul mare, per avere davanti agli occhi qualcosa che si muovesse sempre. È così strano chiudere una porta, pensavano, e avevano così tanto mondo negli occhi che a volte bisognava aprirla per dargli spazio. E quel mappamondo. Lo guardavano senza capire da dove potevano essere partiti, così tanto tempo fa e così lontano. Inventavano percorsi, con le dita segnavano strade che non esistevano. E sorridevano, davanti a quel mare che continuava a muoversi.

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Tentativo n. 9

– Potremmo andare qui.

– Qui dove?

– Qui, dove inizia questo fiume.

– Non lo vedo.

– Se rimani dietro alla porta vedi solo il legno.

– E il fiume dov’è?

– Lontano da qui. Penso. Vicino alle montagne.

– Come si chiama?

– Non c’è scritto.

– E come ci arriviamo?

– Intanto devi uscire da lì.

– Mh.

– …

– …

– Che rumore è?

– Sto disegnando quel fiume sulla porta.

– Ma non l’hai nemmeno visto.

– Lo sto inventando.

– Dovresti uscire.

– Sto disegnando.

– D’accordo.

– …

– …

– Ci sei ancora?

– Sì. E tu stai ancora disegnando?

– No.

– Adesso devo andare.

– D’accordo.

– Torno domani.

– Con il mappamondo?

– Certo.

– Ok.

– Ok.

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Ecco, questo era #raccontivisionari #3.

Io e Federica ci siamo date due indicazioni – porta e mappamondo – e poi via, scrivere, fotografare. (descritto un po’ più in dettaglio, qui).

Non so cosa sembrerà a voi, ma io sono proprio emozionata, e mi sembra di aver iniziato una cosa bella ma bella. E ditemi se è poco.

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Prevista neve

E queste erano le previsioni per domani: svegliarsi (semmai fossi riuscito a dormire davvero), accendere la luce e controllare.

Controllare se ancora stava nevicando.

Ma non fuori. Controllare se ancora stava nevicando in quella stramaledetta palla di vetro.

La stavo guardando di nuovo, ormai era diventata un’ossessione, ma pensavo di avere tutte le ragioni per esserne ossessionato.

Perché non era normale. Non era assolutamente normale che lì dentro continuasse a nevicare − e poi io dicevo ‘nevicare’ ma quella non era neve, erano pezzettini, briciole di non so cosa, piccole, bianche, finte. Ipnotizzanti. Ed erano tre giorni che scendevano senza mai smettere e ormai mi sembrava una specie di incubo, un incubo che mi tormentava da sveglio e anche quando dormivo, perché ero arrivato a sognarla, la neve, dentro la sfera e fuori, e io sommerso dal bianco e dall’acqua, immobile sotto quella caduta lenta biancastra e continua.

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Tutto questo senza che facessi niente, senza che toccassi più quell’aggeggio. Perché in quel caso sarebbe stato normale, avrei girato ancora la palla e la neve avrebbe ricominciato a cadere. Ma io dalla prima volta non ci avevo più messo mano: un solo movimento di polso, andata e ritorno, e poi l’avevo rimessa a posto. Solo che lei non si era più fermata.

***

Dopo la prima mezz’ora passata a fissarla avevo pensato che forse era il caso di chiamare qualcuno e raccontargli cosa stava succedendo. Poi però mi ero detto che era meglio non farlo, e me l’ero detto perché mi erano venuti dei dubbi.

Magari ero io.

Magari ero io che vedevo quella specie di nevischio artificiale continuare a scendere (scendere scendere scendere) e invece la neve era perfettamente ferma sul fondo della palla, proprio come ci si aspetta che sia quando il gioco finisce, solo che io continuavo a vederla, anche se in questo caso sarebbe stato più corretto dire che continuavo a immaginarla.

Avevo pensato abbastanza a lungo a questa possibilità anche se in effetti non mi convinceva fino in fondo perché la neve dava proprio l’impressione di esserci, come c’erano i miei piedi nelle ciabatte. Comunque alla fine avevo preferito non dire niente a nessuno.

Avevo anche pensato che magari era normale che succedesse così, che una volta dato il primo colpo poi la neve scendesse ininterrottamente e magari le altre volte mi ero annoiato e mi ero allontanato subito, quindi poteva essere che non mi fossi mai accorto di quanto durasse in realtà quella caduta chiara e fastidiosa. Forse quella era la prima volta che mi fermavo e guardavo seriamente.

Ma anche dando per buona questa spiegazione, che a dire la verità mi sembrava abbastanza stupida, restava un problema. Dove andava a finire la neve?

Questa cosa mi faceva diventare matto. Sul fondo non si fermava niente: cadeva e subito spariva (ma spariva dove, mi chiedevo io) e ricompariva in alto e ricominciava a venire giù, e poi ancora spariva, e aveva un ritmo che mi dava i  nervi, e dopo le prime ore mi era anche venuta la tentazione di prendere la palla e lanciarla contro il muro. Poi però non l’avevo fatto.

***

La prima notte ero anche riuscito a dormire, anche se con un sonno un po’ agitato.

Mi ero svegliato presto e non mi ero ricordato subito della neve. Poi mi è venuta in mente, così, all’improvviso e sono corso a vedere com’era la situazione. Speravo che fosse tutto fermo, niente puntini bianchi ad attraversare l’acqua, così avrei riso pensando che mi ero confuso, o che avevo sognato tutto o magari che era una scena che avevo letto in un libro e che per un attimo mi era sembrata vera.

E invece no.

Invece la neve dentro la palla scendeva ancora (scendeva scendeva scendeva), con la stessa lentezza del giorno prima, con quella sua superbia di ghiaccio finto, di polvere minacciosa, e allora avevo sentito le gambe diventare molli e qualcosa nella mia testa che lanciava l’allarme, ma non ero scappato. Mi ci ero messo davanti e l’avevo guardata.

***

L’avevo guardata tutto il giorno, spostandomi solo il minimo necessario.

E lei non faceva una piega, un accenno di tregua. Niente.

Non sapevo più cosa pensare. Arrivato a sera avevo gli occhi così stanchi che non stavano nemmeno aperti ma non riuscivo a smettere di guardarla. Mi ero addormentato sulla sedia, davanti a lei, come una guardia. O uno schiavo.

Quella notte avevo sognato solo neve.

***

E poi un’altra giornata lì davanti. La terza.

Ogni tanto sentivo il telefono suonare, ma non rispondevo, non potevo distrarmi da quella caduta che stava diventando cattiva − sentivo che era cambiata, non aveva più la stranezza dell’inizio e ora era come se ridesse. Un ghigno che mi sbatteva in faccia come se niente fosse.

E stava per finire anche il terzo giorno. Il terzo giorno di neve. Avevo bisogno di dormire e di svegliarmi senza di lei. Ma per quello non avevo nessuna certezza. Dovevo accontentarmi delle previsioni.

Svegliarmi.

Accendere la luce.

Controllare.

Inconsapevolmente

Vivevano vicini. Solo un muro a dividere i due appartamenti, a tutti gli effetti separati, due porte, due campanelli, due citofoni e quel muro in mezzo.

Quel muro era sottile. Come un foglio di carta, una tenda che vola, il vapore della cucina.

Ognuno faceva la propria vita. Sveglia, colazione, buongiorno come va?, chi l’autobus chi la bicicletta, un ombrello scordato, il telefono che suona, il lavoro, la spesa, una cartolina inaspettata.

Se i palazzi fossero trasparenti.

Dormivano vicini, senza saperlo. Le teste quasi a toccarsi, se non ci fosse stato quel muro sottile. La sveglia alle 6.40, i suoni a coprirsi suonando insieme, e gli sbadigli. Il caffè sul fuoco e quel profumo che passeggia per la cucina, da una parte e dall’altra del muro sottile, per poi uscire dalla finestra socchiusa e cambiare casa, mischiandosi con l’altro, se le persone sapessero annusare davvero le vite sarebbero più semplici.

Poi prendere i cappotti, veloci, insieme girare la maniglia, buongiorno come va?, le scale, l’ascensore, il mondo di fuori.

E la sera tornare a dormire insieme. Inconsapevolmente.

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La regina

Sottotitolo: dedicato alla mia tribù bellissima

La regina era dietro al bancone. Mi avevano detto “Per il caffè ti portiamo in un posto speciale” e poi si erano guardati – belli, complici e con quel sorriso lì.

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Abbiamo parlato, riso, mangiato, e poi, dopo tutto questo, siamo usciti, con gli occhiali da sole anche se un po’ pioveva, e abbiamo camminato fino al bar della regina.

La regina era dietro al bancone, con il suo sorriso facile e lo sguardo un po’ lontano che non sai bene se ha sentito, se ha capito, se semplicemente sembra che ci sia e invece non c’è. Invece è un’illusione.

La regina era dietro al bancone e io le guardavo la testa, cosa abbastanza inevitabile. Le guardavo i capelli, bianchi perché la regina è regina da un bel po’, rimasti solo intorno, e la parte alta della testa nuda, mentre quelli –  i rimasti – sfidavano in modo totalmente assurdo la forza di gravità. Dritti, sembravano crescere verso l’alto, come l’erba, come i rami degli alberi, come il fumo dei camini. E proprio quelli, erba alberi fumo dei camini, la rendevano regina, perché la guardavo e non potevo pensare a niente di più coerente di una corona – magari fatta di erba alberi e fumo dei camini, ma inevitabilmente corona.

Siamo rimasti un po’, e la regina brillava dietro al bancone. Ogni tanto ci sorrideva, chissà perché poi. Abbiamo bevuto il caffè e siamo usciti. Non pioveva più.